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"La favola pitagorica" di Giorgio Manganelli

Marina Monego
(15.08.2006)

“La favola pitagorica” raccoglie una serie di resoconti di viaggio realizzati in varie parti d’Italia da Manganelli e pubblicati tra il 1971 e il 1989 su quotidiani e riviste.
Dopo un “Viatico” introduttivo gli scritti sono ordinati dal Nord al Sud dell’Italia (dall’Emilia si giunge al Sud archeologico). In appendice è riportata una “Lettera sulla Toscana”, una autentica lettera alla famiglia pubblicata postuma su “L’Unità” il 18 ottobre 1993.
Gli articoli qui radunati offrono una panoramica sul personalissimo e colto modo di viaggiare di Manganelli, un andare attento, ma visionario, non privo d’ironia e arguzia.
Manganelli si muove con i cinque sensi all’erta e stabilisce con i luoghi un rapporto personale, singolare, talvolta angoscioso, mai banale.
Il “Viatico” è una sorta di manifesto del viaggiare secondo Manganelli:
“Il viaggio è fatto in primo luogo di se stesso. È uno spazio longilineo, dentro il quale, come in una fessura del pianeta, cadono immagini, profili, parole, suoni, monumenti e fili d’erba”(p.11).
Non è uno spostarsi turistico, è elitario, addirittura snob, infatti si viaggia da soli o con “sparuta e congeniale compagnia”. È allontanarsi dal proprio luogo usuale per scoprirne altri, non necessariamente quelli più celebri e decantati. Manganelli diffida dei capolavori, che descrive spesso in modo angosciante.

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Georges Duhamel, "La légende du chien rêveur", 1999


“I capolavori sono vendicativi. Credo tuttavia che sia opportuno considerare l’incontro con uno di tali mostri come una splendida occasione, una esperienza che non è detto sia di prona devozione. Detestare un’opera insigne conferisce stile e sottigliezza al nostro odio”(p.12).
Spiazzante l’incontro col Partenone:
“Sull’Acropoli di Atene, davanti al Partenone, provai un odio profondo e insieme, oserei dire, nobile. Era un capolavoro? Non sono certo che esistano i capolavori. Esistono dei miti che sono diventati marmorea forma. Il Partenone era ai miei occhi, in modo sublime, un mito che detestavo: la chiarezza intellettuale, la superbia geometrica, l’ignoranza del magma, del disordine, del sogno, dei demoni e dell’incubo; avevo di fronte l’ossessivo mito di ciò che sarebbe stato Europa; ma avevo in mente gli spazi planetari, il fango organico dell’Africa: la sua splendida paura, l’indecifrabile bellezza degli animali, la riluttanza alla forma, l’ignoranza di qualsivoglia geometria”(p.12).
Manganelli detesta anche fotografare, perché l’atto stesso fa scomparire una parte del tutto soffermandosi sul dettaglio. Viaggiare è esperienza passionale e totalizzante, che comprende anche il pernottamento e il cibo, giacché una città di cui non si sperimenta il cibo è “rata e non consumata” .
Personaggio atipico, Manganelli ci conduce in un itinerario molto selettivo di regioni italiane, attraverso monumenti, città, paesetti, ruderi, scavi archeologici, una terrificante beauty-farm di Chianciano specializzata in terapie dimagranti fino all’archeologia meridionale de “La favola pitagorica”.
Ampio spazio viene dedicato a Firenze, una vera “cooperativa di capolavori”, a tale densità artistica da risultare angosciante. Come in una scenografia (ma quest’aspetto sarà assai evidente nei reportages dall’Abruzzo), Manganelli ci presenta le varie opere, conferendo loro un carattere, le attraversa con il suo sguardo originale, attento, indagatore e fantasioso.
Il battistero è, ad esempio, un terribile tiranno che sta al centro di un’autentica “geometria del terrore” da lui instaurata nei confronti degli altri monumenti.
C’è in Manganelli una volontà precisa di scoprire non il lato esteticamente bello della città, ma anche un suo elemento demonico, ctonio e proprio per questo più fascinoso. Degli aspetti turistici non sa che farsene.
“...Firenze «bella» è una città esorcizzata; non fa male, è solo una fonte inesauribile di letizia intellettuale, non conosce demoni, non significa nulla, non allude, non è una allegoria del mondo”(p.32).
Egli cerca “il luogo dionisiaco”, mitico. “Una città è un reticolo di luoghi, percorsi, soste, angoli, include edifici ed assenze di edifici; include tutte le possibili città che sorgono davanti ai nostri occhi, a seconda dell’itinerario che percorriamo”(p.30).
Ecco allora che egli osserva i capolavori, ma potrà cercare anche i luoghi minori, nascosti, “le forme distratte e schive”.
Manganelli ha la straordinaria capacità di leggere i luoghi italiani come se fossero stranieri. “L’italiano che emerge in me a Firenze è uno dei modi dell’altrove; come dire che Firenze è estero, ed anzi che a Firenze scopro come l’Italia intera possa essere estero. Firenze è estero perché, qui, l’Italia è estero. È un luogo da raggiungere, un luogo lontano. È fuori”(p.66).
Egli legge i luoghi come fossero libri grazie proprio al suo esser letterato, che in ogni città ritrova richiami letterari e in particolare a Firenze, dove cammina “immerso nella letteratura italiana, ed è una letteratura domestica, quotidiana”(p.66).
Firenze gli appare città governata da una “rissa geometrica” cui alcuni monumenti, situati in disparte, cercano di sottrarsi, per il resto è rivalità tra opere, che finiscono tutte per piegarsi alla tirannide del Battistero.
Gli Uffizi sono un “delicato leviatano”, di giorno popolato dai visitatori, ma di fatto abitato dalle sue opere: “il vero popolo del museo è fatto dai quadri, dalle statue, dagli arazzi mentitamente taciturni. Se durante le ore pubbliche si riparano nel limite della cornice, durante le lunghe ore di solitudine reciprocamente si contemplano, si imparano”(p.58).
L’”anima di carta” manganelliana, esule ovunque, finisce per essere di casa a Firenze, proprio perché la letteratura è indigena.

I testi di Manganelli non sono mai banali, neppure quando si abbandonano al giocoso e all’ironico o si occupano di fatti d’attualità per l’epoca come gli scavi a Piazza della Signoria o la chiusura al traffico del centro storico.
Aperture paesistiche e senso della scenografia accompagnano i reportages dall’Abruzzo, di cui Manganelli visita città principali (L’Aquila, Teramo, Chieti, Pescara) e paesi, oltre al Parco nazionale.
Paesaggi e fitti richiami letterari (D’Annunzio, Ovidio, Silone, Croce) s’intersecano. Sempre l’Autore ricerca l’essenza delle località: Pescara è “geometrica”, nuova; Teramo è “schiva e appartata”; a Cocullo, famosa per la processione dei serpari (il primo giovedì di maggio vi è la processione di san Domenico con un collare di serpenti vivi e la popolazione segue portando serpenti al collo e alle braccia), l’Autore simpatizza con i rettili dall’aria afflitta e spaesata.
“L’Abruzzo è soprattutto teatralità: l’Abruzzo tende ad essere una gigantesca scena, e paesi, pievi, torri sono personaggi e imagini che invadono, percorrono, illustrano questa scena”.
Manganelli si muove di spazio in spazio, visita chiesette disseminate in piccoli paesi, percorre strade isolate o difficili, lo stesso Parco Nazionale è un témenos, uno spazio isolato, “un luogo discontinuo ai luoghi della vita quotidiana, un luogo entro il quale, e solo entro il quale, possono avvenire eventi, riti, gesti della vita, anche sogni, epifanie, visioni, che non sono possibili altrove: non possibili, che non vuol dire fisicamente impossibili, ma moralmente tali”(p.110).
Il Parco è un luogo sacro, in cui ancora possono manifestarsi esseri di un mondo selvaggio, nascosto.
L’Abruzzo tutto è una terra ancora da scoprire, “gran produttore di silenzio”, un silenzio arcaico assorbito dallo scenario naturale dove si distinguono chiese, torri, ruderi, vecchie mura e castelli.
Manganelli passa di spazio in spazio, dal Parco alle città ai luoghi di culto fino agli amboni e alle cripte. Luoghi sempre più chiusi, come in un gioco di matrioske si va verso spazi sempre più interni e verso tempi sempre più antichi.
“Non è il tempo elegante e ciarliero della bella Toscana, non il tempo cerimonioso e paludato della Roma fastosa, ma un tempo che sa di vecchio e insieme di inveterato, un tempo disadorno e severo, ancora un tempo entro cui soggiornano silenzio e solitudine. Il tempo diventa qui mura grigie di poderose costruzioni. Sebbene il tempo sia pervasivo, esso è anche un tempo anonimo”(p.142).
Proprio il senso del tempo stratificato permea gli articoli dedicati agli scavi archeologici di varie regioni meridionali. L’archeologia non è di tipo estetico, ma è voler recuperare la città, “sapere com’era fatta, come viveva, con chi e come comunicava”(p.154).
È la vita quotidiana che, strato dopo strato, fino a epoche remote, deve emergere e “l’antico rinascendo uccide il nuovo”.
Ancora una volta a parlare sono i luoghi.



Giorgio Manganelli (Milano 1922-Roma 1990), narratore, critico, saggista, giornalista, traduttore italiano.

Giorgio Manganelli, La Favola Pitagorica, Milano, Adelphi 2005. A cura di A.Cortellessa.

Marina Monego, Venezia, letterata, giugno 2006

Prima pubblicazione su lankelot.eu


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