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"Folia sine nomine secunda" a cura di Luciano Troisio e Cesare Ruffato

Marina Monego
(20.06.2006)

“Folia sine nomine secunda” è un’antologia nella quale sono raccolte poesie inedite di 84 poeti, rigorosamente anonimi (l’elenco alfabetico dei nomi si trova alla fine del libro) e contrassegnati da un numero.

“Secunda” fa riferimento ad un esperimento simile e di buon successo realizzato dagli stessi curatori nel 1981 (“Folia sine nomine”, Bologna, Seledizioni, 1981, prefazione di Guido Almansi). L’interesse suscitato dalla prima antologia portò poi alla pubblicazione del volume “La trasparenza dello scriba”, Padova, Vallardi, 1981 con saggi dei poeti partecipanti e di noti critici.

In questo momento storico nel quale la griffe, l’ostentata visibilità costituiscono quasi un’ossessione, un libro di questo tipo risulta un’operazione culturale controcorrente, antiaccademica e coraggiosa.

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Hiko Yoshitaka, "La bataille de Jacques Lacan", 2006, gesso


Gli autori - giovani e meno giovani le cui voci s’alternano - si fanno da parte, rimangono nell’ombra per lasciar parlare soltanto il testo poetico che, privato della firma, si presenta intatto, vergine agli occhi e alla sensibilità del lettore.

Scoprire l’antologia è compiere una full-immersion poetica, a volte spiazzante o sorprendente, che elimina nel lettore quel timore reverenziale suscitato spesso dal nome celebre.

Qui non vi sono gerarchie e ostentazioni: ottantaquattro poeti trattati tutti allo stesso modo, senza privilegi accademici o per chiara fama.

È evidente che quest’operazione può suscitare, in certi ambienti tendenzialmente chiusi, reazioni negative, di rifiuto e critica, ma si tratta invece di una novità simpatica, non priva d’ironia e comunque ben strutturata per la qualità dei testi scelti.

Come sottolineano i curatori l’idea della poesia “sine nomine” ha seri fondamenti culturali, Leopardi nello Zibaldone “in un discorso sui generi letterari sosteneva come soltanto il genere lirico possa avere un riconoscimento universale «siccome privo di tempo, così eterno ed universale, cioè proprio dell’uomo perpetuamente in ogni tempo e in ogni luogo, come la poesia» e considerandolo come principale nell’essenza della poesia rimpiangeva la lirica come «poesia senza nome» atta a ricondurci la voce mentale primigenia del sentimento e la phonè, a «dare una poesia nuova senza nome affatto».

Vi sono dunque nel libro tante voci narranti anonime che offrono una molteplicità di creazioni. I lettori più esperti potranno cimentarsi nel gioco al riconoscimento, ricercando i richiami testuali dall’uno all’altro autore, i lettori comuni potranno godere di una panoramica sulla poesia contemporanea realizzata con cura e buon gusto ed accostarsi senza timori reverenziali a questo genere letterario.

Si è soli di fronte al testo poetico che deve presentare solo se stesso, giungere al cuore e alla mente del lettore senza alcun altro ausilio: la poesia è allo stato puro, originaria, è la parola a dover farsi valere, non il nome o la fama acquisita.

Una sfida, una tenzone, un modo nuovo per presentare il linguaggio lirico che da sempre accompagna l’uomo nella sua esistenza.

La raccolta si prefigge lo scopo di tastare il polso dell’attuale situazione poetica italiana e dunque svariatissimi sono i temi affrontati dagli autori attraverso le tecniche più diverse: si va da poesie sperimentali complesse a liriche semplicissime ed immediate, spunta un “sonetto caudato e disarticolato”, c’è chi usa la rima, che preferisce l’assoluta libertà, chi il verso breve e spezzato, chi un ritmo quasi prosastico. Non mancano mistioni linguistiche anche stravaganti - “Laudate Dominum, scoasse” - uso del latino e poi calembour, assonanze, allitterazioni e accorgimenti grafici che rendono la poesia originale anche visivamente. Assai interessante è la comparsa della tecnologia moderna: abbiamo un “Haiku in SMS” e una “E-mail per dirti”, laddove i riferimenti al mito antico sono veicolati dallo schermo del pc in una mistione davvero interessante tra passato e presente.

A margine, vien da chiedersi quale sarà il lavoro dei filologi del futuro, oggi che i poeti elaborano i testi direttamente al pc e possono correggere i loro lavori distruggendo ogni traccia delle varianti. La varietà e molteplicità dei punti di vista è ampia.

Le liriche sono tutte assai raffinate, rifinite, scelte con accuratezza, la mano dei curatori è stata discreta ma accorta: si sono radunati, sì, molti nomi, ma si è sempre badato alla qualità. Il gusto personale di ciascun lettore può far propendere per l’una o per l’altra poesia, ma sono bandite la cialtroneria e le banalità.

Le panoramica è davvero a tutto tondo, la gamma delle sensazioni umane e delle immagini è vastissima.
Possiamo trovare l’immancabile lirica d’amore - “umile amore, tortora dorata” (n. 30) - accostata a poesie ironiche o graffianti nei confronti del sociale e i suoi problemi, poesie impegnate nella denuncia di una realtà sempre più disumanante e poesie consapevoli di un mondo volto a una possibile autodistruzione.

Spesso gli Autori paiono muoversi sullo sfondo di una società rampante, arrivista, costituita da furbastri e “voltagabbana” verso i quali il poeta può manifestare la propria ironia e il proprio isolamento - “i poeti partono per paesi esotici / a leggere versi-sorbetto / all’iguana e all’ornitorinco” (n. 2) - o comunque il proprio voluto illudersi “la giovinezza eterna delle illusioni” (n. 2).
Natura e storia costituiscono gli sfondi ricorrenti in cui si muovono i poeti, la varietà delle ispirazioni e delle immagini è infinita.

“Se ti dicessi la malinconia / degli ulivi / le radici il fiore / nelle reti come veli da sposa...” (n. 10);
“l’acacia si stropiccia gli occhi/ che faccio che non faccio pensa/ ma in petto già cova germogli” (n. 26);
Terre, vento, mare, fiori, alberi, “piccole foglie e gemme/ tradotte in minime/ parole sottili” (n. 31) vengono filtrati attraverso lo sguardo degli Autori, traendone suggestioni continue.

Il mare diviene “immenso ventaglio effervescente” e il sole è “megasfera di fuoco”, il cielo “assume policromia alchemica” (n. 68).
La natura è tavolozza, spunto per metafore e riflessioni; il viaggio, il navigare quali immagini della condizione umana ricorrono.

Accanto alla natura emerge prepotente ed inquietante la storia - “i polsini della storia sono lordi” (n. 27) - con le sue nefandezze ed atrocità da sempre perpetrate. Stragi, guerre, odi etnici, catene senza fine di rappresaglie sono la realtà in cui tutti vivono, spesso compare uno scenario apocalittico, lo spettro di un’incombente distruzione inarrestabile che porterà all’esplosione dell’universo intero.

Stragi su stragi, l’una più inutile dell’altra, che si sono ripetute e si ripeteranno - “l’inutilità della tragedia/ della guerra mondiale, l’inutilità/ dell’amore....L’arma più veloce/ a forare l’ipocrisia della politica/ è la sua volontà di una sterile pace/ dopo la morte dell’universo” (n. 36).

Al mito contemporaneo del “Che” (n. 37) ormai caduto, rispondono le aberrazioni della storia e il generale senso di precarietà, di disorientamento, “non s’intravede via d’uscita” (n. 42) e spesso al poeta non rimane che constatare il dolore e la desolazione, mentre aspira alla pace e alla serenità.

L’essere umano gli si svela come mistione inestricabile di bene e di male:
“Solo la piena sapienza dell’orrore/ è guida ed àncora d’amore/ che salva il giusto e frena il démone/ che ciascuno di noi è”(n. 80).
Il senso del dolore esistenziale, del disagio di vivere trapela, l’Autore può ritrovarsi “orfano d’un dio e muto”, incapace di tener fede alle promesse: “assassinato nelle brume attorno alla fonte / promettevo verità” (n. 29). La poesia diviene scavo interiore difficile “adesso minima poesia dolore” (n. 29).
Il poeta è un uomo che sempre s’interroga e scava nella realtà e nel proprio vissuto in una eterna ricerca, spesso trovandosi alle soglie del nulla, reso tanto più sconfinato quanto più il sapere scientifico apre a orizzonti sempre più vasti.
“Alla ricerca della felicità nella sapienza/ l’uomo è lanciato nella corsa contro il tempo/ per conoscerne le leggi, per modificarne il corso,/ per sedersi sul trono dell’Universo. E dopo?” (n. 48)
Di fronte a questo smarrimento infinito le uniche armi che i poeti paiono poter sfoderare sono la parola e il sogno.
“sputare le parole/ a esercizio ma come un sacrificio...” (n. 40);
“ e le parole sono fuoco, fango, zampilli di sangue” (n. 56);
“la cavità uncinata del nome si conforma in superficie/ alla bocca seguendo il moto irregolare della lingua” (n. 28).

Il sogno c’era e c’è ancora, nonostante tutto sembrano voler dire alcuni tra questi poeti, l’ultima lirica si chiude così: “ hai bisogno ancora di incontri e di nuvole”.
Ed è questo uno dei messaggi che la raccolta vuole offrire, nonostante tutto la poesia non è inutile orpello o vacuo ornamento.


Luciano Troisio, ricercatore nel Dipartimento di Italianistica dell’Università di Padova, ha insegnato nelle Università di Pechino, Shangai, Bratislava, Lubiana. Ha vinto il Bucranio d’Oro per la Poesia. Ha pubblicato, tra l’altro: Tirtagangga e varie sorgenti, cinque descrizioni asiatiche (1999), La ladra di pannocchie (2004), Parnaso d’oriente (2004).
Cesare Ruffato, dopo aver frequentato studi classici, è stato libero docente di Radiologia e Radiobiologia. È autore di molte opere scientifiche e letterarie, tra le quali: Scribendi licentia (1998), Sinopsie (2002), Il poeta pallido (2005).

Luciano Troisio, Cesare Ruffato, Folia sine nomine secunda, 84 poeti anonimi, Padova, Marsilio Elleffe 2005

Marina Monego, gennaio 2006

Articolo precedentemente apparso su Piazzaliberazione.it e su Kultvirtualpress


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