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“Non lavori più nella terra ma nel cielo”

Luigi Terrini. La materia del vero

Giancarlo Calciolari

Chi non ha da difendere orpelli di ceto, di casta, di genealogie di potere, volere, dovere, sapere, (chi non trova angoscianti le sue icone) riconosce subito nelle opere di Luigi Terrini la materia del vero.

(17.10.2010)

"Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio?

O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave?

Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello."


Matteo, 7, 3



Luigi Terrini dipinge da tempo immemoriale: non c’è dettaglio della memoria in cui la pittura sia stata sospesa anche solo per un attimo. Da bambino impara dal fratello, già preso dall’interesse per la pittura. Dopo un apprendistato di falegname, alla morte della madre, si volge verso un lavoro di assistenza alla salute.
Frequenta l’incisore Giordano Giorgi, i pittori Dante Brolio e Luciano Albertini. Umberto Tessari, allora preside dell’Accademia d’arte Cignaroli di Verona, gli dà utili indicazioni rispetto al suo lavoro pittorico.
Un tratto costante dell’esperienza di Luigi Terrini è la ricerca, sempre in atto. Ricerca di materiali, di tecniche, di incisività, di stile. Ricerca che nutre con visite a mostre e a musei. E gli approdi non mancano: un alfabeto singolare di opere intense, forti, coinvolgenti.
Espone in varie collettive, in particolare per tre volte alla Loggia di Fra Giocondo in piazza dei Signori a Verona.


Nel serraglio sconfinato della sopravvivenza, talvolta contrassegnato da croci, l’artista gioca una difficile partita contro il totem tecnologico, capace di imporsi universalmente con le schiere delle sue creature numeriche? Oppure gioca la partita nella materia del vero, che procede dalla contraddizione, non esente da fantasmi che è sempre il caso di leggere e di fugare?
Ecco la trave, ecco la croce, ecco il crocefisso. Ecco la trave con la mano ferita. Ecco il chiodo a cui gli umani appendono la loro vera vita per accontentarsi di sopravvivere nella vita falsa.


“Che cosa c’è di più bello di una trave di una chiesa?” Tale è l’estetica di Luigi Terrini. Né personale né sociale, ma quella inderogabile della vita, quella che emerge per la persuasione della negatività dell’elemento linguistico. Negatività senza negativismo. Il “non” della trave. Nel senso che la trave di Terrini non è la trave del canone estetico sociale dominante, che è quello della pagliuzza. Appunto. “La trave indica quello che è davanti ai nostri occhi e non riusciamo a vedere”. Questione di ascolto e di lettura.

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"La trave"


In occasione della prossima mostra a Soave, facciamo delle cartoline per invitare il pubblico di Luigi Terrini. È pronta una bella foto dell’opera “La trave” esposta nei giardini dell’ospedale di Vicenza. Terrini dice di no, che è meglio mettere una delle foto che gli abbiamo fatto nel corso della conversazione-intervista a casa sua. Che cosa c’è di più trave di quella foto? La trave siamo noi, dice Terrini.
Ci troviamo a leggere in altro modo l’indicazione di Leonardo che afferma come i cattivi pittori facciano sempre il proprio pessimo autoritratto in tutte le loro opere, e di come la legnosità sia l’indice dell’autoritrattismo, oggi divenuto di massa. La frase “La trave siamo noi” dissipa ogni autoritrattismo, che è tipico della mentalità della pagliuzza.


La legnosità della trave, della croce ha guadagnato l’umano e la sua scorza resta da leggere se non si vuole rimanere suo ostaggio. La trave è il pregiudizio di ognuno e è anche quanto di più bello ci sia. Senza temere la contraddizione - cosa da teologi e non da filosofi: occorre partire dai pregiudizi a disposizione come afferma Peirce, l’inventore della semiotica. E vanificare la sostanzialità e la mentalità della scorza dell’albero del bene e del male, l’altro nome della trave, per disporsi all’apparire del vero. La materia del vero. La nuda vita. Le nude mani e i nudi piedi di Luigi Terrini non ingannano, alle prese com’è con la trave e non con la pagliuzza.

Luigi Terrini non si lascia andare nella società dello spettacolo, ossia non cerca d’essere simpatico, bravuomo, affiggendo la sua origine popolare e i suoi debutti difficili, per cui non si può dire che per lui tutto vada bene anche nel peggiore dei mondi mediatici viravoltante su di sé.


Si può dire che Luigi Terrini produca nell’invisibilità totale, ben che sue opere siano state esposte anche in luoghi pubblici di alta frequentazione, una sospensione del luogo comune, quello della pagliuzza nell’occhio del fratello.
Il cattolico Luigi Terrini si è trovato emulo del fratello maggiore, pittore e corniciaio, in assenza di fratricidio. Né micro-sostanzializzazione della pagliuzza né macro-sostanzializzazione della trave.


Integro è l’albero della vita, l’altra trave. Le cose procedono secondo l’integrazione, dalla trave come verticalità e orizzontalità.
Terrini potrebbe smettere la difficile ricerca e lasciarsi andare a ben gestire le acquisizioni artistiche di una vita, ma si disintegrerebbe come tutti.
Nessun abbraccio della trave. Non c’è nessuna necessità di appendersi all’albero della conoscenza del bene e del male, poiché l’albero pagano, fallico, circolare è una contrappasso e semplicemente non esiste nella struttura delle cose.


Non c’è da attendere la riconoscenza del bene e/o del male, fosse anche quella dei posteri per un’opera di genio sfuggita ai più. Eppure anche un amico dell’artista dice che sarà riconosciuto come un grande quando non ci sarà più. Mentre noi che abbiamo letto svariate teorie della remunerazione terrestre e divina non culliamo neanche questa chimera.


Ora Luigi Terrini è ricercatore immediato, diretto, innocente, selvaggio, preso nella materia del vero anche quando affronta i pezzi da novanta che la falsa vita spara contro la vera. A cosa servono le sue opere astruse, i suoi oggetti senza più funzione d’uso, come la canoa innalzata all’entrata della sua casa atelier? Perché delle sculture assemblate con ferraglia e pezzi da rotamaio? Perché tante crocefissioni e travi in un’epoca che abolisce la croce e espone Cristo sospeso, senza resurrezione? In breve, perché questo eccesso di materia? Non è troppo? Troppo è troppo!
Perché Luigi Terrini non viene avanti anche lui - in questa epoca di sovraesposizioni spettacolari irradianti i trecentosessantagradi del cretinismo universale - mascherato come pittore e scultore che riduce l’arte a una decorazione fuggitiva sempre più cara?


La falsa vita è una patina consacrata e esecrabile sulle cose. Ma risulta impossibile coprire “la forma forte e potente di Cristo”. Ciascuno si pone la questione di Cristo, che è anche quella della visione senza più la trave.


A noi come a Luigi Terrini non interessa constatare la diffusione planetaria della trave sostanziale e mentale, ossia diventata abito fisico e psichico dell’animale uomo: importa procedere dalla trave come croce, come albero, come ponte, come diagramma della vita. Occorre già che la trave come parola entri nella vita come elemento artistico, poetico, culturale, scientifico, nel mentre le onde della vita divelgono le travi che ancora incuneate negli occhi permettono il telecomando degli umani, i più, quelli dediti alle pagliuzze e alle foglie di fico, i rinunciatari che cercano di fare il pelo alla trave di Luigi Terrini, aggrappandosi ai relitti della storia dell’arte, a una delle forme più comuni di non lettura della vita.


Chi non ha da difendere orpelli di ceto, di casta, di genealogie di potere, volere, dovere, sapere, (chi non trova angoscianti le sue icone) riconosce subito nelle opere di Luigi Terrini la materia del vero.
Pittura e scultura dove il nero è il principe dei colori, senza più sovrapposizioni né accostamenti geometrici, ma secondo una procedura di integrazione artistica e culturale. Per Luigi Terrini “lavorare è vita”: si vive in un’altra maniera, “non lavori più nella terra ma nel cielo”.

Luigi Terrini, vive e lavora a Soave (Vr).

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".

Fotografie di Giancarlo Calciolari.

22 agosto 2006


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