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Alla ricerca di uno statuto

Nuovo umanesimo: quando il nome non significa

Pino Rotta

Non è ancora certo cosa sarà questo nuovo processo né, essendo dentro la nostra mente ma allo stesso tempo fuori sotto i nostri passi, siamo in grado di cogliere il tutto di una realtà complessa e dinamica, ma siamo abbastanza certi che questa dimensione culturale ed esistenziale a cui molti aspirano si realizza con l’impegno di ciascuno e di tutti, un impegno che non può rimanere puramente speculativo ed intellettuale ma va reso operativo e calato nella realtà di ogni giorno.

(22.11.2009)

Quando affrontiamo la questione del "nuovo" viene quasi automatico collocare il nostro punto di osservazione come se guardassimo noi stessi che stando fuori da una bolla, magari fumosa e non ben penetrabile alla vista, dovessimo osservare un fenomeno che è altro rispetto a noi al tempo stesso indagatori ed oggetto dell’indagine.
Sostanzialmente un paradosso spazio-temporale. Un paradosso che secondo Gödel comportava che "per ogni sistema formale di regole ed assiomi è possibile arrivare a proposizioni indecidibili, usando gli assiomi dello stesso sistema formale", ma che la logica oggi rimette in discussione cercando di limitarne la portata. Questo ci permette di indagare dall’interno la nostra cultura (speculazione) mentre stiamo operando dall’esterno quanto dall’interno per realizzarla ed indirizzarla verso un obiettivo (prassi).
Allora vediamo di mettere in discussione la possibilità di indagare questo concetto racchiuso in due termini "NUOVO"-"UMANESIMO".

Si pone una prima questione che attiene all’aggettivo ed al sostantivo che esso intende caratterizzare.
Così nominando il "nuovo umanesimo" ci troviamo, come osservatori in una terra di mezzo che mostra alle nostre spalle i fasti del Rinascimento (fenomeno intensamente italiano, anche se possiamo trovare analoghi periodi nella storia asiatica ed in quella araba), epoca in cui la bellezza e la speculazione spiccarono il volo e raggiunsero vette sublimi, mentre dinnanzi abbiamo ciò che non conosciamo e che per definizione chiamiamo nuovo con una sorta di evocazione anelante, ed in più con istanze di una rinascita umanista che provengono anche da molto fuori dal confine della patria del Rinascimento.

Istanze che si manifestano nei più diversi campi dell’azione umana, dall’architettura delle città e dell’ambiente, alla musica, alla politica, all’economia, alla filosofia.
Di fatto ci troviamo nel più classico dei punti astratti quello che sta tra ciò che non è più perché passato e ciò che non è ancora e in sostanza potrebbe addirittura non essere mai.

Questa dimensione, teoricamente paradossale, è quella in cui noi tutti ci troviamo a vivere ed a scegliere le nostre direzioni. Questo punto è il nostro presente.
Una dimensione, che per effetto del consumo di eventi in tempo reale, ci fa sentire staccati da un processo storico, come se fossimo prigionieri di un eterno presente. L’accompagnare il sostantivo umanesimo all’aggettivo nuovo attiene a questo sentimento.

Non ci riesce di declinare con un unico termine ciò che forse è ancora delineato più nei bisogni interiori che non nella consapevole attività quotidiana.
E’ caratteristica dei momenti storici di transizione procedere ad individuare nuove istanze con similitudini o negazioni.
Un problema di linguaggio che ricerca neologismi che descrivano categorie nuove, solo che il nome in sé non SIGNIFICA se ad esso non corrisponde il SENSO, se la QUALITA’ non vi è già contenuta.

Così parlando di "nuovo umanesimo" immaginiamo di riferirci a qualcosa che intellettuamente conosciamo perché iscritto nella nostra cultura e nella nostra storia ma nello stesso momento facciamo anche un tentativo di guardare oltre e intravedere i segnali di quel qualcosa di nuovo che abbia delle somiglianze con ciò che stato. Ma ciò che somiglia in realtà pur avendo appunto delle affinità non è ciò di cui si discute.
Ci rendiamo conto che siamo ancora in trappola nella terra di mezzo.
La similitudine non esaurisce la definizione "nuovo umanesimo".
Tantomeno lo può fare la negazione. Poiché negare le qualità in cui non riconosciamo il significato ed il senso di questa idea presuppone il possedere la definizione delle qualità che la identificano.

Tuttavia sia la similitudine che la negazione sono importanti strumenti con cui lavorare su un’idea che deve prendere forma e di questo abbiamo bisogno. Cioè sappiamo che aspiriamo a qualcosa del genere, ne sentiamo il bisogno, ne abbiamo l’idea e ciò che contraddice l’idea tendiamo ad escluderlo.

Quello a cui tendiamo in effetti è una dimensione esistenziale e sociale che ci restituisca il significato ed il nome della dignità di uomini che in quest’epoca sentiamo come delle parole perdute.

E senza rimanere intrappolati nella vacua e pericolosa nostalgia del passato cerchiamo di individuare i segnali di una nuova era. Molti la auspicano, mentre altri la avversano, tra quelli che auspicano il nuovo umanesimo troviamo culture e sensibilità molto distanti tra loro, intellettuali di formazione socialista, cattolica e negli ultimi anni anche liberale, soprattutto per ciò che attiene all’etica dell’impresa ed al mercato solidare. Per citarne solo un paio pensiamo a Edgar Morin che ne traccia percorsi e finalità e, con una visione che possiamo definire pedagogico-terapeutica, indica la strada per un "nuovo umanesimo planetario"; altri come Noam Ciomsky lo condannano come sinonimo di omologazione culturale dai contorni violenti e funesti, assimilando la politica di dominio della destra americana alla visione di una globalizzazione che finisce per interessare sia il mercato che i valori, a cui il modello culturale europeo fortemente intriso di umanesimo, del tutto diverso da quello americano di tipo utilitaristico, non ha saputo in questi anni tenere testa.

Lo stesso Morin, che pure lo auspica, usa termini come contaminazione, creatività, interazione che suppongono un rapporto dialogico tra due o più realtà, anzi senz’altro tra un complesso di realtà. Intuizione fondamentale.
Si comprende insomma che il nuovo umanesimo ha necessità di un suo statuto che ancora non ha, essendo un processo in fieri, e che, come ogni altro processo culturale, non è per nulla scontato né che si affermerà nè che lo farà secondo un progetto già definito e precostituito.
Ma intanto siamo portati a chiederci perché sentiamo il bisogno proprio di un "nuovo umanesimo".
Mi dedico da qualche anno al tema della complessità quindi non vi risulti strano il mio insistere su uno dei miei autori preferiti.

Edgar Morin, appunto, il quale ad esempio segnala come ormai in Francia i filosofi aprono studi ne più ne meno di quanto lo facciano psicanalisti o psicologi, studi in cui si pratica una nuova forma di maieutica socratica.
Il punto è che in un mondo in rapida trasformazione l’individuo non riesce più gestire una dimensione esistenziale che lo incatena ad un perenne presente che non solo neutralizza la memoria storica ma paralizza la speranza, il sogno di un futuro migliore, e questo lo spinge a cercare sollievo non solo al malessere della psiche, spesso somatizzato, ma anche al male dell’anima.
Ma attenzione a non cadere nell’illusione che questo bisogno interiore di direzione e di bellezza possa essere prescritto e somministrato in pillole o raggiunto sdraiati sul lettino di Freud o passeggiando con Socrate. Questi sono strumenti che possono affinare la capacità di gestire la nostra vita. Possono farci comprendere che non ci sono scorciatoie per raggiungere mete nette e definite o demiurghi che ci possano guidare nella notte. Se sentiamo il bisogno di trovare attorno a noi bellezza, armonia, solidarietà è necessario impegno personale a lavoro concreto per costruire queste condizioni con pazienza ma anche con un forte ed appassionato senso dell’etica. Per far tornare il progresso ad essere una visione affascinante e non un salto angoscioso nel buio.

Come il Rinascimento scaturiva da una complessità che era frutto di scambi e di contaminazioni di culture, religioni e scienze diverse, oggi che soprattutto la scienza e la tecnologia ci danno la possibilità di superare frontiere al limite della fantascienza, si tratta di indirizzare il nostro impegno affinché queste nuove opportunità non creino disuguaglianze ed ingiustizia sociale ma siano messe a disposizione soprattutto di chi ha più bisogno per portare sollievo alle malattie, alla fame ed alla sete che affliggono i tre quarti dell’umanità, magari facendo anche una scelta di contenimento dei nostri consumi, privilegiando la qualità alla quantità ed investendo soldi e tempo nella solidarietà.

Scegliere questa strada potrebbe sembrare un atto di generosità e di altruismo, condizioni tutt’altro che disprezzabili, ma non è così. Non è solo la scelta di menti illuminate e animi sensibili è una scelta fondata su ragione e necessità. Se ignoriamo la sofferenza e la povertà che ormai vive insieme a noi e non solo alle frontiere, che sempre più parla italiano e non solo lingue immigrate, ce la ritroveremo più incalzante con i capelli bianchi delle generazioni future.
Possiamo illuderci che stando chiusi in casa a guardare il mondo dalla nostra finestra a colori il mondo rimanga fuori della nostra vita, non è così e lo sappiamo, ma quand’anche lo fosse per alcuni di noi non lo sarà domani per i nostri figli. Senza contare che a vivere con la paura del mondo si finisce a sentirlo sconosciuto, a odiare il mondo stesso e ad innescare processi di intolleranza, violenza ed egoismi che sono esattamente il contrario di quello che immaginiamo debba essere la strada per un "nuovo umanesimo".

In conclusione, non è ancora certo cosa sarà questo nuovo processo né, essendo dentro la nostra mente ma allo stesso tempo fuori sotto i nostri passi, siamo in grado di cogliere il tutto di una realtà complessa e dinamica, ma siamo abbastanza certi che questa dimensione culturale ed esistenziale a cui molti aspirano si realizza con l’impegno di ciascuno e di tutti, un impegno che non può rimanere puramente speculativo ed intellettuale ma va reso operativo e calato nella realtà di ogni giorno.

"Abbandonare ogni forma di superstizioni e pregiudizi è un passo importante per recuperare il senso del valore dell’uomo, di ogni uomo e di ogni donna. La scienza è una risorsa di tutta l’umanità e deve essere praticata con libertà di coscienza e senso etico."


(L’immagine è tratta da una silografia tedesca del XVI sec. E rappresenta la "prova dell’acqua" con cui la Santa Inquisizione metteva alla prova la donna ritenuta una strega. Se la donna, legata mani e piedi, affondava nell’acqua era segno che la donna era innocente se invece rimaneva a galla era un segno demoniaco e la donna veniva messa al rogo).


Pino Rotta, direttore di "Helios Magazine"



30 giugno 2006


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