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"Nec Sorte Movebor"

Il Palazzo del Conte di Luna e le maschere

Paolo Pianigiani

Solo a Trento, dove il tempo a volte si ferma e torna indietro, furioso, a reclamare attenzione, potevano pensare di mettere insieme una mostra fra l’antropologico e il gastronomico, scandita da un lungo racconto di maschere contadine, dentro un palazzo che vive ancora del suo, di storia e di bellezza rinascimentale, presenti e diffuse in ogni spazio.

(31.05.2006)

E parliamo allora prima del Palazzo, che è quello di Roccabruna, in pieno centro, vicino al Duomo. I nobili Roccabruna affondano la loro origine nel medioevo e prendono il nome della casata dal primo castello, che viene rappresentato ancora nello stemma, costruito in pietra scura e innalzato nelle vicinanze di Nogarè, nella zona di Pergine. Trasferitisi armi e bagagli, in seguito, a Trento, nel 1500 fu un canonico, uomo dunque di chiesa, Gerolamo II di Roccabruna, a coagulare i beni dispersi della famiglia, insieme a prebènde e titoli vari, e a far costruire il Palazzo come oggi, scampato a rischio miniappartamenti per la cura e l’interesse della Camera di Commercio di Trento, ancora lo vediamo.


Le splendide sale riportano ancora quello che rimane delle decorazioni, gli stemmi e gli affreschi, che illustrano mitologie profane (divinità pagane e stemmi gentilizi) e istorie religiose (come la vita del grande traduttore della Bibbia e ammaestratore di leoni, San Girolamo, padre della Chiesa, omonimo e protettore infine del padrone di casa.
La sala di rappresentanza, posta al piano nobile, è chiamata per tradizione sala del Conte di Luna, al secolo Claudio Fernandes de Quiñones, che prese in affitto il Palazzo, annessi e connessi, per il canone di 50 scudi mensili (chissà se mòdico od esoso...), dal gennaio 1563, per un anno e spiccioli, durante l’ultima fase del Concilio di Trento, che chiuse i battenti giusto in quell’anno.
Il Conte, che le cronache ricordano come persona estrosa e poco malleabile, era niente meno che il rappresentante del re di Spagna, il cattolicissimo e un po’ bacchettone Filippo II. Certamente ebbe ampia "voce in capitolo", visto che chi rappresentava era il sovrano maggiormente interessato allo svolgersi politico dei lavori, che nelle intenzioni degli altissimi prelati, avrebbero dovuto ricomporre le fila della cristianità di allora, in verità afflitta dalle tendenze disgreganti dei protestanti inglesi e tedeschi. Fu un mezzo fiasco, per quello, ma riuscirono, i prelati, oltre che a comporre a fatica una versione condivisa e definitiva del "Credo", anche a dare un’anima alle donne, che prima, checchè ne dicessero un Dante o un Petrarca delle loro belle) ne erano assolutamente prive, come per esempio i cani, o i gatti o i pesci rossi nei vasi di vetro. E per pochissimi voti, narra la storia, molti meno di quelli, pure pochissimi, fatali al "Conte di Arcore", nel recentissimo agòne elettorale. Chissà se anche allora, vista l’importanza della posta in gioco, furono passati, anche quelli, alla riconta...

Ma torniamo alla sala, ancora integra nella gran parte dei suoi decori: spicca l’encausto sulle pareti, che ripete ovunque l’insegna e il motto personale di Girolamo II: un sole dal volto umano e l’eliotropo (pianta che si muove col sole) che si alternano circondate da tre lettere: N, S ed M, che riassumono quanto per esteso è detto al centro del soffitto a cassettoni: "Nec Sorte Movebor", che sta per: "Nemmeno il destino mi smuoverà", massima significante della saldezza di pensiero e di fede, del pronunciante canonico. Ma, immaginiamo, nemmeno al Conte di Luna sarà stato facile cambiare i pensieri e le intenzioni, visto il caratterino e i poteri che rappresentava.

Il Palazzo Roccabruna, scampato alle speculazioni edilizie, dopo un attento restauro rispettoso della sua storia, effettuato dalla Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura di Trento, è diventato "la casa dei prodotti trentini", luogo prestigioso dove l’identità di questa splendida provincia trova le sue motivazioni prime.
I locali cosiddetti "tecnici", in altri tempi destinati alla servitù e alle cucine, assolvono il compito di ospitare una modernissima enoteca, ricca di ogni vino che del Trentino è vanto e immagine. E qui i robusti Teroldeghi Rotaliani hanno casa, e i nobili Marzemini cari a Mozart, e i bianchi Müller Thurgau, e i frizzanti Chardonnay, per dire solo di alcuni. Delle cantine più famose e più in vista, ma anche di quelle più piccole, ma solo nei metriquadri delle vigne e nel numero delle bottiglie prodotte.

E vi sono gli spazi dedicati agli altri aspetti caratteristici di questi luoghi, dai prodotti dell’artigianato ai centri del turismo, alla cucina e alla cultura, con dietro una sapiente regia che ne articola nei tempi i convegni a tema e gli eventi espositivi.
Fra i quali, recentissimo, anzi appena concluso, quello detto in anticipo nei titoli, quando si accennava alle maschere, che ha avuto titolo: Dèmoni pastori e fantasmi contadini, con il sottotilo a spiegare: Le maschere invernali dalle Alpi orientali ai Balcani.

Protagonista della mostra, nel suo aspetto fra il terribile e il simpatico, l’Om Selvateg, è una specie di uomo delle nevi, o spirito dei boschi, che in tempi remoti fece dono agli uomini dei segreti legati alla produzione casearia. Un eroe, o un Prometeo, vista l’importanza che la gastronomia dei formaggi ha da queste parti.

Ma diamo la parola a Giovanni Kezich, che insieme a Cesare Poppi ha curato questo evento:
La mostra si propone di mettere in relazione i materiali propri di quattro eventi carnevaleschi che hanno luogo rispettivamente in valle di Fassa (Trentino), a Tramin/Termeno (Südtirol), in Valfloriana (Trentino) e a Yambol (Bulgaria). Si tratta in particolare di maschere lignee, copricapi, costumi, oggetti rituali (bastoni, campani, ecc.), di iconografia di supporto e di videodocumentazione appositamente raccolta. Scopo dell’esposizione è la messa in evidenza dei denominatori comuni delle rappresentazioni considerate all’interno di un quadro areale di ampiezza continentale, e nel contesto di specifiche ritualità calendariali, collocate sul finire dell’inverno e destinate al propiziarsi della fertilità dei campi nell’attesa del prossimo risveglio primaverile, che affondano le radici nei più antichi scenari magico-religiosi dell’Europa agraria.

Emergono così, nelle quattro situazioni rappresentate, specifiche analogie tra figure consimili: i "dèmoni" evocatori del mondo pastorale, della regola del gregge, dell’animalità semiselvatica e selvatica che circonda e circoscrive il mondo degli uomini, e i variopinti "fantasmi" di un mondo contadino esausto, giunto al termine dell’inverno provato dall’ansia e dall’inedia, e dunque più che pronto a raccogliere e a dar seguito al richiamo ancestrale - a suon di campani, di colpi di frusta e di bastone - degli evocatori pastorali.

Prospettiva generale della mostra, in dichiarata sintonia con quella che fu del grande James Frazer (Il ramo d’oro, 1906-11), è l’accostamento, in due aree molto distanti fra loro - le Alpi orientali, e cioè le valli del Trentino romanzo e ladino e del vicino Sudtirolo germanofono da un lato, e i villaggi della Bulgaria slavofona dall’altro - di elementi culturali discreti, che risultino tuttavia comuni o comunque comparabili nell’ambito di uno stesso contesto etnografico europeo, quale piccolo specifico contributo alla conoscenza della vicenda culturale del nostro continente in termini di ampie categorie di sintesi.


Paolo Pianigiani. Firenze-Praga. Pittore, scrittore, redattore di "Transfinito"


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19.05.2017