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Sibilla e Dino: vite difficili

Francesca Santucci
(5.04.2010)

...Mi portò a casa un grosso fascicolo di carta bianca, che guardai sentendo il rossore salirmi alla fronte. Fino a quel punto poteva giungere l’incoscienza? Ma qualche giorno dopo, mentre il bambino era dalle mie sorelle nel tiepido pomeriggio autunnale, io mi trovai colla penna sospesa in cima alla prima pagina del quaderno. Oh dire, dire a qualcuno il mio dolore, la mia miseria; dirlo a me stessa, anzi, solo a me stessa, in una forma nuova, decisa, che mi rivelasse qualche angolo ancora oscuro del mio destino!
E scrissi, per un’ora, per due, non so. Le parole fluivano, gravi, quasi solenni: si delineava il mio momento psicologico; chiedevo al dolore se poteva divenire fecondo; affermavo di ascoltare strani fermenti del mio intelletto come un presagio di una lontana fioritura...

(Sibilla Aleramo, Una donna)

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Georges Duhamel, "La perfidie", 2003, huile sur canevas, cm 35x47


Intensa e densa di avvenimenti fu la vita di Rina Faccio, in arte Sibilla Aleramo; nacque il 14 agosto del 1876 ad Alessandria, ma trascorse la fanciullezza a Milano e l’adolescenza a Porto Civitanova Marche, un borgo marchigiano.

Dai 12 ai 15 anni lavorò come contabile nella fabbrica del padre, un uomo fortemente anticonformista, al quale fu molto legata, ma quando la madre, soggetta a crisi depressive, tentò il suicidio, fu costretta a sostituirla nel governo della casa e a gravarsi di ogni responsabilità domestica, riuscendo sempre, però, a scrivere racconti ed articoli giornalistici.

Nel 1892, a 16 anni, fu violentata da un impiegato della fabbrica paterna e costretta a sposarlo; dopo un aborto, dall’unione col seduttore nacque il figlio Walter.
Infelici furono gli anni del suo matrimonio, continuamente vessata dal marito che la sospettava di tradimento, finché nel 1896 tentò il suicidio. Ripresasi, nonostante le oppressioni del coniuge, intensificò l’attività letteraria, scrivendo articoli di costume, sociologici ed inerenti la questione femminile, ed iniziando la stesura del suo primo romanzo, l’autobiografia “Una donna”, testimonianza esemplare della condizione femminile, uno dei primi libri femministi apparsi in Italia, che uscì nel 1906 e riscosse subito un grande successo, al quale poi seguirono altre opere in prosa, come “Il passaggio”, “Andando e stando”, “Amo, dunque sono”, “Il frustino”, “Gioie d’occasione”, “Orsa minore”, “Dal mio diario”, “Il mondo è adolescente”, “Gioie d’occasioni e altre ancora”.
Notevoli anche le sue raccolte di liriche, come “Momenti”, “Poesie”, “Sì alla Terra”, “Selva d’amore”, “Aiutatemi a dire”, “Luci della mia sera”, fortemente autobiografiche e d’amore, giacché Sibilla, in poesia inserita nella tradizione ottocentesca ma antiletteraria, romantica ma non languida, attinse all’angoscia individuale.

Nel 1902 abbandonò il marito ed il figlio (che rivide solo dopo trent’anni, nonostante avesse a lungo lottato per ottenerne la custodia) e si trasferì a Roma; avviò, qui, la ricostruzione della sua vita, dedicandosi appassionatamente ad un’intensa produzione letteraria, in poesia ed in prosa, e alle Scuole dell’Agro Romano per gli analfabeti, fondate insieme a Giovanni Cena, approdando all’antifascismo e al comunismo.

Bella, intelligente, libera da schemi e pregiudizi, desiderata dagli uomini, Sibilla Aleramo ebbe molte ed intense storie d’amore.
L’amore fu la ragione della mia esistenza e quella del mondo: come lei stessa scrisse, fondamentale nella sua vita fu questo sentimento, e tutte le sue storie, con Cena, Papini, Cardarelli, Boccioni, Cascella, Boine, Campana, Quasimodo, Matacotta, furono romantiche ed intense.

Una grande ma lacerante passione, di cui resta traccia nell’epistolario, la legò, quando lei aveva 40 anni, ed era già famosa per il successo del romanzo “Una donna”, al poeta dei “Canti orfici”, Dino Campana, di nove anni più giovane, il poeta maudit, uomo difficile, scontroso, anticonformista, che negli anni della propaganda interventista cercava nella natura i valori dell’esistenza e che poi, afflitto da gravi disturbi psichici, venne internato in manicomio.

Chiudo il tuo libro,
snodo le mie trecce,
o cuor selvaggio,
musico cuore...
con la tua vita intera
sei nei miei canti
come un addio a me.
Smarrivamo gli occhi negli stessi cieli,
meravigliati e violenti con stesso ritmo andavamo,
liberi singhiozzando, senza mai vederci,
né mai saperci, con notturni occhi.
Or nei tuoi canti
la tua vita intera
è come un addio a me.
Cuor selvaggio,
musico cuore,
chiudo il tuo libro,
le mie trecce snodo.(1)

(Sibilla Aleramo a Dino Campana, Mugello, 25-7-1916)

In un momento
sono sfiorite le rose
I petali caduti
perché io non potevo dimenticare le rose
le cercavamo insieme
abbiamo trovato delle rose
erano le sue rose erano le mie rose
questo viaggio chiamavamo amore
col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
che brillavano un momento al sole del mattino
le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
le rose che non erano le nostre rose
le mie rose le sue rose.(2)

(Dino Campana a Sibilla Aleramo, 1917)

E’ tutta compresa fra queste due poesie, presenti nel tumultuoso carteggio, la loro intensa, appassionata, difficile storia d’amore e di tormento, intrecciata alla follia, vissuta senza risparmio di emozioni, dal 1916 al 1918, fra gioie e dolori, botte ed insulti, separazioni e riappacificazioni.

Dino Campana era nato a Marradi, presso Faenza, il 20 agosto del 1885, da una famiglia d’estrazione piccolo borghese. Dopo il liceo, terminato faticosamente, si era iscritto alla facoltà di chimica dell’Università di Bologna, ma, come più tardi dichiarò, non comprese mai nulla dell’astruso formulario scientifico.
E fu proprio a Bologna che uno psichiatra, per i sintomi palesati, definiti “nevrastenia” dallo stesso poeta, gli diagnosticò una forma psichica a base di esaltazione, per la quale prescriveva riposo intellettuale, isolamento affettivo e morale e l’uso di bromuro, e che il poeta venne ripetutamente rinchiuso in manicomio.

Manifestazione del suo disagio era soprattutto l’irrequietezza, che lo portava spesso a viaggiare come un nomade, incapace di collocarsi in un luogo preciso e di relazionarsi socialmente in modo stabile, per questo fu in Argentina, in Ucraina, e poi girovago per l’Italia, esercitando i mestieri più disparati, come il pianista, il poliziotto, il pompiere, il fabbro, l’operaio, economicamente sostenuto anche dalla famiglia.
La sua attività poetica iniziò nel 1912, con una pubblicazione sul “Papiro” (3), ma è del 1913 l’episodio inquietante dello smarrimento del manoscritto dei suoi “Canti orfici”, affidato a Papini e Soffici, che Campana, dopo un momento iniziale di rabbia feroce, riscrisse a memoria e pubblicò a proprie spese nel 1914.
E fu nell’estate del 1916 che esplose la passione per Sibilla Aleramo, trasformatasi poi da un viaggio chiamato amore in vero e proprio calvario.

Quando conobbe Dino, Sibilla, socialmente impegnata e già famosa per aver pubblicato il romanzo autobiografico “Una donna”, in cui definiva oppressiva e frustrante l’istituzione matrimoniale, era considerata la donna più bella d’Italia.
Ammirata e corteggiata, libera, ardimentosa e lontana dalle convenzioni, spesso era lei a prendere l’iniziativa con gli uomini dai quali era attratta, in perenne bisogno d’amore, derivatole, per sua stessa ammissione, in parte da mia madre e in parte dalla perpetua nostalgia di mio figlio, forse innamorata dell’idea stessa dell’amore, aveva avuto già molte storie con letterati ed intellettuali.
La prima volta che le scrisse, attratto dalla donna, e lusingato dal fatto che una scrittrice famosa s’interessasse a lui, un solitario e squattrinato dalla vita simile a quella d’un barbone, e che fino ad allora aveva avuto solo la compagnia di donne di malaffare, così Dino le disse:

Non mi parli del suo impegno sociale, non mi racconti del socialismo. Mi interessa lei. La passione e niente altro, tutto il resto è fuori, tutto il resto viene dopo, non importa quando. Vogliamo intanto vederci per un giorno a Marradi? Se non v’annoia troppo, se non siete troppo lontano. Io potrei venire, mettiamo, mercoledì o giovedì, col primo treno (8,55) e voi dirmi dove m’aspettereste. Credo che ci si riconoscerebbe facilmente. Mi racconterete a voce quali altri tic bisogna perdonarvi, oltre a quelli che bisogna ignorare...(4)
Affascinata dalle prime lettere scambiate con lui, Sibilla andò da Dino, da Cloche (campana), come talvolta amava firmarsi.

Lei era bellissima, con il volto ovale, i capelli biondi, la bocca sensuale; lui aveva i capelli tra il biondo e il rosso, la pelle rosea, i baffi spioventi su labbra carnose, gli occhi cangianti, occhi celesti che esprimevano a un tempo sincerità e timidezza come quella di certi bambini o di gente campagnola (A. Soffici): la scintilla scoccò all’istante e immediata fu tra loro anche la passione fisica.

La vicenda d’amore si snodò tempestosa, fra alti e bassi, fra la fitta corrispondenza, i silenzi di lui, gli allontanamenti ora dell’uno ora dell’altro, le liti, le riappacificazioni, il peggioramento dei disturbi nervosi, le suppliche di entrambi per una riconciliazione, gli arresti di Dino continuamente scambiato per un tedesco, fino all’ultimo fermo, quello che lo condusse nel manicomio di San Salvi.

Fu Sibilla a troncare la relazione con Dino, desideroso di dedizione assoluta, romantico, fragile, ma anche violento, geloso del passato che lei non gli nascondeva, instabile (nella stessa giornata scriveva Cara signora, spero che lei abbia capito che tra noi è finita e poi, tre ore dopo, Amore mio, mi manchi, ti prego, vieni da me), pervaso da una carica autodistruttiva alla quale lei, ansiosa di vivere (Un flusso irrefrenabile di vita. E di volontà di resistenza continua, continua...), non volle mai piegarsi.

Rose calpestava nel suo delirio
e il corpo bianco che amava.
Ad ogni lividura più mi prostravo,
oh singhiozzo, invano, oh creatura!
Rose calpestava, s’abbatteva il pugno,
e folle lo sputo su la fronte che adorava.
Feroce il suo male più di tutto il mio martirio.
Ma, or che son fuggita, ch’io muoia del suo male.(5)
S. Aleramo

Quando, poi, dopo un ennesimo girovagare per l’Italia, Dino venne incarcerato a Novara, fu proprio Sibilla ad intercedere per la sua liberazione, ma inutilmente: il 12 gennaio 1918 fu necessario ricoverarlo all’istituto Fiorentino per l’osservazione delle malattie mentali e, giudicato irrecuperabile, non uscì mai più dall’internamento.

Fu davanti al cancello del manicomio che terminò definitivamente il doloroso viaggio chiamato amore.
Scrisse Sibilla:

L’ho riveduto così, dopo nove mesi, attraverso una doppia grata a maglia. Non ero mai entrata in una prigione. E’ stato un colloquio di mezz’ora, i carcerieri avevan quasi l’aria di patire sentendo lui singhiozzare e vedendo me irrigidita.(6)

Scrisse Dino:
Mi lasci qua nelle mani dei cani senza una parola e sai quanto ti sarei grato. Altre parole non trovo. Non ho più lagrime. Perché togliermi anche l’illusione che una volta tu mi abbia amato è l’ultimo male che mi puoi fare.(7)

Dino Campana morì a quarantasette anni, il 1° marzo del 1932, nell’Ospedale psichiatrico di Castel Pulci (dov’era stato rinchiuso 15 anni prima), probabilmente per setticemia causata dal ferimento con un filo spinato durante un tentativo di fuga. Nel lungo periodo d’internamento non aveva più scritto, altalenando fra momenti di lucidità, di aggressività e confusione mentale (tanto che così aveva riferito il dottor Parini: I colloqui con Dino Campana fanno sapere appieno il disastro della sua mente. Lo occupano deliri di influssi a distanza per mezzo della elettricità, del magnetismo, della telepatia, dell’ipnotismo, del medianismo evocatore di anime disincarnate; i quali influssi oltre produrre effetti straordinari individuali suscitano terremoti, guerre, epidemie, resurrezioni, cataclismi. Manca nei racconti la sicurezza e la cupa asprezza dei concetti persecutori. Fallacie sensoriali o solo rappresentative ossia percepite come idee ammesse da altri, generano o rafforzano i deliri) eppure quando la morte lo colse aveva appena cominciato a mostrare segni di miglioramento, leggeva, studiava, e voleva anche cercare un impiego.

Sibilla Aleramo gli sopravvisse a lungo, continuando a scrivere e ad amare fino alla fine dei suoi giorni.
Il suo ultimo grande amore fu il poeta, allora sconosciuto, Franco Matacotta, lei sessantenne, lui ventenne; la storia della loro relazione confluì nelle pagine del diario 1940-1944, dal quale emergono tutte le tensioni derivanti da questo rapporto complesso e difficile, in disparità anagrafica e differenza intellettuale, che pure durò dieci anni.

Gli ultimi anni della sua vita Sibilla li trascorse lottando contro la povertà e la depressione, ma continuò a viaggiare, ad incontrare amici e a scrivere il suo “Diario”.
Morì a Roma il 13 gennaio 1960.


Guardo i miei occhi

Guardo i miei occhi cavi d’ombra
e i solchi sottili sulle mie tempie,
guardo, e sei tu, mio povero stanco volto,
così a lungo battuto dal tempo?
Mi grava l’ombra d’un occulto sogno.
Ah, che un ultimo fiore in me s’esprima!
Come un’opaca pietra
non voglio morire fasciata di tenebra,
ma d’un tratto, dalla radice fonda,
alzare un canto alla ultima mia sera.

Sfoglio le rose

Sfoglio le rose
che m’hanno veduta piangere e sorriderti
e poi ardere bianca,
e metto fra i petali le mie dita
come fra le tue mani,
petali dolci e freschi
che or lancerò nell’aria
cantando sommessa, o amato,
perché tu non ti volga...
(S. Aleramo, Selva d’amore)


Note

1) Sibilla Aleramo,Un viaggio chiamato amore.
2) Foglio goliardico bolognese.
4) op. cit.
5) op. cit.
6) op. cit.
7) op. cit.
8) op. cit.


Riferimenti

Sibilla Aleramo, Selva d’amore, Newton Compton, Roma,1980.
Sibilla Aleramo, Una donna, Feltrinelli, Milano, 1977.
Vincenzo Cardarelli, Lettere d’amore a Sibilla Aleramo, Newton Compton, Roma, 1975.
Sibilla Aleramo, Lettere d’amore a Lina, Savelli, Milano, 1982.
Sibilla Aleramo, Amo, dunque sono, Mondadori, 1927.
Sibilla Aleramo, Diario di una donna, Feltrinelli, Milano ,1978.
Sibilla Aleramo, Un amore insolito, Feltrinelli, Milano,1979.
Sibilla Aleramo, Un viaggio chiamato amore, Lettere, 1916-1918, Feltrinelli, Milano,
2002.
Dino Campana, Canti orfici e altre poesie, Garzanti, Milano, 1989.
C. Pariani, Vita non romanzata di Dino Campana: con un’appendice di lettere e testimonianze, Guanda, Milano, 1978.


Francesca Santucci ha pubblicato poesie, racconti, fiabe e saggi. E’ presente in antologie collettive e raccolte multimediali. Suoi articoli sono stati pubblicati sulla rivista letteraria "Il notiziario per i soci italiani della Brontë Society"; on line su “Senecio”, rivista dedicata all’antico, e www.italiamedievale.org, associazione culturale medievale.
Siti internet:www.letteraturaalfemminile.it; www.francescasantucci.it




Prima pubblicazione su Transfinito: 5 settembre 2006


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19.05.2017