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Flavio Ermini. "Il moto apparente del sole. Storia dell’infelicità"

Giancarlo Calciolari
(29.08.2006)

Bisogna tenere conto che, caso per caso, le cose differiscono e variano, pertanto sono senza ontologia, non sono mai tali. Non sono. Non stanno. Dunque, non sono mai come sembrano stare.
Ruggero Chinaglia, Come leggere le fiabe


Era un tempo che la malvagità umana e le sciagure della virtù mi muovevano a sdegno, e il mio dolore nasceva dalla considerazione della scelleraggine. Ma ora io piango l’infelicità degli schiavi e de’ tiranni, degli oppressi e degli oppressori, de’ buoni e de’ cattivi, e nella mia tristezza non è più scintilla d’ira.
(17 dicembre 1819).
Giacomo Leopardi, Zibaldone


Dalla poesia si trae più miele che da tutti i fiori dei boschi.
Flavio Ermini, Il moto apparente del sole



Dal monoteismo all’ateismo ciò che appare non è l’essenziale. Occorre leggere. Da qui il titolo dell’opera di Flavio Ermini, Il moto apparente del sole. Storia dell’infelicità (Moretti e Vitali, Bergamo, 2006, pp. 301, € 20,00).
Qual è il viaggio di Flavio Ermini, il suo moto non apparente all’apparir del vero? Qual è la felicità di questo viaggio? Quali sono le condizioni del viaggio? Qual è il paese? Qual è la terra? Qual è il cielo? Qual è il paradiso? Qual è l’uomo? Qual è la poesia? Qual è la lingua? Qual è il pensiero?

Le risposte poetiche, narrative e teoriche di Flavio Ermini sono un manifesto di vita bellissimo, anche politico, nel senso più alto, controcorrente rispetto all’epoca, spesso serva di un’estetica del brutto.
Un cenno sulle quattro tappe del viaggio poetico di Flavio Ermini: “Dietro il paesaggio”, “Di alcune creature terrene”, “Le parole al tempo della poesia”, “Il piacevole delle cose”.

Da dove procede il paesaggio, l’altro nome della combinazione del corpo e della scena? Adama è la terra in ebraico, e Adam è l’uomo, l’argilloso, il terroso, il terrestre. Forse Dio è il vasaio che plasma l’argilla: sicuramente lo è per la creatura così terrosa che dopo Dostoevskij si chiama del sottosuolo.

Dietro l’immoto e apparente paesaggio emerge il paesaggio del poeta Flavio Ermini: l’antro, le terre circostanti, la pianura, le rive del Neckar, il paretaio, il confine... sino alla prospettiva ribaltata dell’antro. È questo il paesaggio che conta.

L’andatura del poeta incontra sul suo cammino alcune creature terrene: non solo la donna, l’uomo, ma anche l’agrimensore, il condannato, la seminatrice, il poeta...

Poi, nelle parole al tempo della poesia, si dipana il palinsesto poetico di Flavio Ermini, lasciando il modo della prosa per quello della poesia, restituendo anche la cifra dell’esperienza di Leopardi, in un canto che non evita il lutto e il dolore: dall’inadeguamento all’epoca de “La natura della conoscenza” all’illusoria grandezza dell’uomo con la sua tendenza verso il vuoto de “La genziana gialla e celeste di Lou”.

Infine nel piacevole delle cose, l’ultima parte del libro, Flavio Ermini, procedendo di aforisma in aforisma, di astrazione in astrazione - senza il tentativo impossibile di formare un sistema logico-deduttivo - lascia grappoli di perle a chi effettua almeno parte del suo cammino.
“La parola poetica s’identifica con le cose al culmine del loro apparire”. “L’ultradire che è l’esatta verità del dire”. “La verità non può essere espressa in forma logica”. Né matematica né ontologica.
“Il pensiero sarà l’intermezzo di una marcia tra due dimore silenziose”: la vita è senza più predestinazione (l’errore popolare più comune degli antichi e dei moderni), non va da A a B, poiché non c’è nessuna algebra e nessuna geometria (in particolare del cerchio e della sfera) da applicare alle lettere. Le lettere si combinano in modo arbitrario e libero nella poesia di ciascuno. Non di ognuno, che sopravvive appunto nella pseudovita, quella in cui vale il detto di Adorno citato da Ermini, “non si dà vita vera nella falsa”.

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Antonella Iurilli Duhamel, "Pensando", 2002, bronzo, 22x7


Ecco, la vita vera non esclude il lutto e il dolore, mentre la vita falsa eludendo il lutto e il dolore è una vita luttuosa e dolorosa, infelice. In tal senso la storia dell’infelicità è quella della vita inautentica, della sopravvivenza. E per questo la felicità della vita vera non è legata all’essere e alla sua circolarità. La marcia tra due dimore silenziose non è circolare. Nessun eterno ritorno, come riscontra Sollers, lettore di Nietzsche.

Dimore silenziose, ignote, irraggiungibili dalle teorie della conoscenza. Nessuna teoria, personale o sociale, può ipotecare le dimore. A ciascuno il suo viaggio poetico, libero. E la traccia dell’esperienza poetica di Flavio Ermini resta, anche per il confronto serrato con i saperi del Novecento.

Flavio Ermini con Il moto apparente del sole. Storia dell’infelicità ridisegna l’antro e i dintorni. Quello che ha letto sinora appartiene all’apparenza e solo poche schegge appartengono all’originario. All’apparir del vero, dice Leopardi, quindi, se Leopardi non s’inganna, qualche volta appare qualcosa di non apparente. In altri termini, c’è o non c’è una felicità non apparente?

Il viaggio Flavio Ermini lo fa con Eraclito, Dante, Petrarca, Leopardi, Hölderlin, Dostoevskij, Nietzsche, Celan, Heidegger, Zambrano, Zanzotto. Così, scrive l’autore: ricostruire la storia dell’infelicità significa testimoniare che la dimensione dell’essere nel mondo è costituita dal dolore dell’esistere.

Occorre dire ancora che l’opera è bellissima, estrema. Il poeta corre il rischio della verità e non si risparmia in nulla. E possiamo dirci “in divergente accordo” con Flavio Ermini, che svela come il cammino nell’arco dei secoli delle opere che legge sia “apparente” almeno quanto lo è, sulla volta celeste, quello del sole; confermando che in realtà siamo noi a ruotare nella loro orbita.
Certamente, in questo caso, “siamo noi a ruotare”; e allora la questione che rimane da indagare è se questa logica circolare sia la vera logica invisibile delle cose o se la logica delle cose non sia circolare.
Divergente è la lettura della risposta circolare di Heidegger, che Ermini mantiene. E la palíntropos armoníe non è con Ermini o con Heidegger, e nemmeno con Aristotele: è con la filosofia e i suoi paradossi.

Questo libro indica che anche la semplice osservazione del moto apparente del sole può consentirci di incontrare la verità, perché nell’apparenza di tal moto - vera e propria metafora del nostro illusorio inoltramento nella vita - può essere colta la portata del fantasma, la copia di copia, anche nella forma della lacerazione tra l’essere umano e il mondo, tra il corpo e la mente, tra l’antico e il moderno. Ma per noi appartiene al mondo della rappresentazione l’essere umano, l’avere umano. Perché l’uomo, che nel monoteismo è Figlio, dovrebbe pagare il pedaggio alle filosofie dell’essere e a quelle dell’avere?

La dimensione dell’essere nel mondo è fantasmatica, come quella dell’avere nel mondo. E quindi rimane arbitraria ogni genealogia fondata sull’essere o sull’avere.

Allora, quale vita? La vita assoluta, la vita nova, l’altra vita di Pirandello. Non la sopravvivenza nelle rovine della vita, quelle che Flavio Ermini chiama non a torto le torri dell’antivita.

Le opere più belle sono scritte secondo una logica ironica, paradossale. Per questo Ermini sembra dire e contra-dire, come nota nell’introduzione al libro Massimo Donà.
Ne Il moto apparente del sole c’è il canto e il contro-canto, la voce e la controvoce. E risulta essenziale l’antifona per la non accettazione della vox populi, la vociferazione delle minoranze e il silenzio delle maggioranze.
Quel che conta è la cifra dell’esperienza di Flavio Ermini, non il suo crittogramma, sebbene la tentazione di Joyce, quella d’aggrovigliare la critica, non abbia le ore contate.

La “Premessa” comincia così:
L’esistenza di ognuno, così come il cammino dell’umanità, testimonia che la dimensione dell’essere nel mondo è costituita dal dolore dell’esistere. Tanto che la storia dell’uomo finisce con il coincidere con la storia dell’infelicità.

L’esistenza di ognuno è nella circolarità dell’essere, anche come “essere nel mondo”. Non ciascuno. Essere-nel-mondo è la traduzione letterale di una nozione di Heidegger, per l’appunto qui chiamato in causa. Citato. Heidegger che arriva a dire che l’essere è circolare. Esatto: ognuno circola, ognuno è predestinato. L’itinerario di ognuno è ben definito da Heidegger: dallo stesso allo stesso passando per lo stesso. Gödel ironizza sulla circolarità persino dell’equazione dell’universo di Einstein, che non lo capisce.

Se la storia di ognuno finisce con il coincidere con la storia dell’infelicità, è altrettanto vero che la storia di chi non accetta di lasciarsi definire dal quantificatore universale non è esente dalla felicità.

Qual è l’errore popolare dei moderni? Credere che l’albero della vita sia l’albero del bene e del male mondato dal male. E per mondare il male bisognerebbe conoscerlo: ecco le schiere delle letture del male, sempre più approfondite, incisive, creative. Legioni di filosofi, sociologi, antropologi, psicologi, teologi, che analizzano sempre più minuziosamente quel che non va e quel che non funziona.

L’analisi degli errori popolari o impopolari è l’analisi del discorso, dell’epoca, del fantasma, ossia della copia impossibile della realtà che dovrebbe coprire l’apparir del vero.

A noi interessa l’assolata striscia di felicità di cui parla Franz Kafka. Era ideale? No. Era nel suo stesso itinerario di scrittura. È lo stesso Kafka che propone di saltar fuori dalla fila degli assassini.

Noi lasciamo il dubbio sulla storia della felicità-infelicità. Avremmo optato per il sottotitolo: “Storia della vita vera”. Ma questo accade perché stiamo leggendo un libro autentico, ricco e bello in modo non convenzionale. Un libro che spinge a scrivere e a leggere altre cose. E questo è un effetto dell’apparir del vero (1).

Ci sono elementi più costitutivi di altri? Leggiamo dettagli non minori di questa opera di Flavio Ermini che è anche un immenso cantiere.

L’elemento, il segno per Peirce, non si dà come già letto, già significato. Occorre non un codice di traduzione ma un’abduzione, una catacresi. Per questo aspetto, la proposta del monoteismo sfocia nella cabala: una traduzione di lettere in numeri, un’operatività sui numeri, una nuova traduzione di numeri in lettere; mentre la proposta dell’ateismo sfocia nel mito della caverna platonica: gli umani sono schiavi delle proiezioni di un demiurgo.

Talvolta l’operatore, l’idea, si fa fantasma, copia, s’incarna non solo nelle proeizioni, ma per il tempo di una passeggiata sociale, come nel caso di Alessandro, o per una passeggiata personale, come nel caso del Golem.
Ma dove sta il tesoro delle lettere, o il tesoro dei significanti, o il tesoro dei nomi? Nella caverna di Platone o in quella di Leonardo? L’antro è senza nome? Da dove sorge un elemento, a partire dal quale ogni filosofo crea un sistema e ciascuno inventa la sua vita?

Il testo di Flavio Ermini è senza “letterarietà”, “poeticità”: è poesia originaria nel suo farsi, non esente dal lutto e dal dolore. Questioni difficili da affrontare, anche per noi che non ci siamo risparmiati nessuna incursione teorica, da Peirce a Gödel, da Freud a Lacan, da Cantor a Verdiglione.

Non ci siamo risparmiati nell’incursione nell’opera di Ermini. E il nome di Heidegger provoca un questionamento che richiama il modo in cui interviene nell’opera del filosofo Alain Badiou il nome Lenin, quando costruisce la terna dei contributi più importanti del secolo scorso: Freud, Lenin, Gödel. Lenin? Heidegger?

Certo, oggi, siamo in condizione d’intendere perché Heidegger, perché Lenin, e perché la conciliazione impossibile tra Marx e Freud abbia spianato la strada nell’epoca a Jung e allo junghismo.
Heidegger va letto, altrimenti rimane la palla al piede che trattiene nella caverna lo schiavo di Platone. La questione dell’essere e la questione dell’avere sono la fregatura degli umani. L’apparenza del falso. Sempre spazzata via dall’apparir del vero. In tal senso la storia dell’infelicità è quella della fregatura degli umani, poiché la felicità è data come ideale.

Il moto apparente del sole è una conversazione con i poeti, i narratori e i pensatori la cui parola “appare” decisiva. Attraverso le loro opere, Ermini si interroga sulla condizione della vita umana con un linguaggio poetico-narrativo che ne testimonia l’incodificabilità e l’insignificabilità, tra poesie, aforismi, racconti, opere teatrali, film.

Rimane la questione da affrontare: se la vita non è circolare, qual è il suo statuto? Se ognuno circola, come l’uroboro, divorandosi la coda, allora: come ciascuno inventa la sua vita? La vita non va da A a B come crede il discorso scientifico e nemmeno va da A a A passando per A come crede Heidegger. La poesia indica già nel suo etimo che non c’è vita senza il fare. La questione non è quella dell’esistenza, ma del progetto e del progamma di vita.

E se Leopardi scrive dell’“infelicità degli schiavi e de’ tiranni, degli oppressi e degli oppressori, de’ buoni e de’ cattivi”, è perché non accetta queste coppie oppositive e non è né schiavo né tiranno.

Ci sono già i termini teorici per scrivere Il moto apparente del sole. Storia della felicità, senza cedimenti verso la felicità convenzionale, ma non si trovano in Heidegger. E non parliamo della felicità di ognuno, che è ideale, morta, e consiste pertanto nell’acme dell’infelicità.
La felicità è la crescita nella sembianza, nell’apparenza originaria, che non è più copia di qualcosa d’altro.

Certo, “apparentemente”, rispetto alla felicità del “civil gregge” che Leopardi chiama anche la “social catena”, la coscienza dell’infelicità umana può sembrare un traguardo nella teoria della conoscenza, ossia nella filosofia. E lo sarebbe se la gnosi, ossia l’albero del bene e del male esitesse, e non fosse la copia impossibile che sorge cercando di togliere di mezzo l’albero della vita.
L’itinerario di Giacomo Leopardi va nella giusta direzione, quella della qualità assoluta: dall’ultra filosofia alla poesia. E non si tratta di essere disperati, come Emil Cioran, nell’accorgersi dell’insufficienza dell’approccio filosofico, che tanto gli è servito per giustificare la scrittura convenzionale della vendita delle donne.

Il sogno che si realizza come incubo: togliere il male inferno per il bene superno. È il sogno dei più, non di tutti. Il sogno degli schiavi e dei tiranni che non riescono a fagocitare i non tutti. E Simon mago introna la meretrice.
Il tutto non contiene se stesso. C’è sempre una frase che lo scardina, che non è decidibile al suo interno. Il tutto non è coerente, non è completo, non è conscio, non è collettivo. Il tutto è una parte del niente, come insegna Armando Verdiglione.

Il niente è quel che non è ente: un modo per dire che non c’è più ontologia; mentre i più si sentono orfani dell’ontologia che non c’è e cercano sempre un’autorità a responsabilità limitata, tale è anche il caso di Heidegger preso come modello. Il sogno è quello della logica del fare, dei suoi fondamenti; mentre si tratta della parola come fondazione e della politica, l’altro nome della procedura, dell’industria.

La parola, nel suo atto, nella sua esperienza si può cogliere perché ciò che resta è una sua proprietà. Talvolta un appena un rigo, un aneddoto, un’immagine, un aforisma.

Il tema della lacerazione tra l’essere umano e il mondo appartiene all’ontologia, più che a Flavio Ermini. Dissolta la scienza falsa dell’essere - e anche quella dell’avere - rimane la nuda vita, la vita vera. E di questa si occupa la poesia. La lacerazione è un modo di avvertire il tempo quando qualche aspetto del fare volge in una economia.

“Prendere congedo dalle grammatiche dell’ascolto conosciute e accedere alla lingua che crea” (23). Flavio Ermini menziona i Nomothetes, i legislatori dell’età più antica della lingua, i nominatori. I Nomothetes dando i nomi diedero altra vita alla vita, la distolsero dal naturalismo.
Ebbene, l’atto di nominazione, come lo chiama Jacques Lacan, è l’atto di accesso. Tale accesso è già nella lingua. Propriamente, accedere alla lingua s’imbatte nel paradosso kafkiano di “Davanti alla legge” , dove chi aspetta di accedere per la sua porta muore di inedia.

Prendere congedo dalle grammatiche dell’ascolto può giungere sino alla vanificazione dell’ipotesi grammaticale della vita. Nel senso che la lingua che crea è la lingua che richiede l’instaurazione della funzione di nome, che è la funzione di crescita, più che di creazione. Il termine teologico “creazione”, molto usato nel linguaggio corrente (lavoro creativo, studio di creazione, cucina creativa...), emerge sul toglimento impossibile di Dio, per cui se Dio è morto l’uomo divino crea. Si tratta dello stesso uomo che Kafka fa risvegliare nelle sembianze di uno scarafaggio.

“Indagare la nostra ombra” (24) comporta d’averla davanti, a sbarrare il passo, a rendere circolare il discorso, secondo la natura dell’essere cara a Martin Heidegger. Il rischio è che l’indagine sia circolare. Occorre che la trave e il suo omeomorfismo, la pagliuzza, siano letti. Occorre indagare l’ombra, affinché non sia più “nostra”. Apparentemente, l’ombra diventa definitivamente “nostra” in Jung. Ma è l’altro nome del doppio. E la gnosi, mancando l’originario, vede doppio e anche multiplo.
Occorre che l’ombra non sia l’altra parte circolare della luce.

Il dolore non è dell’esistenza. Il dolore e il lutto vanno distolti dall’ontologia, altrimenti la vita si fa dolorosa e luttuosa, ossia viene sospesa all’albero dedotto.
L’albero del bene e del male è l’albero dell’essere e dell’avere. Le radici, il tronco e i rami dell’essere sono circolari. “Cercare il nostro destino alle radici dell’essere” (26) ha comportato per Heidegger l’adesione al nazismo, mai disconosciuta. Il suo movimento è indietro verso l’origine, e tanto gli basta per chiamare falso ogni approccio prima del suo. Il suo è il livello meno-uno. Ma non è lo zero. Il metazero di Heidegger risulterà un altro uno tra gli uni per altri filosofi, per esempio per Jean-Pierre Faye che trova all’origine la narrazione, la favola, la parola, e non l’essere.

“E gli uomini vollero piuttosto le tenebre”, Giovanni, III, 19. Ma non c’è l’insieme degli uomini che li contenga tutti.

L’esistenza cosciente s’approssima allo zero (26) quando lo zero non funziona, quando il commercio è lasciato all’epoca, alla sua linearità, l’altro nome della circolarità. L’epoca è il regno della sigla “=0”. Ora il meno-uno di Heidegger è un azzeramento, non cominciamento, non zero in atto, non crescita, ma circolazione. Per la filosofia l’atto è di pensiero e non di parola.

L’interesse di Flavio Ermini è per “l’atto di vita” (28). Per questo non conta il pensato e il pensabile.
Allora, “aprirsi un varco verso ciò che resta d’impensato” (29) constata l’impensabile dell’atto. Ma non c’è propriamente varco verso l’abduzione. Semmai l’abduzione abita il varco. Altrimenti ogni cosa si ridurrebbe alla portata della deduzione. Il varco è l’altro nome del transfinito, dell’intervallo. Il varco, il vallo, procede dall’apertura. Risulta ridondante la formula “aprirsi un varco”, che implica il soggetto che apre, ovvero che procede dalla chiusura.

“Il pensiero che parla della parola poetica è un pensiero che non può aver dimenticato di essere originariamente canto” (29). E tale è il pensiero di Flavio Ermini. Un canto bellissimo, che non ha più nulla del tentativo edulcorante del canone della bellezza dell’epoca. Per questo aspetto, il libro è riuscito.

L’esigenza di Flavio Ermini è quella di “una poesia che non si lascia pensare da un’altra istanza” (30). Inoltre: “Va chiesto alla parola di non abbandonare totalmente l’inquietudine dell’enigma per la quiete della ragione” (30). La poesia originaria non si lascia mettere in ceppi dal principio di ragione sufficiente. La poesia originaria ha i suoi principi che non sono quelli della filosofia. E se la poesia non si lascia pensare da un’altra istanza è perché l’autorità è una sua proprietà. Nessuna istituzione pubblica può garantire il poeta nella sua poetica. Nessun albo e nessuna corporazione dei poeti!

Imprescindibile la nominazione (31). Tale è il fulcro della questione per ciascuna vita. Qui il poeta - ma anche l’artista, il matematico, l’imprenditore - è nel solco dell’esperienza vera. E possiamo dire che meno teorizza e meno delira. Perché “ognuno” quando teorizza filosofeggia, si culla in un’amaca tesa tra l’albero di Platone e l’albero di Aristotele, che si concretizza ancor di più nell’albero di Porfirio. L’albero gerarchico. L’albero dei rinunciatari in materia di nominazione.

“Quel negativo ante rem che rifiuta d’articolarsi nella sintassi della ragione” (32) è la negazione freudiana, il non dell’avere - la rimozione in atto, il seme primario - che instaura un’altra sintassi.
Tuttavia “rompere la fitta tela concettuale tessuta dalla ragione” (33) vale a costruire coltri ancora più spesse; ma la tela sostanziale e mentale si vanifica all’apparir del vero, in ciascun istante.
E “riconoscere come propria ogni ipotesi di lavoro programmaticamente rivolta contro lo spirito del tempo” (33) comporta la sacralizzazione di tale spirito. La rivolta è il riconoscimento estremo del padrone. Tale è Heidegger, che Carl Schmitt potrebbe definire benissimo con la sua nozione di sovranità: “sovrano è colui che decide nello stato di emergenza”. E anche nel caso fosse riconosciuto l’heideggerismo come appartenente allo spirito del tempo comporterebbe comunque la sua sacralizzazione nella forma della rivolta contro “il più grande filosofo della prima metà del novecento”.

Da dove vengono gli elementi? Dall’antro? Sì, come modo dell’apertura.
I passi non sono nell’ordinalità della circolazione. Quindi ciascun passo non indica una padronanza (38). La parola può farsi segno non interpretativo (40).

L’al di là del regime di conoscenza (41) ha la conoscenza come orizzonte a zavorrare il cielo. Occorre che non ci sia più conoscenza, perché non c’è mai stata, come indica l’Esodo. Essenziale risulta non abbandonarsi alla lingua delle classificazioni (41). Ma il diventare realtà di ogni condizione del possibile (44) rimane nella circolarità dell’ontologia, che è sempre fondamentale. La poesia concerne il fare e non le categorie del possibile e dell’impossibile.

L’elemento alieno e perturbante (46) è l’elemento originario.

Dura è l’ombra dinanzi (49), tale la trave di Matteo, che nella vita assoluta diviene modo della croce, dell’albero, del ponte, e indica quel che resta da fare più che da dire.

“Il soggetto sfuma in forme di soggettività plurima” (50). Infinite potenziali sono le algebre e le geometrie del soggetto, che sfumando rinasce come l’araba fenice dalla sua cenere.

Hölderlin connette l’originario al presente, quindi all’essere; e forse proviene da qui la sua spinta alla pseudonimia.

“L’appartenenza al niente” (51) dissipa la credenza nella genealogia, nella predestinazione. Si tratta di una formulazione in logica ironica, come insegna Dante. Eppure riconoscere il niente come nostro essere mantiene ogni genealogia. L’essere, in quanto circolare, è genealogico.

Le questioni affrontate da Flavio Ermini sono essenziali, come quella del vuoto. “Il vuoto a cui la lingua ancora non ha dato parola” (51) ha vari statuti nella parola originaria. Gli arabi traducendo sunya, vuoto, dallo hindi introducono in occidente lo zero. Per i forgiatori di concetti (tale sarebbe l’attività del filosofo anche secondo Gilles Deleuze) lo zero è inconcetto e inconcepibile. Lo zero non c’è a Atene. C’è l’uno ma nell’ontologia, nel monofunzionalismo della funzione di morte, che diviene essere per la morte in Heidegger. Ci sono il meta-zero e il meta-infinito a Atene. Ipotesi chimeriche, unicorne e ircocerve che divengono anche big-bang e buchi neri nell’astrofisica, che come la fisica rimane una metafisica.
L’introduzione dello zero nell’occidente quando giungerà all’instaurazione vanificherà la filosofia, che verrà così posta a fianco dell’astrologia e dell’alchimia.

Allora, “il problema dell’origine è per la parola una questione capitale” (52). L’origine o l’originario? Appunto, se esistensse, l’origine sarebbe il meta-originario. L’originario dell’originario. La sua negazione funzionalizzata alla morte.

La disattenzione ai piatti stereotipi dai quali siamo circondati è una forma di sonno, di ipnosi, di delega agli stereotipi, che vanno invece letti come materiali per cominciare il viaggio linguistico, secondo l’indicazione di Peirce, che si trova a inventare esplorando i paradossi della filosofia.

Occorre che l’antro non sia un sacco, una sfera, una prigione dove il viaggio non possa che essere circolare.

“Il passato si riaffaccia e si apre un difficile varco verso il futuro” (55). Ma tutto ciò rimane nella circolarità. Infatti “dicono che all’inizio è la fine” (55). La circolarità non fa questione, pare, a Flavio Ermini, e risulta un postulato più che un assioma.

“La progettazione di una realtà intesa quale esperimento e quale pura ipotesi” (56) non richiede ancora l’ipotesi abduttiva, il fare. I nuovi germogliamenti dell’essere (56) sono circolari e consegnano ognuno all’infelicità. Garantito dagli alberi genealogici mondiali.

“Per quanto arida, questa nostra vita lascia un residuo, irriducibile a qualunque annullamento voluto dalla ragione” (58). E con questo siamo alle soglie di ciò che resta. Il bello della ricerca di Flavio Ermini è il confronto con ciascun elemento linguistico, anche quando emerge il discorso dell’essere, che rimane preso nella sua onda e assolutamente non a portata di mano.

Teoricamente Flavio Ermini invoca l’ontologia e poeticamente la sospende in ciascun atto.

Le “immagini archetipiche della trasformazione dell’uomo” (60) sono elementi della sembianza o sono copie, fantasmi? Per Flavio Ermini “queste immagini sono elementi cellulari che chiamano a sé elementi consimili per generare una catena” (60). La catena dell’essere, degli essere-per-la morte. Ma noi possiamo leggere con ironia la catena, come Leopardi. La catena come relazione, come giuntura e separazione, come nodo e snodo, come legame e slegame.

Sì, “l’uomo contemporaneo è un abitatore di torri” (63). Le torri dell’antivita, come le chiama Ermini. E certamente appare come “un celebratore di cattività”, ma la questione rimane di intendere se non ogni uomo contemporaneo sia così. Certamente sì quando insegue la profondità dell’essere e la superficialità dell’avere, che appartengono alla stessa logica. La poesia, come l’arte, è celebrazione della vita, non della morte. A questo proposito Giuseppe Pontiggia non si sbagliava, e nell’interminabile libro sull’autorità che non ha mai scritto teneva il bandolo della matassa. Il bandolo dello zero, il bandolo stesso del nome.

“Il tempo è l’estensore di una somma che conduce all’azzeramento” (72). Ossia è ciclico. Se non ci fosse lo zero nella sua funzione, che sospende l’azzeramento. Qual è il tempo che secondo il suo etimo è taglio e non asse della continuità che ha la discontinuità come suo colmo ideale? È il tempo proprio della poesia. Irrimandabile, irrimediabile. Il tempo che incombe. La sua sensazione impossibile è il terremoto. Mentre la sensazione impossibile del nome è la peste.

Leggiamo una delle parole che Ermini introduce con il suffisso “anti”: antiterra. Per ciascun elemento linguistico noi leggiamo la sua tripartizione funzionale, in questo caso: antiterra, terra, altra terra. Leggiamo il teatrino odierno a questo proposito: “terra” secondo la lingua adamitica dovrebbe essere terra per tutti gli umani, ma babele complica la cosa. E pare ci siano due vie di lettura: ci vuole la comunità degli interpreti che dia la giusta lettura agli umani illetterati, e questa è la soluzione di Umerto Eco che ha mancato la sua tesi di laurea su Peirce; l’interpretazione è infinita, e questa è la soluzione pluralista di Jacques Derrida che conferma il monismo filosofico.
“Terra” non è la terra di tutti, non è la terra della comunità degli interpreti della parola “terra”, non è la “mia” terra nel senso che non è l’idea che il soggetto ha della “terra”. “Terra” è quel che a ciascuno s’impone, parlando, come “terra”, mentre quello che non è “terra”, la non-terra, o l’antiterra di Ermini, non è confinato all’inesistenza, ma è quel che funziona. Il negativo in funzione Freud lo ha chiamato “rimozione”. L’antiterra è il significante rimosso che funziona come nome (è in tal senso non è nemmeno nome del negativo). E tra l’antiterra e la terra c’è altra terra. L’ipotesi abduttiva sulla terra. L’ipotesi improbabile. Per esempio, le ipotesi deduttive, probabili (nomi del nome, ipotesi mortifere) sulla terra sono pressoché tutte catastrofiche. In effetti, se l’ipotesi dell’essere e dell’avere vincessero la terra scomparirebbe. Le genealogie dell’avere che avanzano con il velo dell’essere condannano il pianeta al non avere e al non essere.

“Togliere brillantezza alle luminarie della rappresentazione” (74) mantiene le prerogative della rappresentazione, quando già l’Esodo ne ha annunciato l’impossibilità. L’idolo infatti è la sentinella dell’impossibile rappresentazione. Heidegger come caso di avere e di essere è la sentinella dell’impossibilità dell’ontologia (che è l’altra faccia di una logìa dell’avere).

L’antipensiero è la notte del pensiero. Il pensiero è il giorno dell’antipensiero. E tra pensiero e antipensiero va l’altro pensiero lungo il filo e la corda del crepuscolo: l’operatore, il connettore tra le logiche. Identificato nella clinica cifrematica di Armando Verdiglione con “Dio”. Infatti l’ateismo corrente sbandiera al suo posto l’operatore sociale (la richiesta è fatta anche ai poeti) e non trovando garanzia adeguata ma solo a responsabilità e a autorità limitate, tenta di fondarsi sulla elite degli operatori sociali; mentre il meno corrente monoteismo aveva piazzato nel delegato superiore le prerogative di Dio. Noi non scegliamo tra la genealogia superna e la genealogia inferna. Non siamo contro le genealogie: oggi, più che mai, essere contro le genealogie e il loro spirito del tempo corrisponde a consacrarle e quindi a riprodurle. Nessuna sovversione che serve solo a stringere la “social catena”, la “fila degli assassini”. Originario è il verso non il sovverso. La strofa. Questa è la vita, anche se l’uni-verso, il “mondo”, va contro la vita.

La posta in gioco per Flavio Ermini è quella enunciata da Leopardi nello Zibaldone: “essere sommi filosofi moderni poetando perfettamente” (78). Questa sfida Ermini la vince. Il moto apparente del sole è un libro bellissimo. E la sua filosofia è somma, tra le righe, in uno sforzo di lettura che privilegia il testo e non il discorso, che per altro non lasciamo non letto.
La nostra lettura pone infatti obiezioni alla filosofia in quanto ontologia fondamentale, scienza dell’essere, che trova il suo alfiere moderno in Martin Heidegger.

Flavio Ermini ha questa esigenza di un’altra lettura della filosofia, quando per esempio afferma “la necessità di accogliere il pensiero che si sottrae alla logica della filosofia”, oltre che la volontà di non scendere a patti con il linguaggio dell’epoca”, eppure si direbbe che scende a patti con l’heideggerismo epocale tuttora vigente. Per Flavio Ermini, non a caso, ogni procedimento poetico trova nel rizoma filosofico il proprio autentico alimento (84). Per noi, no: la cucina non ha bisogno di questo “tubero”. Il solo cibo che sia il mio, dice Machiavelli, è il confronto con il testo dei classici. E non è con le armi della filosofia che avviene il confronto; anche nella formula di Leopardi, che leggiamo così: la posta in gioco è leggere poetando. Leggere ciascuna cosa (non ogni cosa). Quindi leggere anche la filosofia, l’astrofisica, la matematica, la biologia, la sociologia, la storia, la teologia, la letteratura... senza “essere” filosofo, astrofisico, matematico, biologo... e senza “avere” le patenti convenzionali per farlo. Questa è la via di Leonardo, homo sanza lettere. E tanti suoi amici e conoscenti hanno smarrito la quasi totalità dei suoi testi (novantamila pagine su centomila), perché le sue incursioni su ciascuna cosa erano ritenute senza importanza rispetto alle letture accademiche e in buona parte filosofiche.

Infatti la curia ancora oggi è intenta alla digestione della filosofia e guazza nel compromesso, non tra teologia e filosofia, ma nel compromesso stesso della teologia, nella sovrapposizione tra il dio del paganesimo e quello del monoteismo, scritto con la maiuscola, ma sempre “greco”. Elohim è intraducibile con deus, zeus, theos; mentre l’essere superiore non è dio ma il delegato superiore del delegante inferiore, meglio noto come soggetto. Gettato sotto. E se risulta impossibile secondo i filologi ravvicinare theos a deus, ebbene non per questo la dottrina monoteista dovrebbe chiamarsi teologia o diologia, poiché anche il deus dei romani è pagano.

Certo, Ermini inaugura “un’altra scrittura” (79), e risiede qui l’interesse per il suo poetare. Non per apprendere come abitare la propria ombra (79), che resta inabitabile. Non per scovare il nostro doppio nel reietto in fondo alla nave come fa Conrad, o nell’impiegato che preferisce di no come fa Melville, o in Golijadkin di Dostoevskij che s’introduce nella scena regale per estrodursi come sosia di ognuno.
Abitare o non abitare l’ombra è lo sport dello scriba del supplemento, quello ricreato da Derrida sul calco della narrazione di Platone.

“La lingua delle origini” (81) non è la lingua originaria nell’atto di vita. Sì, “parliamo parole seconde”, e proprio questo “secondo” è l’originario. In tal senso Armando Verdiglione parla di secondo rinascimento senza più ordinalità, nemmeno la secondità di Peirce, che rimane sulle soglie della dualità pulsionale, della logica delle relazioni.

La parola, già procedendo dall’antro, è incodificabile, e i codici originari (85) sono piuttosto il ricordo di copertura dell’originario. È proprio la funzione di nome a introdurre il lapsus, il precipizio della parola, il controsenso che provoca la caduta di ogni presunto codice e metacodice.

“Il poeta è il portavoce delle cose primarie” (86). E più ancora, le cose e il poeta hanno la loro condizione nella voce come causa di verità. Il poeta, facendo, poetando, integra le cose nella parola, dalla quantità alla qualità.

Non si tratta di prendere congedo dalle grammatiche dell’ascolto (96) ma di leggerle e di dissiparne le credenze, che nel linguaggio di Leopardi sono le illusioni, altrimenti le grammatiche dell’ascolto ritornano come licenze, com’è il caso della grammatica heideggeriana.

Ermini si spinge sino alla logica paradossale, “a escludere tutte le esclusioni”. E il “sistema” d’inclusioni e d’esclusioni richiede ancora di più una lettura che non lo consacri. Il principio del terzo escluso è rispettatissimo da Heidegger, che lo impiega per chiudere il cerchio e togliere la spirale; e ossequiato da Schmitt che rifonda la distinzione tra amico e nemico, che in Platone è “solo” una narrazione nella Repubblica.

“L’elemento originario” (97) è ancora elemento d’origine, perché “il legame essenziale con l’unità originaria non è mai stato rotto” (97). Ma anche se si rompesse, resterebbe la circolarità dell’essere unitario. Quello che conta è che l’originario è incorruttibile, indistruttibile. Il sistema dell’originale e delle copie non toglie l’originarietà di ciascun elemento, e i contraccolpi del sistema indicano proprio che l’originario non è mai abrogato. Ma per i più i contraccolpi sono una fatalità negativa, avulsa dalla logica di vita.

Rimane enunciata la necessità di “una logica alla quale non siamo abituati: impura, contraddittoria, eccessiva” (98), che non può essere quella di Heidegger. Eppure tale necessità rimane invischiata nella circolarità, anche abbandonando la folla dei “sensati”, per “entrare nella piccola cerchia degli iniziati” (99). Nemmeno dando un anello a ciascuno dei sette membri del gruppo segreto Freud è riuscito a fondare la cerchia degli iniziati alla psicanalisi. Ma l’inconscio come logica, come idioma, è il modo dell’accesso, dell’entrare nella parola, e di non lasciarsi più gettare sotto la morte, nemmeno simulando di poterla guardare in faccia.

Più che inadempienti rispetto alla realtà convenzionale (99) occorre sfatare la sostanzialità e la mentalità della realtà convenzionale e accorgersi che è un’impossibile copia della vita. E tutto ciò che è fatto contro la copia mantiene l’ipotesi falsa, la pseudovita, la sopravvivenza, in altri termini, quelli ottocenteschi della psichiatria, la nevrosi e la psicosi.

Importa “dove la parola non è ancora asserzione”; eppure l’asserzione ontologica segue immediatamente questa bella perla dell’esperienza: “ma coappartenenza di presenza e assenza. Tra: il crinale su due abissi, all’inizio e alla fine dell’essere” (101). L’inizio e la fine (dell’essere come dell’avere) appartengono all’infinito potenziale, nel mentre il tra di transfinito indica che le cose non finiscono. È questo il singolarissimo infinito attuale introdotto da Cantor, che vacilla dinanzi alla sua invenzione matematica, affermando di scrivere sotto dettatura di Dio. Non riconosce, come il poeta di Flavio Ermini, la morte di Dio nel linguaggio, che è un altro topos comunitario dell’epoca.

Quello che Flavio Ermini dice per la tragedia vale per la sua opera: “non vuol dire ciò che dice, ma vuole dire ciò che non dice ancora” (105). E la partita di vita si gioca tra il dire e il voler dire. Tra il fare e il voler fare.
Se esistessero (e non si dileguassero all’apparir del vero) le funzioni dell’essere e dell’avere sarebbero: volere, dovere, potere, sapere.

“Il centro dei ricordi è la nostra dimora”(106). “Noi ci troviamo all’interno della sfera” (107). Ma non c’è trasformazione topologica della sfera che non ossequi l’ontologia. Ne rimane preda anche Lacan, nel suo tentativo di uscirsene con l’asfera. Il ricordo, insegna Freud, è sempre di copertura. La memoria originaria non è il deposito del già scritto, ma è quello che della poesia si scrive.

Moltissime sono le indicazioni in direzione dell’instaurazione della vita come dispositivo poetico, come “La natura instabile degli elementi” (117) o “La strada resta non tracciata” (120).
Così “il finito si addossa a un non finito possente” (127). Esatto. Si tratta del non finito potenziale o infinito potenziale. Mentre la poesia richiede l’infinito attuale, il transfinito, il paradiso di Cantor.

Foriero di sviluppi impensabili è l’enunciato: “Le forme non vengono dall’uomo” (128). Anche il Vecchio Testamento si può leggere in tal senso. Per non consegnare le forme nelle mani dell’uomo, l’uomo stesso è fatto a immagine di Dio, quindi né a immagine dell’animale (come crede la legione che ha per caposcuola Aristotele) né a propria immagine (come crede ogni psicologia, con le nozioni di immagine di sé, immagine del corpo...). Formatore e trasformatore non sono figure dell’uomo. Formatore è l’oggetto e trasformatore è il tempo. Non il soggetto.

“Ciascun intero è in se stesso diviso” (130), tale è l’uno che si divide in due, per fare poi di due uno.

L’incontro è sempre abduttivo, non contenuto in premesse che per deduzione lo identificherebbero. Ecco perché: “Nessun incontro si svolge con sequenze logiche di azioni che conducano a esiti intuibili” (136). Questa è la poematica, che Verdiglione chiama cifrematica. La scienza della parola e non più la scienza del discorso.

“Ora, mentre l’uomo che si piega all’ordine imposto è un’aberrazione, l’essere che non accetta si configura come una vera e propria disarmonia per la mentalità corrente”. “La non accettazione è una posizione gravosa” (147). La non accettazione dissolve addirittura la credenza nella gravità e lascia la posizione all’onda della sembianza. Porgere l’altra guancia è un modo della non accettazione, non della rassegnazione, non del gesto qualunque, che nella presunzione di scegliere, di prendere partito, si distoglie dalla decisione già presa e perde la partita.
La non accettazione non è il rifiuto, che invece sacralizza la cosa rifiutata: “il rifiuto della tipologia e della classificazione” (162) resta ancora escluso dalla tipografia originaria per la tipologia. La scrittura di ciò che resta è senza discorso, senza più logìa.

Ecco una frase che pare in debito con il lessico di Heidegger: “Essere, dunque, nel mondo, ma senza perdere il ricordo della casa dalla quale ci siamo mossi per andare incontro all’esperienza” (152). Certamente, nessun buco di memoria, come indica ironicamente un bel libro di Hubert Aquin, ancora non tradotto dal 1968. “Essere nel mondo” con o senza il ricordo della casa vale a girare in tondo.

“Dalla poesia si trae più miele che da tutti i fiori dei boschi” (159), e anche da tutti i fiori delle radure.

In Flavio Ermini non c’è la pretesa di nominare l’inconosciuto o di diventarne semplicemente il controllore (159). Conta “la trasformazione di una parola in un’altra parola” (159). Conta l’abduzione. Questa è la lezione più bella del libro.

“Il vero miracolo dell’opera è che essa conserva in sé la possibilità di ripetere - a ogni ascolto - la prima volta dell’invenzione” (161). Originario che è oltre la dicotomia possibile-impossibile. Ma si tratta di enunciati in logica ironica: ripetere l’irripetibile, la ripetizione dell’inidentico a sé, la possibilità dell’invenzione come se la pragmatica fosse reale, ossia psicotica.

“Una poetica senza mete e senza punti di partenza” (162). Senza più che l’itinerario vada da A a B circolando, esponendosi alla beffa di Gödel. E perché non leggere Heidegger come presunto punto di partenza del pensare la modernità e la classicità? Il rischio è quello di imbattersi nell’invenzione.

“Creare un’opera affrancata da ogni schiavitù a un ordine manifesto del sentire” (166). La libertà è proprietà del principio dell’opera, nel senso che la libertà è una proprietà originaria dell’atto di parola in cui procede l’opera. La poesia non offre nessun appiglio al sistema dei padroni e degli schiavi.

“L’essere congetturante non dichiara e non determina” (168), ma rimane “essere”, sebbene s’imponga “un altro inizio” (169), che indica l’originario, e sebbene la congettura sia un modo dell’abduzione, della trasformazione di una parola in un’altra.

“Quando una lacerazione nel dire si apre, comunemente viene presto colmata con un’ideologia o rimossa da un delirio. Ma per un istante l’uomo che porge ascolto al silenzio e fissa il suo sguardo nel niente qualcosa ha pur visto in quel varco schiuso sul disegno esauriente” (169). La copertura non tiene: originaria è l’apertura, che solo nel pathos è avvertita come lacerazione. Occorre precisare quale sia la politica dell’istante e come proceda dalla logica diadica, dall’apertura originaria, e non dall’aperto di Heidegger che è una dischiusura. L’intervallo è molto di più di un varco schiuso.

“Mi baso su nuove impalcature: a loro volta simulazioni, costruzioni ipotetiche” (170). Qui Flavio Ermini è sulla soglia dell’abduzione di Peirce e sul passo della costruzione nell’analisi di Freud.

Ma il cerchio dell’essere pare governare la vita dell’architetto dell’anima: “La mia costruzione segnica segue una linea curva. I punti di partenza diventano punti di arrivo” (172). E a questa posizione Ermini ha già risposto in altro modo, che abbiamo citato.

“Nessuna strada porta a un paese con un nome inequivocabile” (172). In effetti, l’equivoco è una proprietà del funzionamento del nome. Tolto l’equivoco, il nome diventerebbe il codice a barre delle cose.

“A ogni parola va imposto di separarsi dal senso che le preesiste” (173). E questo è già un cedere rispetto alla tripartizione di ciascun elemento linguistico. Separarsi dal senso comporta di eludere il controsenso per ricercare così un altro senso, dato come incognito.

“Una lingua assolutamente nuova” (178). Questa è la scommessa di Flavio Ermini e di ciascun poeta. Non di ognuno, che presunto per la morte s’adagia in una scrittura supplementare, teorizzata da Jacques Derrida, che in effetti scrive il suo testo come una postilla a Heidegger, come un supplemento a una sua parola, abbau, che traduce con decostruzione. La lingua per ciascuno è assolutamente nuova, irripetibile, anche negli elenchi di parole di certa poesia sperimentale degli anni settanta e ottanta.

“Non so quello che scrivo e le parole che scrivo non vogliono dire ciò che dicono, ma ciò che non dicono ancora” (179). Questione di pragma. Quello che ancora le parole non dicono è l’influenza in direzione del fare. Ciascuna parola influenza, è il vessillo di un progetto e un programma di vita. Se noi siamo “qui” per dire casa, albero, come afferma Rainer Maria Rilke, è perché “albero” può dire quel che ancora non dice e influenzare così la ricerca di vita, senza predestinazione dell’approdo.

“La parola poetica è inadempiente rispetto alle grammatiche del vedere” (206). Occorrerebbe quindi non adempiere geometricamente all’algebrista Heidegger, il principe dei fenomenologi: grammatica del vedere è un’eccellente definizione della fenomenologia, che non è altro che una briciola di ontologia. Peirce, ironicamente, la chiama faneroscopia, e ci invita a leggere i segni in una tripartizione, che poi moltiplica per un numero di coppie di categorie tale da rendere impossibile il sistema di Aristotele, dove “gentilmente” reperisce il termine di abduzione.

“La verità non può essere espressa in forma logica. Può levarsi solo dal canto” (207). Il canto è una proprietà dell’aritmetica, del ritmo in cui le cose si fanno. Senza il fare, nessuna verità.

“Possiedo forse troppo lacunosamente l’anticodice della nominazione? (209)”. Quello che “produce decostruzione sino all’azzeramento” (211). Quello in cui “la verità è tracciata sulla superficie della curva fetale” (213). La scommessa di vita è che questa curva risulti un fantasma di padronanza, di possesso. In effetti l’atto di nominazione è marcato dal “non” del possesso. La rimozione è irrimovibile.
La Bibbia lancia l’anatema sulla visibilità. Mentre la formalizzazione del paganesimo, la filosofia, cerca disperatamente la mondovisione, la piena visibilità di tutte le cose. La fenomenologia è questo.
Anche l’altro inizio di Heidegger appartiene alla controrivoluzione, la rivoluzione contro la parola, colpevole di non lasciarsi prendere, concettualizzare. Infatti “il fuoco sfugge sempre” (218). E si tratta del fuoco fatuo, del formatore irrelato, dell’oggetto della pulsione per Freud.

Alla domanda di Flavio Ermini: “Quale grado di affidabilità hanno le parole nella conoscenza? (218)”, possiamo rispondere con tranquillità: “nessuno”. Infatti ogni sistema d’affidabilità generale può svanire in un istante, dall’impero romano all’impero russo sino all’impero cinese. L’impero non resta, nemmeno nel suo presunto ricordo.

“Ha inizio la scrittura e, con essa, una seconda nascita”. Intorno a questo aspetto Giuseppe Pontiggia ha scritto il suo ultimo e bel romanzo, Nati due volte. Quanto a “Scrivere in etrusco” (223), che evoca una certa elaborazione in tal senso di Armando Verdiglione, rimane per ciascuno una scommessa di vita, proprio in questa epoca di appiattimento mediologico della scrittura. Per lo più l’editing delle case editrici opera per l’omologazione linguistica, affinché non emerga nessuno stile che possa fare sbalzare fuori dagli scanni le nomenclature.
Sulla soglia tripartita (che negata dà il trivio anche mediologico) da dove procede il flusso delle cose, che si combinano, senza più mescolarsi, l’estrusco ha la sua altra faccia nel fiorentino, la lingua che dopo Dante e Machiavelli è diventata diplomatica.

Il sogno è sempre l’incubo della perduta integrità che persegue l’unità, sino all’apoteosi della congiunzione degli opposti, cogliendo il fondamento dell’essere. Per questo “Il poema segnico è lo specchio incrinato dove ciascuno può andare a raccogliere frammenti di verità” (232). Lo specchio è inspeculare e intemporale. Solo nella durata potrebbe incrinarsi. E la verità stessa come effetto (poiché non risiede nelle premesse logiche, come se n’è accorto lo stesso Flavio Ermini) è inframmentabile. Il senso e il sapere sono effetti di “raccolto” (uno degli etimi di logos), mentre la verità è effetto di “industria” della parola.

“Nella luce penetra un’altra luce” (225). Antiluce, luce, altra luce. Partirebbe da qui un’altra bellissima ricerca, che potrebbe scalzare anche qualche illusione dell’astrofisica.

Importa Eros, non quando “conduce a un sapere accessibile”, ma in quanto “indica precisamente l’impossibilità di un calcolo e di una padronanza” (230). Eros nel senso in cui Freud parla di pulsione di vita, non nel senso di erotismo che è proprio quello del fantasma di padronanza. Ci sono due forme di erotismo: la magia o fantasma di padronanza sull’oggetto e l’ipnosi o fantasma di padronanza sul tempo. E in ognuno, la credenza nella magia e nell’ipnosi offre la misura del deragliamento dalla vera vita. Il comando degli oggetti e il telecomando dei soggetti formano la base del sapere a tutti accessibile. Ognuno ci crede.

Flavio Ermini giunge anche al segno, al nonsegno e al segno da inventare, ma scambia il nonsegno con il segno che non è ancora (235), ossia paga il dazio all’ontologia; nel mentre esige un’altra lettura e “richiede una sospensione, o forse l’annientamento, di ogni abitualità di senso” (234). Tale sospensione non è un azzeramento, ma un effetto dell’instaurazione dello zero, del nome, del padre. Non il nome del padre. Non il nome del nome.

Nell’indagine sul nonsegno, Ermini sfiora lo zero - citandolo - quando dice che si tratta di un “segno che ha cambiato statuto, che non è più quello che era” (235). Il ritorno del significante rimosso. Il funzionamento del nome, dello zero come non-uno.

L’aperto come dischiusura originaria (238) è il massimo sacrificio all’altare di Heidegger, nel mimetismo che toglie la mimesi. L’apparir del vero è senza più conoscenza. E conta l’emulazione e non l’imitazione. Non si tratta di escludere Heidegger, come tenta di argomentare il filosofo Emmanuel Faye, che ha scritto peraltro cose esattissime sulla struttura nazista della filosofia di chi ha tolto la dedica a Husserl dalle versioni di Sein und Zeit dopo il 1933. L’emulo di Heidegger può avviare una ricerca originaria a partire dalla sua nozione di aperto come dischiusura dell’essere. Anche Chiusa poesia della chiusa porta, opera poetica di Giuseppe Piccoli, non predestina nessuno al mimetismo, come ha creduto lo stesso poeta omicida e suicida.

“Ognuno avverte una continua dissociazione da se stesso” (240). Non ciascuno. Il quantificatore universale “ognuno” appartiene all’algebra della vita. La nozione di soggetto in Cartesio è la formalizzazione della nozione di ogni-uno di Aristotele. E la nozione di essere per la morte in Heidegger è l’aggiornamento di quella di soggetto, passando per l’esserci (dasein, che in francese è tradotto con être-là,in tal senso sub-jectum) che dichiaratamente è la sua traduzione-tradimento del soggetto cartesiano.
Flavio Ermini parla del soggetto come centro assoluto, ma si tratta dell’oggetto. Centro vuoto, punto vuoto, sembiante non apparente né reale.

La festa è tra discorso della morte e parola originaria (246 e sgg.). La parola originaria è allusa dal viaggio non ordinario (249), inontologico. E tuttavia, nel discorso e non nel testo, l’ontologia è sempre affermata: “la parola non è ancora asserzione, ma coappartenenza di presenza e di assenza” (251). “In un cielo ontologico” (252). Per intendere, in logica ironica si potrebbe affermare che i presenti sono assenti dalla vera vita.

Occorre esimersi dall’algebra e dalla geometria del vuoto, dall’azzeramento e dallo svuotamento. Ma la tentazione nel capitolo “Il vuoto” è quella di abitarlo. Affermando che è in noi, che ci costituisce (254). Noi: io e l’altra parte di me stesso. Ma che non ci sia perché non è mai esistito il soggetto se non come creatura gnostica, tale l’unicorno (che si potrebbe leggere in modo non più gnostico), implica che il sé è oggetto e non soggetto. Non c’è il sé diviso in due o più parti di me, come santificava laicamente il non più citato Ronald Laing. Eppure su questa ipotesi poggia la giustificazione dell’irresponsabilità penale di Althusser per aver strangolato sua moglie.

“Dietro l’azione si nasconde la paura” (255). Esatto. Eppure facendo la paura cessa. L’atto di parola non è l’azione del discorso. L’atto non è contenuto nel fatto. L’idea per l’azione, ossia dio morto ma abbastanza vivo per operare come esecutore testamentario di una parte dell’uomo sull’altra parte, qualifica l’uomo filosofo, quello divino, anche un po’ diabolico, certamente animale, più o meno razionale o politico.

Sì, nella spazializzazione dell’atto nel fatto: “La paura stende ovunque le sue reti” (257). E ognuno è dominato dallo stato di solitudine (259), tra isolamento e compagnia. Occorre spingersi sino alla solitudine dello “stato”: la solitudine come proprietà dell’oggetto, che è anche stato imprendibile. In tal senso, nessuna presa dello stato, né da parte del filosofo né da parte del poeta, che in alcuni casi ci hanno provato.

L’algebra dell’esperienza volge verso il suo nulla finale, “la somma delle nostre esperienze” (259) sarà sempre uguale a zero: “Ma il risultato conclusivo è uguale a zero” (260). Eppure lo zero è quello che impedisce l’azzeramento, che Flavio Ermini chiama il mio “=0” (260).
L’uguaglianza a zero, perseguita dalla realistica ghigliottina e dalla fantastica livella di Totò, si dissolve con l’instaurazione dello zero, cominciando, senza più garanti.

L’algebra e la geometria si chiamano coscienza e la loro figura è quella della circolarità dell’essere, dove la profondità del nulla si divora la coda, disegnando uno-zero, da leggersi come analemma del transfinito.

Flavio Ermini pone anche obiezioni alla storia della filosofia: “Eppure larga parte della storia della filosofia non è che la storia dell’esasperazione di concetti ritenuti erroneamente elementi basilari dell’essere” (267), ma non pone obiezioni alla filosofia, che mondata dalla storia rivelerebbe un “essere” senza errore. Inoltre conta l’imprendibile, l’irrelato, l’inconcetto, il sembiante.

Il ripudio, come il rifiuto, sacralizza la convenzione mondiale. Così il prelogico preserva il logicismo e il preverbale conserva il verbalismo, silenzioso o vociferante. Non è questione di “logico” o di “verbale” ma della scienza della parola.

Occorre che il fine si qualifichi come ipotesi abduttiva, quella che non c‘è nelle premesse logiche. Mentre l’ipotesi deduttiva conferma l’insensatezza di qualunque fine (270). E così l’inespresso non è il frutto deduttivo di un’espressione ontologica che circolarmente si manifesta. L’inespresso giunge a compimento nel fare, imprimendosi sino al tipo, alla sua grafia (tipo-grafia) nell’edizione di vita.

Il varco è dal “perpetuo inizio” (274) al cominciamento delle cose. All’apparire del vero,la soggettività è fugata. Resta quello che dell’esperienza - non del discorso - si scrive.

L’esperienza procede dal due come apertura, non dal due-in-uno (276), che nelle figure di Dante offre l’esca dell’acefalia. Il due è originario, non la duplicità, che vorrebbe salvare il monismo, l’essere soltanto uno, dato come impossibile.
La sommatoria confusiva chiamata pensiero, che avrebbe la capacità di mettere insieme gli opposti, è la sintesi della gnosi. Algebra e geometria della vita.

Allora, “come accedere all’antipensiero?” (277). Ma l’istante zero della circolarità tra pensiero e antipensiero non ferma l’inesorabile circolarità dell’essere e dell’avere. Non c’è accesso all’antipensiero perché il non pensiero è l’accesso. Pensiero, non pensiero, altro pensiero. Il non pensiero è il lievito del pensiero. Lo zero aumenta l’uno nel dieci! Non è la negatività da escludere, il vuoto non è da situare, abitandolo o disabitandolo.

L’antipensiero come azzeramento del pensiero è giunto all’apice con la decostruzione, leggendo l’invenzione della psicanalisi come scoperta archeologica dell’inconscio, che non sarebbe altro che la caverna platonica in tutto il suo fondo illeggibile ai più: “dentro la pietra scavata, nel corpo a corpo con la polvere” (279).
Anche il cuore di tenebra di Conrad, convocato da Flavio Ermini, contiene l’indovinello gnostico del doppio, come lo contiene anche il giocatore di Dostoevskije non solo il sosia, che in russo, tradotto alla lettera, è proprio il doppio. Certamente questi scrittori “osano” nominare in modo eccellentissimo la questione, che resta da leggere.
Osare, accedere, crescere, cominciare sono proprietà dello zero preso nella sua funzione di rimozione. Nulla a che vedere con il represso, l’inespresso, il compresso, il depresso. Il lievito dell’impressione sino all’edizione è dato dallo zero, dal nome innominabile e anonimo.

La lingua poetica è integra e integrale. Perché “La lingua deve frantumarsi per esprimere nel buio delle cesure ciò che si sottrare all’espressione”? (279). La pseudo lingua frantumata risorge dopo aver divorato la propria coda come lingua unificata che mette insieme l’espresso e l’inespresso? I buchi e le lacerazioni, tale è la lezione di Lucio Fontana, appartengono alla copertura sociale, ne costituiscono l’impossibile rappresentazione del sintomo. La lingua poetica non è soggetta alle quattro funzioni umane “espresse” dai verbi: dovere, potere, volere, sapere.

Lo stato è sembiante e non è paradisiaco e nemmeno demonico (279). Eppure lo stato è condizione dell’inferno e del paradiso, del labirinto e del giardino, della ricerca e dell’approdo. Ma il sembiante non è temporale, non è soggetto al tempo: è oggetto insituabile, oscuro. Non si illumina e non si spegne. Flavio Ermini asserisce che “dall’oscurità non si può rifuggire quando si è alla ricerca della luce, perché ogni cosa, qui, ha in sé il proprio opposto” (279). Questa è la condanna dell’uno alla circolarità dell’essere, dalla divisione dell’uno in due all’unificazione del due in uno, dischiusa in infinite algebre e quindi in infinite variazioni della variabile umana: “ogni uomo”.

La luce, insegna Dante, è quel che si intende in paradiso, mentre la difficile ricerca qualifica l’inferno come labirinto non infernale. La gnosi è la credenza nell’albero del bene e del male (ovviamente da purificare dal male), è la credenza stessa nel male, la credenza nell’infernale. Così la ricerca della luce è il vano tentativo di rendere paradisiaco l’infernale, e un contrappasso può risultare la tenebra al cuore o le pareti di carta del cuore del dottor Zivago.

Anche la ripetizione resta imbrigliata nell’ontologia del cerchio, dove il punto d’arrivo si doppia sul punto di partenza. “La ripetizione è ripetizione ogni volta rinnovata di un percorso verso la fine” (281). Occorre semmai la ripetizione che in un altro passo del libro Ermini qualifica come invenzione.

“È attraverso i poeti che nella trama illusoria della nostra storia irrompe un frammento di verità” (282). E qual è la storia che crolla nell’insignificanza all’irruzione della verità? Il romanzo famigliare della genealogia negativa.

“La poesia disancora l’essere dal principio di ragione e lo espone non solo al poter essere altrimenti ma al poter non essere” (283). Ma non è ancora il non dell’essere, l’assenza di genealogia. C’è l’esigenza di dissipare l’ontologia, che risulta paradossale rispetto alla vita vera.
Il non essere e il non avere hanno un altro statuto dopo quello formulato da Leopoardi che li connette al nulla. Il nome, lo zero, il padre, introduce il non dell’avere e il significante, l’uno, il figlio, introduce il non dell’essere. E questo in una dislettura di Freud, Lacan, Verdiglione.

“Qual è il sogno? Congedarsi dal calcolo imperante della tecnoscienza” (284), che uscita dalla porta non deve nemmeno rientrare dalla finestra, poiché i suoi presupposti imbevono la stanza: l’essere come sostanza e mentalità. Il cerchio dell’essere, con la presunzione di potere “riandare all’inizio della nostra storia, nell’antro da cui ha origine l’essere umano, e con lui la prima nominazione”
(284). Il primo essere, il primo nome, il primo padre, la prima rimozione, il primo lievito, il big bang. Tentazione, tra gli altri, di Heidegger e di Lacan. Kurt Gödel invece ironizza sulla credenza nel cerchio che permetterebbe a ognuno di lanciarsi nel futuro per ritornare dal passato in tempo per uccidere nel presente il padre certo prima d’essere generato. Il minimo comune ateismo mondiale non crede in Dio e crede nel potere di lanciarsi nel buco nero per ritornare dal bang bianco.

Flavio Ermini tra l’aperto (284) e l’apertura originaria (285) situa l’antro prima, “al cui interno s’impone la parola”. Interno esterno non sono ancora un modo dell’apertura, sebbene in virtù dell’aperto “saltano le facili separazioni tra interno ed esterno” (284).
O l’antro è l’apertura stessa, e la caverna di Platone esige la caverna di Leonardo, oppure gli umani sono condannati all’albero della conoscenza, mancando persino i sentori dei frutti dell’albero della vita.
Il fondamento dell’essere e dell’avere è appeso all’albero della conoscenza. Lo si riconosce dalla pelle del serpente, che fa cerchio divorandosi la coda, di metamorfosi in metamorfosi, escludendo la trasformazione. È la sopravvivenza del serpente che “conduce ai concetti dell’attesa inappagata e dello smarrimento” (287). Ognuno, come animale fantastico, circola, smarrito e senza soddisfazione, ossia infelice, che si ritenga pieno o mancante di “nessi causali, consecutivi e finali”.

Sì, “resta tuttavia difficile saper ascoltare la voce dell’anima” (287). Ma per i più è facile ascoltare la voce dell’anima e anche quella o quelle del corpo. Basta abboccare a una briciola dell’ontologia. Algebra dell’anima e del corpo? L’anima e il corpo sono già l’algebra della vita intera, integra, vera.
L’ipotesi del corpo nel corpo, dalla farfalla (psiche, anima) al cancro comporta il tumulo, la tumescenza, in un paese dove non solo i muri parlano ma anche le lapidi. Tale sarebbe, se esistesse, la psicosomatica, anche nelle sue altre varianti psy, nessuna esclusa.

Nella millefoglie circolare dell’esistenza: “l’anima, una falda remotissima dell’essere, assunta come originaria” (288). Ma ognuno potrebbe come Heidegger spostare più in là di un livello la falda e scovarne una ancora più remota. Alexander Grothendieck, matematico geniale è stato colto da vertigine nell’andare sempre più indietro a trovare la vera falda del numero (la serie termina con schema, topos, motivo...), e da anni abita la selva francese, sempre più conoscitore dell’algebra del cibo e dell’algebra di Dio. Curiosamente per il suo amico matematico Pierre Cartier, che ha fatto parte del gruppo Bourbaki, Grothendieck è alla ricerca di un nome: « Le nom est celui du père ! ». Ma questo sarebbe il metazero, quello apparentemente saldo in mano ai metamatematici, come crede Gabriele Lolli.

“La nostra esperienza diventa una corona di frutti sospesi a un albero inesistente” (288). Nel Genesi, l’albero che non c’è è quello del bene e del male, che non sta al centro del giardino, dove invece dimora l’albero della vita. Riformuliamo l’ipotesi di Flavio Ermini: la nostra esperienza approda alla corona di frutti procedendo dall’albero della vita. La qualità estrema è il frutto, mai a portata della mano.

“La voce dell’anima si leva da zone dell’essere che restano inaccessibili” (288). Semplicemente aberrante la voce inontologica. Nessun luogo della voce, né l’anima né il popolo. La voce, punto vuoto. Ma solo tra due punti pieni, fissi, si potrebbe avere “la conoscenza da un punto A a un punto B” (289), proprietà che giustamente Flavio Ermini disdegna e attribuisce all’agglomerazione. Senza scordare che l’isolamento è l’altra faccia della compagnia. E quindi altra ancora è l’esigenza di leggere la solitudine come proprietà della voce e non dell’uomo.

Certamente, “semi di soluzioni diverse da quelle solitamente sperimentate potrebbero ancora germinare” (291). Senza più ricorso al possibilismo, il seme è lo zero, il nome, il padre, il lievito. La funzione germinale è la funzione di rimozione.

“Ma il pensiero logico tenta di far dimenticare quella voce che precede la lingua degli umani” (291). Né altra lingua né lingua altra, la lingua degli umani sarebbe scritta in linguaggio logico-deduttivo per “far dimenticare”, ossia per rendere l’oblio umanissimo. La voce non si lascia personalizzare né socializzare; nemmeno lo specchio e nemmeno lo sguardo, al quale come “perturbante” Flavio Ermini ha dedicato più interventi nella rivista di ricerca letteraria che ha fondato e che dirige da trent’anni, “Anterem”.

Nelle teorie della conoscenza l’apertura è letta come lacerazione originaria (292). E accade pure che nell’inconoscenza della vita vera s’instauri l’originario, dissipando lacerazioni, smagliature, crepe e buchi, ai quali ha persino creduto un non credente come Lacan.

“La nostra incapacità di separarci dai meccanismi sclerotizzati del logos” (293) è connessa al tentativo di rendere a portata di mano la separazione. È con l’instaurazione dell’uno, nella sua differenza da sé, che ciascun elemento è “libero dal numero freddamente classificatorio” (293), che tra l’altro Ermini convoca in “un sistema enucleativo” (293). Il nucleo è la condizione di ciascun elemento poetico e ostacola ogni presunto sistema elementare, che non è una prerogativa della parentela indagata da Claude Lévi-Strauss e nemmeno della filosofia di Aristortele che ne forgia il termine.
La vita falsa è l’impossibile sistema. La vita vera è insistematizzabile.



(1) Termina qui la versione della nota di lettura pubblicata sulla rivista "Helios".

Flavio Ermini, poeta e saggista, direttore di "Anterem" e fondatore di "Convergenze".

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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26.04.2017