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"I nomi della trasformazione"

Giancarlo Calciolari
(31.05.2006)

Quale trasformazione? Qual è lo statuto teorico della forma, della formazione, della trasformazione. Chi è formatore e chi è trasformatore? Chi è formato e chi è trasformato?

La letteratura risponde con i miti. Da Dio all’uomo formatore, dal demiurgo al terapeuta trasformatore. Dal formato Golem al trasformato Frankenstein, entrambi deformi.
L’analisi più interessante sulla trasformazione viaggia da Peirce a Verdiglione: dall’abduzione del logico a quella del cifrematico. L’ipotesi abduttiva è quella non deduttiva, quindi non probabile, non contenuta nelle premesse logiche.

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Antonella Iurilli Duhamel, "Pensando", 2002, bronzo, 22x7


La trasformazione non è circolare, ovvero non è ontologica, non appartiene alle categorie dell’essere e dell’avere. E se risulta evidente, dalla circolazione delle merci, del denaro e delle donne in Marx, che l’avere è circolare, l’affermazione di Heidegger che l’essere è circolare non offre chiavi di lettura del “cerchio magico” di Freud e dell’“ordine rotatorio” di Lacan.

Forse Freud e Lacan cercano i mezzi intellettuali di dissolvere la credenza nel cerchio, e forse Jung cerca i mezzi spirituali per fondare sulla circolarità la nozione di inconscio collettivo, come del resto sulla circolarità Lévi-Strauss cerca di fondare la sua antropologia strutturale.

Questa breve introduzione a lato de I nomi della trasformazione, terzo volume della rivista “Convergenze”, diretta da Stefano Baratta e Flavio Ermini, edita da Moretti e Vitali (Bergamo, 2006, pp. 141, € 15,00), richiederebbe molte pagine per svilupparsi in un libro. Ovvero richiede la trasformazione. Ciascuna ipotesi di lettura, in quanto ipotesi abduttiva, esige il fare, senza di cui nessuna trasformazione interviene. E contro il fare si erigono i tabù. Come la semplice idea di non avere il tempo, i mezzi o la volontà per scrivere.

Quindi l’idea che ognuno ha della trasformazione, in una circolarità magica e ipnotica, da accettare o da rifiutare, risente di come la questione delle cose da fare si pone. Ovvero, senza fare un passo, ognuno si condanna a non capire nulla, come testimoniano loro malgrado i traduttori da palestra e non da guerra intellettuale.

Ecco, allora, le eccellentissime “incursioni”, come Giuseppe Pontiggia chiama le sue letture tra quarantamila volumi.
Ecco perché I nomi della trasformazione, così come i precedenti volumi dedicati a I nomi propri dell’Ombra e a I nomi comuni dell’Anima, si avvale di una vastissima collaborazione intellettuale, che forse non richiede più l’aggettivazione di interdisciplinare o transdisciplinare. E chiamiamo “incursioni” tali contributi.

Lo scopo dichiarato dai curatori è quello di ottenere un dizionario minimo di immagini che rivisitino e attualizzino il concetto junghiano di Trasformazione. L’effetto è l’apertura del dibattito.

Qual è la terra delle incursioni, la terra della trasformazione? L’antro, l’altopiano, la foresta, il deserto, la città, l’agglomerazione, la terra selvaggia, la terra di nessuno?
La terra e il cielo sono nella parola, nella nominazione, e per questo i nomi della trasformazione introducono l’erranza nel metodo ortodeduttivo delle sabbie immobili dei nomi istituzionali dell’identico.

Dall’“Introduzione” di Stefano Baratta, che rompe il cerchio disincantato delle immagini che ormai non dicono più nulla, da “Achille” di Cesare Milanese, che apre alla vita assoluta, a “Hyde” di Claudio Iozzo, dove la verità si profila sullo sfondo del malinteso, alla “Postfazione” di Flavio Ermini sull’esperienza della trasformazione e quindi sul come si dissolvono le torri dell’antivita, i testi che costituiscono questo terzo numero di “Convergenze” sono un contributo essenziale al dibattito, un passo oltre le questioni preliminari.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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14.02.2017