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Luigi Bartolini poeta e incisore

Fabrizio Mugnaini
(6.08.2006)

Di Luigi Bartolini, uno dei «grandi» dell’incisione italiana del XX secolo, viene indagato in queste pagine un aspetto particolare, il suo rapporto con la natura e il suo interesse per quegli elementi umili, spesso a torto ritenuti trascurabili, che egli invece ha saputo trasformare, descrivendoli nelle sue poesie o nei segni vivi e nervosi delle sue acqueforti. Ne esce alla fine un commento nuovo e originale sull’artista, costruito attraverso lettere, ricordi e testimonianze curiose. (Paolo Bellini)

Non ho mai conosciuto personalmente Luigi Bartolini ma è come se avessi passato gran parte del mio tempo a conversare con lui, discutendo della sua produzione artistica, leggendo le Sue poesie ed apprezzando, sopra ogni cosa, le risposte sanguigne, emozionali, talvolta brutali, accompagnate anche da velate bugie, che hanno aumentato la mia voglia di conoscerlo, studiarlo ed ammirarlo.
La sua complessa personalità non si presta ad essere racchiusa in un rapido profilo, perché vari e differenti elementi si intrecciano e difficilmente si può prescinderne.

La sua collocazione risulta talmente difficile, da costringerci, per forza di cose, a considerarlo un «cane sciolto». Lui stesso amava definirsi uomo libero, scollegato da qualsiasi movimento artistico e letterario. A questo proposito diceva: «I movimenti artistici e letterari sono stati, sempre, artificiosi, inutili e dannosi. Anche i massimi. Che cos’è il movimento? È un gregge letterario e artistico che si muove lasciandosi guidare da un faccendiere»(1).
La difficoltà a parlare di Bartolini non risiede pertanto, come spesso si è detto, nel suo «pessimo carattere», da molti sbandierato come un vessillo, ma soprattutto, nella molteplicità di forme d’arte che ha sempre coltivato.
È impensabile distinguere Bartolini pittore dal disegnatore, Bartolini incisore dal poeta, Bartolini critico dal narratore; è stato un insieme omogeneo di fattori, che ne fanno a mio giudizio il più completo e raffinato artista del Novecento italiano.

Alcuni anni fa ebbi la fortuna di conoscere Brenno Bucciarelli, in pratica il suo ultimo editore che ha saputo proporre insieme: Bartolini incisore e poeta(2). Da lui appresi la necessità di una considerazione nuova della figura di L. Bartolini. Mi indirizzò a cercare, scoprire, non tanto il Bartolini conosciuto da tutti, che aveva un posto di primaria importanza nel mondo dell’arte contemporanea, ma ad inseguire tutti quegli aspetti, che a prima vista possono sembrare marginali, ma che trattandosi di Bartolini assumono una importanza non trascurabile.
Le sue lettere, a parte le richieste ossessive di denaro ai vari editori e galleristi, talvolta sono vere e proprie prose degne di stare accanto ad alcuni dei suoi più freschi e pungenti racconti. È altrettanto utile confrontare studi di lavori, bozzetti, prove d’artista, recensioni, piccoli appunti che di frequente annotava su volumi di altri scrittori; da tutto questo si capisce meglio chi fosse Bartolini e come è difficile tralasciare, per una visione più completa, alcuni aspetti.

Non è possibile lasciare niente all’inedito, al dimenticato, al trascurato anche se così facendo capisco di rivolgermi contro il pensiero dello stesso Bartolini che diceva: «La verità è che gli uomini vogliono concludere con troppa fretta, e sempre definire essi vogliono, sempre catalogare, sempre fare i conti e tirare le somme. Aprire e chiudere. Iniziare e terminare»(3).
Ho seguito quindi, i consigli di Brenno Bucciarelli e con estremo interesse, misto talvolta ad un irrefrenabile desiderio di scoperta, ho cercato di avvicinarmi alla produzione artistica di Bartolini, contattando collezionisti, visionando lettere, registrando ricordi non tanto per aggiungere qualcosa di inedito alla sua biografia, ma soprattutto per rivederlo vicino a noi con la sua enorme cultura e con il suo particolare istinto espressivo. Queste poche parole non intendono fornire uno studio analitico della sua personalità, né tantomeno della sua produzione artistica, ma semplicemente testimoniare un incontro anomalo tra un grande artista ed una persona che cerca di conoscerne gli aspetti più reconditi.

In Bartolini la perizia tecnica passa sempre in secondo piano, le sue incisioni svelano sopra ogni cosa il libero, mai simile, giuoco dei chiaroscuri, i segni decisamente nervosi acquistano un valore puramente poetico. Il suo mondo non aderisce a scelte ragionate ma è intriso di sensazioni ed intuizioni fulminee, di rapporti istintivi con la natura e la sua rapidità di gesto è sinonimo di sintesi espressiva e principalmente di poesia.
Attraverso tutta la sua opera, sia scritta che incisa, è facile comprendere in che modo amasse la natura, un amore profondo da perfetto conoscitore del mondo animale e vegetale.
Attratto sempre dalle cose più umili è stato in grado di cogliere attraverso insetti, conchiglie, pesci e piccoli uccelli quelle vibrazioni poetiche che testimoniano gran parte delle sue incisioni, regalandoci sottili alternanze di segni e poesia.
Spesso è stato considerato indisponente, antipatico, pronto alla sfida e alla rissa con gli uomini, ma a contatto con la natura dalla quale non si sentiva mai tradito, riusciva ad ottenere gli stimoli necessari per esprimersi in modo dolce e romantico cogliendone gli aspetti più indecifrabili e sottili.

Lui stesso ci dava un quadro preciso della sua arte incisoria: «Già nel Settecento, gli incisori copisti riproducevano, con eleganza pari a quella del Morandi, quadri o disegni d’altri pittori. Li riproducevano con l’elegante tratto incrociato, dall’anonimo segno; mentre i segni delle mie acqueforti sono sismografici! Non sono, come ha detto il saputello parmigiano affrettate annotazioni [...) Si tratta, anzi, di deformazioni liriche suggerite dalla mia estrosità poetica»(4).
Ed ancora: «io ho combattuto sul Carso e sul Piave: mi sembra che costi più un’acquaforte che una battaglia: ossia che sia più tempestoso incidere una buona acquaforte, che partecipare a un’azione di guerra [...] Sfido tutti i sedentari della pittura a fare come me: correre giorni intieri forsennatamente dietro a un sogno che si o no al terzo giorno riesco a ritrovare e a fermare sulla lastra mediante luci che sembrano tremolii guizzi di un sismografo: che sembrano un linguaggio telegrafico ma nel quale gli amatori sanno che non è discaro mettersi a leggere»(5).

Tra i soggetti più originali della copiosa produzione bartolniana un posto di prim’ordine spetta agli animali. Notevoli i “Due vitelli”, 1910; “Il fagiano”, I936; “Le farfalle imbalsamate”, 1924; “La beccaccia”, 1940; “Uccellini imbalsamati”, 1943; “La rosa e il calabrone”, 1940; “Storia del Martin Pescatore”, 1935; “Scarabeo Ercole”, 1934; “L’aragosta”, 1932; “I topolini”, 1928; “La topessa”, 1919; “Pesci e stelle di mare”, 1930; “Triglia, uva, mosche nel piatto”, 1925; “L’uccellino morto”, 1929; “Il gufo”, 1928 (ex libris); “Il rinoceronte dello zoo”, 1933; “Lo scarabeo bianco”,1936; “Lo scarabeo d’oro”, 1936; “Scarabeo voltato all’insù”, 1932 (ex libris); “La tartaruga”, 1939; “La pacca di maiale”, 1914; “Lotta di scarabei”, 1932 (ex libris); “Scarabeo”, 1956 (ex libris); “Lucertola schiacciata dalla ruota del carro”, 1940; “I tre scarabei o i coleotteri strani”, 1930.

Gli animali, appunto, senza continuare la lunga lista, sono largamente rappresentati, spesso ricordati in racconti e poesie: «Una volta andando in campagna, a spasso, a disegnare, incontrai un battaglione di insetti; i quali senza fanfare o trombe avevano fatto ricchissimo bottino, ammazzando - o, forse, più semplicemente, la avevano trovata morta - una misera talpa. E dopo averla recata in corteo essi la avevano appesa a un ramo: come gli uomini, contadini o norcini, fanno appendendo, ai rami loro, le grosse e rosse pacche del maiale, gli insetti avevano gioiosamente appesa al ramo la talpa e l’avevano scuoiata e la stavano divorando. Erano quegli insetti che si chiamano necrofili, e sono coleotteri od imenotteri»(6).

Si tratta forse di una leggenda affermare che Bartolini incidesse su fondi di scatole di pelati o su lamine di vecchi scaldabagni; io ho potuto vedere solo lastre di rame e zinco, ma vero è che si possono trovare lastre retroincise e tantissime prove uniche determinate da successivi interventi diretti sulla lastra.
Le sue stampe non presentano mai o quasi mai il fondo completamente nitido, lasciano affiorare precedenti interventi che contribuiscono ad alimentare questo senso poetico che pervade tutta la sua produzione grafica. Amava usare la puntasecca non tanto come tecnica a sé, ma graffiava la lastra per ottenere effetti imprevisti su prove già stampate.
Questo continuo rielaborare, rivedere, correggere, intervenire su incisioni già concluse lo ha accompagnato per tutta la vita, e proprio da questo atteggiamento si possono trarre gli elementi per inquadrare la figura bartoliniana. Questo era ed è stato per sempre il suo modo di essere, di comportarsi, non possiamo racchiuderlo in una cornice, ne uscirebbe sconvolto e «sudato»(7) subito dopo essere stato appeso alla parete.

Vorrei concludere riportando integralmente quello che mi scrisse due anni fa, dietro la mia insistente richiesta di una testimonianza, quel grande amico di L. Bartolini che è stato Arrigo Bugiani: «Bartolini aiutaci; perché di te c’è restata una curiosità che non è di facile appagamento».

Note

1) Cfr. in L. Bartolini, “Satire”, in «Il Borghese», 26 maggio 1960, p. 828.

2) Di Bartolini, Bucciarelli ha pubblicato: “Poesie 1960”, Ancona 1960 (con 4 acqueforti, in 150 es.); “Testamento per Luciana”, Ancona 1963 (con una acquaforte, in 100 es.); “L’eremo dei Frati Bianchi”, Ancona 1963 (con 4 acqueforti, in 100 es.). Inoltre, le seguenti opere illustrate: L. de’ Medici, “La Nencia da Barberino”, Ancona 1961 (con una acquaforte, in 100 es.); “Canti di G. Leopardi”, Ancona 1962 (con 2 acqueforti, in 75 es.).

3) L. Bartolini, “Incontro in un romito silenzio”, Milano 1961, p. 75.

4) Cit. in L. Bartolini, “Le Acqueforti”, in «Il Borghese», 7 luglio I960, p. 27.

5) L. Bartolini, “Agli amatori dette mie acqueforti”, in «Il Milione», bollettino della Galleria del Milione, n. 4, Milano dicembre 1932.

6) L. Bartolini, “Osservazione sopra gli animali”, in «Il Selvaggio», XI, n. 8, Roma 30 giugno 1934, p. 39.

7) Cfr. L. Bartolini, “Le delizie del bagno di sudore”, in «Oggi», IV, n. 1, Roma 3 gennaio 1942, p. 14.

Pubblicato su Grafica d’Arte, aprile -giugno 1991 n. 6.


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