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Il poeta gioca la partita di vita

"Il grido del vetraio" di Mario Fresa e Tiziano Salari

Giancarlo Calciolari

Il poeta gioca la partita di vita. Non abbocca alle sirene che vogliono imprigionare la vita, deturparla. La sua avventura è estrema, mentre le disavventure dei più abbracciano la sopravvivenza stremata.

(25.07.2006)

Mario Fresa, Tiziano Salari, Il grido del vetraio. Dialogo sulla poesia (Nuova Frontiera, Salerno, 2005, € 15,00). Una conversazione tra poeti, l’uno giovane e l’altro non più. Mario Fresa del 1973 e Tiziano Salari del 1938.
Anche l’età può essere intesa in modo non convenzionale. Si tratta di due percorsi poetici che s’incontrano in un’esperienza di parola. Ciascuno con le acquisizioni del viaggio.
Il giovane poeta pone domande che sono anche risposte. E non è ovvio che il maturo poeta dia risposte che sono anche domande. Così accade.
Mario Fresa avvia il dibattito sulla paradossalità dei generi, in particolare della poesia e della critica poetica. Tiziano Salari annota come le cose procedano per integrazione e come la grande poesia sia sempre stata accompagnata dall’attività critica.

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Paolo Pianigiani, "Labirinto verde", dettaglio


L’ontologia è tuttavia affermata. La forma connessa all’essere delle cose permette ai contenuti di circolare. Sino all’essere dell’elemento. Mentre la questione da porre è quella posta da Peirce: quella dell’elemento poetico senza più ontologia.

La sembianza non si dischiude all’essere o all’avere delle cose e nemmeno alle facoltà presunte umane: volere, potere, dovere, sapere.

Per Tiziano Salari vale la dedica di Charles Baudelaire all’amico Arsène Houssaye nello Spleen di Parigi, citazione che dà il titolo al libro: “Voi stesso, amico mio, non avete forse tentato di tradurre in canzone il grido stridente del Vetraio, e di esprimere in una prosa lirica tutte le desolanti suggestioni che questo grido invia fino alle mansarde attraverso le più alte nebbie della strada?”.

Anche se Baudelaire dicendo “tentato” indica che la prova dell’amico non è approdata alla riuscita è chiaro che con il grido stridente del vetraio è in gioco la vita originaria, la poesia autentica: ciascun elemento è poetico, nessuno escluso. Les fleurs du mal richiedono una lettura al di là del terzo escluso e del terzo incluso. Questione di ciascun “elemento eterno, invariabile”.

La questione nella modernità poetica inaugurata da Baudelaire è se non resti, dopo di lui, che svolgere un lavoro d’archivisti, che manterrebbero “il mistero dietro il passaggio e lo sguardo di una donna”; senza cedere alla fregatura in tutte le sue forme, premoderne e postmoderne, in questo caso quella di scorgere nella passante “soltanto le umidità nascoste del suo corpo nudo, contro il quale ci si sfrega nella ressa di un metrò”.

C’è la tentazione, più sopita in Tiziano Salari, di fare i conti con la poesia contemporanea presa da una “irrefrenabile super-produzione”. Ma è come parlare di sobrietà a un consesso di etilisti cercare di distinguere la poesia dalla non poesia, il maestro-critico dal manovale-critico.

La ricerca della verità la manca. In tal senso è esatta l’annotazione di Mario Fresa sulla presunta efficacia della decifrazione letterale. La verità è la cifra della parola, la sua qualità. Questione di approdo non di ricerca.

Contano allora “quelle parole che ci scuotono nel profondo, e mettono a nudo le nostre radici in una heideggeriana anticipazione della morte”, come scrive Tiziano Salari? O conta che “ogni poesia dovrebbe essere, in fondo, incommentabile”, come annota Mario Fresa?
Essenziale la parola originaria, senza più commento. Cosa non facile, perché la sua presa ha due facce: la peste e il terremoto!

Forse più che attraversare la cultura di millenni, come indica per il poeta Tiziano Salari, si tratta di restituire il testo dei millenni in altra qualità. Noi possiamo attraversare la cultura di Mario Fresa e di Tiziano Salari, che è anche quella della costellazione delle citazioni che fanno. Abbiamo attraversato in tutte le direzioni il campo del filosofo considerato il più grande della prima metà del secolo scorso, ossia Martin Heidegger, sorprendendoci in un orticello tedesco di impronta greca.
Abbiamo trovato in Heidegger l’albero della conoscenza del bene e il giardino dell’inferno e del male. Lo pseudo albero e lo pseudo giardino.

L’albero della vita e il giardino della parola sono ricercati, inseguiti... e invece stanno lì, incuneati nella parola, in ciascun elemento, in ciascun alimento.

Senza la poesia gli umani avrebbero come sbocco solo il suidicio collettivo. Quindi nessuna condanna per la poesia a un destino minoritario. L’altra torre, l’altra campagna, l’altro suono di Leopardi, appartengono all’altra vita, la vita originaria. E senza la poesia delle cose che si fanno non c’è nessuna verità.
La poesia è la parte emergente di una montagna di ghiaccio scagliata nell’infinito delle galassie.

La poesia come atto di verità per Yves Bonnefoy è proposta dalla postfazione di Flavio Ermini: Ritratto di poeta come cavaliere con la spada. In una distanza infinita dai clichés del poeta romantico, minoritario, gratuito, declamatorio. Il poeta armato. L’arma intellettuale, mai impropria, mai mercenaria.

Essenziale è la cultura originaria, non la pseudocultura della rimozione secondaria eretta in “un sistema aberrante che induce a vivere dando valore a cose di nessuna importanza”. È il sistema antifonario a fare da contraltare alla vita del poeta, che è “una chiamata a quella parola che rende pensabile l’evento della verità”. Parola in cui la verità avviene come effetto impensabile.

Il poeta gioca la partita di vita. Non abbocca alle sirene che vogliono imprigionare la vita, deturparla. La sua avventura è estrema, mentre le disavventure dei più abbracciano la sopravvivenza stremata.

Scrive Flavio Ermini: “Va assaltata la vita per portare a termine una creazione, saggistica o poetica che sia”. Questione di ritmo, di poesia. La vita assoluta è improcastinabile.

La conversazione tra Mario Fresa e Tiziano Salari, con l’altra voce di Flavio Ermini, si confronta all’esigenza dell’altra vita di Pirandello. E quelli che per noi sono gli “errori tecnici” sono un’occasione di elaborazione. L’errore non è logico: è il modo della ragione errabonda, della pragmatica abduttiva. L’unico modo che non gira in tondo come sicuramente accade con quello della logica deduttiva, anche quando si presume di scagliarla contro lo spirito del tempo. In tal senso l’heideggerismo è l’errore tecnico più comune dello spirito del tempo, e resta semplicemente da leggere.

“Il poeta sa anche di non avere fortuna. La sua parola, infatti, rimane quasi sempre inascoltata”. Essenziale è “la non accettazione”, come indica chiaramente Flavio Ermini, oltre “l’igienica culla dalla quale temiamo, a volte, di non uscire mai più”.



Mario Fresa, ha scritto e scrive per le riviste "Paragone", "Caffè Michelangiolo", "Capoverso", "L’Area di Broca", "Semicerchio", "Gradiva", "La clessidra", "Il Banco di Lettura", "Palazzo San Vitale", "Il Monte Analogo", "Nuova Prosa", "Vico Acitillo 124". È autore di due raccolte poetiche: Liaisons (2002) e L’uomo che sogna (2004)ed è presente nell’antologia Nuovissima poesia italiana (2004), a cura di Maurizio Cucchi e Antonio Riccardi.

Tiziano Salari vanta una ricca produzione si saggi e di raccolte poetiche.
Tra le monografie critiche vanno almeno segnalate: Il grande nulla. Percorsi tra Ottocento e Novecento, Prefazione di Giorgio Bárberi Squarotti (Torino, 1998); Le asine di Saul (Verona, 2002).
Tra le raccolte poetiche più significative vanno ricordate: Alle sorgenti della Manche, Prefazione di Giorgio Luzi (Torino, 1995); Il pellegrino babelico, Prefazione di Giuliano Gramigna (Verona, 2001).

Giancarlo Calciolari, direttore di Transfinito".


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19.05.2017