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Ferruccio Benvenuto Weiss-Busoni: ma era davvero un empolese?

Paolo Pianigiani

Dove si parla del grande musicista, nato senza dubbio dirimpetto all’allora "Campaccio", forse non a caso un primo di aprile, quello del 1866, e altrettanto senza dubbio portato via, lontano e per sempre, appena 11 mesi dopo. E dove si dimostra che più che empolese, Ferruccio Busoni era un marziano, e dove se ne racconta, un pochino, la storia.

(25.08.2009)

Empolese, di sicuro, quello sì, era il padre, Ferdinando Busoni, nato nel 1834 da famiglia trasferita qui da noi (prima a Spicchio e poi a Empoli), dalla Corsica. La via contraria tenuta dai Bonaparte, quelli di Napoleone. Personaggio estroso ed estroverso, ricordano le cronache, appassionato di animali e di musica, approfondì fino a diventarne virtuoso il clarinetto. E con quello cominciò a circumnavigare l’Italia, eseguendo concerti e suonando nelle bande musicali, capitando anche a Trieste, allora in pratica Austria piena, dove trovò in una sensibile pianista, Anna Weiss, un’abile accompagnatrice e la propria moglie. Fra un concerto e l’altro, nacque al mondo Ferruccio, una domenica di Pasqua, in Empoli, nella casa dove ora è organizzato un museo, secondo la non felicissima tradizione di conservare le culle e i pannoloni, che pure ci furono, dei grandi e dei geni, quelli assoluti. Il nome che aveva di seguito, secondo l’uso propiziatorio, un’aggiunta di nomigrossi del Rinascimento, Michelangelo e Benvenuto, con Dante di sovrappiù, venne in mente al padre, ma questa è tutta una mia supposizione, dal cognome del grande capitano fiorentino, Francesco Ferrucci, di cui da sempre e per sempre in Empoli si mantiene e manterrà gloria e memoria imperitura. Il tempo di crescere un pò, nemmeno un anno, e via subito, per il mondo, dietro ai genitori, ad inseguir gloria, musica ed ingaggi.

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Ferruccio Benvenuto Weiss-Busoni, 1906


A due anni è a Parigi. Caratteri e spiriti non facilmente conciliabili, i genitori dividono le loro strade, Ferdinando continua a girare l’italia, sempre facendo base ad Empoli, Anna Weiss ritorna a casa, a Trieste dal padre, il "sor" Giuseppe Weiss, che non aveva mai approvato il matrimonio della figlia con il nostro clarinettista. Quando Ferruccio ha sei anni, Ferdinando riappare improvvisamente sulla scena, prende in affitto un bilocale in via Geppa, a Trieste, davanti al consolato Turco, e vi si trasferisce con la famiglia riunita, imponendo alla moglie di abbandonare, e per sempre, la casa di "quell’assassino di suo padre", come era solito chiamare il suocero.

Per Ferruccio Benvenuto eccetera, cambia la vita, relativamente serena fino ad allora, e comincia quella che sarà la sua carriera ascendente di bambino prodigio, la stessa imposta, in precedenza e altrove, al piccolo Mozart: quattro ore piene al giorno di studio al pianoforte, sotto l’attenta e drammatizzante attenzione e guida paterna. Ogni minimo errore dell’allievo era sottolineato da urli, scenate, scene "padri", quando davvero non si arrivava agli schiaffi.

Comunque la stoffa c’era, e tanta da farci un intero guardaroba di vestiti, e in breve il piccolo pianista diventò un fenomeno, buono da ricavarci soldi e gloria.
Ferruccio, da bambino, si firmava "Ferruccio Benvenuto Busoni". Il padre, in cerca di miglioramenti d’immagine, da buon manager pensò di aggiungerci la nota tedesca, ad avvalorare e dare tono di serietà al tutto: "Ferruccio Benvenuto Busoni-Weiss" fu il risultato della pensata paterna, con la conferma di quel "Benvenuto", rimasto vivo dalla lunga lista, ricordando che il grande orafo e scultore Cellini era figlio di un musicista suonatore espertissimo di piffero, passione e mestiere che cercò di trasmettere anche al figlio. E con quel nome, leggermente altisonante, come bandiera e stendardo, eccoli, padre e figlio (che intanto aveva sui 10 anni) recarsi a Vienna, per il primo concerto, con scarsi mezzi economici e con poca o punta conoscenza della lingua teutonica, da parte del padre. Al quale, certo, non mancava il coraggio e lo spirito imprenditoriale, doti tipiche della sua terra d’origine! Di suo ci metteva una certa incapacità a gestire le finanze, che lo portò sempre a far riferimento ai guadagni del figlio per la quadratura dei conti, del dare e dell’avere, insomma.

Ci furono, naturalmente, studi più meditati e seri, compiuti a Graz e a Lipsia. Ad appena 22 anni il suo apprendistato musicale è compiuto, il giovanissimo musicista ottiene la cattedra di perfezionamento in pianoforte ad Helsinki, nella lontanissima Finlandia. Qui conosce Gerda, la figlia di uno scultore svedese. Sarà amore vero e comprensione reciproca per tutta la vita.
Nel 1890 lo troviamo a Mosca, dove insegna composizione al Conservatorio e dove ottiene il premio Rubinstein, prestigiosissimo, con il suo Concerto, già il trentunesimo della serie, per pianoforte e orchestra.

È ormai un pianista e un compositore famoso, dal 1891 al 1894 è negli Stati Uniti, e la sua vita diventa costellata di viaggi frenetici e concerti, e di splendide lettere alla moglie, che lo segue a distanza e a volte lo raggiunge per condividere i tanti applausi entusiasti delle folle, incantate dal suo virtuosismo e dalla sua bravura, inarrivabili.

Tornato in Europa, deluso dal nuovo mondo, si stabilisce in pianta stabile a Berlino, che diventa la sua città e la sua casa, con la celebre sala da musica e la biblioteca.
E l’Italia? Ci prova, a tornare, per esempio nel 1913: è nominato direttore del Liceo Musicale di Bologna, dove a 16 anni si era diplomato. Ma, nonostante l’ammirazione e l’affetto degli studenti, ritorna presto in Germania, insofferente del clima chiuso e provinciale dell’Italia di allora.

Dispone, a volte, di somme notevoli e, appassionato di libri e partiture musicali rare, mette insieme una biblioteca meravigliosa, piena di edizioni prime e introvabili, frutto dei suoi viaggi.
Si interessa anche di arte, allora contemporanea. È il primo ad acquistare un’opera importante di Boccioni, a Londra, per 4.000 marchi. È "La città che sale", capolavoro assoluto.

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Umberto Boccioni, "La città che sale", 1910


Marinetti, fondatore e primo artefice del Futurismo, un altro grande manager, vede subito nel musicista un primo esempio di collezionista di opere futuriste, e spera, invano, di trovare in lui un adepto e un seguace del suo Manifesto.

Di Boccioni diventa amico e corrispondente, si sono da poco ritrovate e pubblicate le lettere fra i due artisti, illuminanti per profondità e comunione d’intenti.
Il ritratto di Busoni, eseguito nella tranquillità di una villa sul lago Maggiore, a Pallanza, ospiti entrambi di un amico comune, il Marchese della Valle di Casanova, tutto giocato sulla scomposizione cromatica della forma, sarà l’ultimo lavoro di Boccioni, che di lì a poco andrà a morire nei pressi di Verona, cadendo da cavallo, nel mentre prestava il suo servizio miltare.

E qui mi fermo, lasciando ad una seconda e prossima parte, il continuo della storia, così come succede nei migliori e peggiori serial della televisione... vi risparmio la musichina odiosa della sigla: ascoltiamo insieme e invece, che so, la Sonatina Seconda, o il valzer Danzato. Musica vera e bellissima, questa.

Prossimamente:
Si dirà, continuando, della musica e delle esecuzioni originali che ancora rimangono, su improbabili supporti di cartone forato, dei suoi tanti allievi, dei rapporti difficili, come è di norma, con i critici di allora. Si dirà delle sue quattro opere e dei relativi libretti (dei testi, insomma), che Busoni si scriveva da solo, rigorosamente in tedesco. E della volta che con D’Annunzio, a Parigi, pensò di scrivere un’opera in italiano, con Leonardo come protagonista.
E dei sigari e dei cani, e del carteggio con Schömberg, che in pratica fu un lungo e nervoso litigio.
E poco o nulla si dirà ancora di Empoli, addivenendo alle conclusioni intraviste nel titoli, che saranno certo impopolari fra le mura quasi tutte demolite, del castello, una volta ultimo baluardo a difesa , insieme a quello di Fucecchio, verso la nemica Pisa, ma necessarie al vero.
Nelle conclusioni si affocherà sulla natura marziana del Nostro. Marziana e inarrivabile, quella dei grandissimi, che non possono avere cittadinanza di paese, ma quella, senza confini di strade, quella che li fa cittadini del Mondo.


Paolo Pianigiani. Firenze-Praga, artista, scrittore, redattore di "Transfinito".



4 giugno 2006


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