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Artisti si nasce. Intervista a Felice Naalin

Giancarlo Calciolari

Qual è il messaggio del libro che hai appena dato alle stampe?

Sono libri che io scrivo quasi ogni dieci anni. Adesso sono sei anni dall’ultimo, che è “Artisti si nasce”(1). Sono libri che servono a raccogliere un po’ il mio pensiero, cioè quello che nasce mentre si lavora; la teoria dell’arte, come la chiamo.

(22.05.2006)

Si lavora su alcune idee e dopo c’è bisogno ogni tanto di mettere giù queste idee. Le formule che uso sono abbastanza divulgative.
Per esempio, domenica scorsa sono andato a presentare una mostra a Lodi e tra il pubblico, dopo aver finito di parlare, la gente mi ha detto: “la cosa più bella di stasera è il fatto che lei abbia parlato di cose che si capiscono”. E in arte questo non è facile. Ecco, io tendo sempre a fare questo lavoro, di dire cose semplici, chiare, che tutti possano capire, dopo, ormai un secolo, invece, di critica molto concettosa e poco chiara.

Il libro precedente era una autobiografia, partiva dalla mia vita, da quello che avevo vissuto, e come ero arrivato a ottenere alcuni risultati all’interno del mondo dell’arte.
Questo libro invece parte in maniera diversa, sono argomenti che ho trattato nel corso di questi ultimi cinque o sei anni e sono stati raccolti in capitoli, con il metodo dell’intervista, perché è più fresco. Un dialogo con amici di varia natura, non amici legati all’arte in maniera specifica, per esempio, c’è l’imprenditore, Giovanni Rana, c’è la signora Riello, c’è quello che fa l’ufficio stampa del FAI, c’è il vigile urbano, l’impiegata della posta, la mamma che ha appena partorito e che fa le comparazioni tra la creatività naturale e quella artificiale dell’arte, e così via. Amici che negli anni si sono avvicinati a me e sono stati con me in sintonia, e che mi fanno delle domande sull’arte.

Questo ha generato una serie di capitoli che abbiamo raccolto ed è nato questo libro. Un po’ come faccio da sempre: ne ho fatto uno nell’83, uno nel 2000 e uno adesso nel 2006, che oltre a rappresentare le mie idee presenta un repertorio fotografico. C’è questa particolarità di mettere all’inizio dei capitoli delle foto di quando ero bambino.

Ecco, i titoli dei capitoli: “Siamo stati ubriacati dalla modernità”, allora lì dico alcune cose, come la penso sulla modernità. È un libro di estetica fatto non da un filosofo ma da uno che opera. E quindi è ovvio che si sente chi c’è dietro questa estetica; ci sono anche dei filosofi, naturalmente. Io sono stato molto influenzato da Carlo Sini, dal suo pensiero. Ovvio che si sente questo filosofo “con le mani”, come lui diceva. E dopo ci sono altri incontri significativi che ho fatto. Ma sopra tutto c’è la mia esperienza, il mio azzeramento e ricostruzione dei valori estetici, come ogni artista dovrebbe fare.
Sono sempre libri molto piccoli. Non sono uno scrittore che si dilunga molto. Scrivo poco. Quando scrivo, scrivo quello che penso e dopo chiudo. Sono cento e venti pagine tutto compreso.

Qual è l’itinerario svolto sin qui?

Nel libro non c’è un itinerario. Ci sono degli argomenti. Il libro parte da alcuni lavori, che avevo già fatto. Per esempio, avevo fatto un lavoro sulla gestualità nell’opera d’arte, prendendo in considerazione due lavori importanti, quello di Michelangelo e quello di Leonardo. Michelangelo, la Cappella Sistina e Leonardo, l’Ultima Cena. Ecco, questo è un capitolo. Dopo un altro riguarda la funzione sociale dell’arte. Che cosa serve l’arte, e qui gli amici mi fanno delle domande. L’arte riguarda il concetto di arte moderna o contemporanea o post-moderna. Cos’è oggi l’arte, che cosa possiamo ancora dire sull’arte? È una nicchia, è una cosa importante? Un altro riguarda l’arte terapia. Mi sono occupato parecchio di arte terapia. Tra l’altro sto allestendo una mostra a Roma, che ha prorpio una sezione legata all‘arte terapia.
Dopo c’è dentro il progetto di “Figuralismi”, un contenitore che abbiamo portato avanti a Milano.


Sta ancora proseguendo?

Sì. Siccome faccio tante cose in simultaneità, vado anche a intermittenza. Le cose si riprendono.
“Il gesto nell’opera d’arte” è un altro capitolo. Sono meditazioni. Mentre l’altro libro era un racconto della mia vita, questo riguarda gli argomenti che ho trattato nella mia vita. Il colore. E via dicendo. “La religione e il sacro nell’arte”... Sono queste le indicazioni.

Questo intervento a vari livelli ha il suo riflesso nella ricchezza dei tuoi mezzi espressivi? Com’è questo approccio di non solo pittura, ma anche di scultura, di scenografia...

Direi che fondamentalmente nasce dal disagio per il lavoro. Cioè non sono un gran lavoratore in senso stretto. Non sono un tecnico. Mi stufo a fare sempre la stessa cosa. Diciamo che l’arte intanto ti da in prima istanza la possibilità di pensare di non lavorare.

L’arte come gioco?

Come “gioco”, esattamente. Già ti sembra di non lavorare, anche se poi magari stai trenta ore in studio. Però ci stai bene, volentieri. Per esempio, domenica sono partito alle tre. Ero a casa di alcuni amici a mangiare. Poi sono partito e sono andato a Lodi a presentare una mostra: centocinquanta chilometri a andare e centocinquanta a tornare. Ho presentato mezzora la mostra. Nessuno lo farebbe facendo il ragioniere. Lo fai perché c’è un altro spirito. L’arte ti permette questo.

In più dentro l’arte - che già è un sogno, un gioco - ho anche avuto questa ulteriore possibilità, o limite, dipende dal punto di vista, di non fermarmi dentro una tecnica specifica. Non ho nessuna passione per l’olio rispetto alla tempera, rispetto all’affresco. Diciamo che ho passione per la rappresentazione, per le composizioni, dopo, caso per caso, prendo la tecnica che mi serve. È ovvio che per fare questo bisogna fare esperienza delle varie tecniche, perché se no non si riesce. Però, tanto è vero che essendo più legato alla progettazione che all’esecuzione, qualche volta quando serve si può fare riferimento anche a aiutanti tecnici. Quando vado in fonderia faccio riferimento ai fonditori, se vado in officina faccio riferimento ai fabbri, in falegnameria ai falegnami, a tutti quelli che servono.

Io sono di formazione architetto, quindi la mia vocazione è più compositiva che esecutiva. Non è una mia grande vocazione quella della tecnica. Non è che abbia una passione maniacale. Non farei mai il ceramista e solo il ceramista in assoluto. Di ceramiche ne ho fatte nella mia vita. Quando devo fare le ceramiche vado a Bassano, dai miei amici bassanesi, e nel loro laboratorio- anche con la loro consulenza tecnica, perché è importante - eseguo, spero, delle belle ceramiche. Questo è il mio modo di lavorare. Come quando scrivo. È la stessa cosa. Scrivo le mie idee e poi mi confronto con chi abitualmente fa questo mestiere di scrittura. Questo è il mio modo di lavorare, ascoltando tutti e facendo quello che voglio io, in sostanza. Questo è il principio di base.

Ciascuno è consultato e poi decidi in modo indipendente come operare.

Esattamente. Ecco, mi ricordo che una volta abbiamo fatto una torta per i miei vent’anni d’attività con il mio sole. L’ho composto io, perché era il mio sole, però ho fatto riferimento a un pasticcere, il quale mi ha sistemato la torta in modo armonico e di buon gusto, con l’aspetto estetico che serviva a me. Bisogna avere l’umiltà e anche il coraggio, e l’ardire di andare in mondi che sono per noi poco conosciuti, dove però possiamo transitare. Sono stato un anno interno in RAI con l’incarico di regista, e ho imparato a fare il regista aiutato dai miei montaggisti, cioè da chi collaborava con me in sala di regia, è chiaro che loro avevano più tecnica specifica di me, ma io portavo la mia esperienza, il mio mondo, e quindi ci siamo arricchiti entrambi. Loro insegnando a me a fare il montaggio, io insegnando a loro un mondo che per loro era sconosciuto. Questa è la dinamica del nostro tempo.
Può esserci anche un’attività di tecnica assoluta, uno che fa solo l’incisore: non è il mio caso. Non ho una vocazione da tecnico. Non l’ho mai avuta. Credo che mi stuferei.

Impieghi tante tecniche anche per questa ragione.

Per non stufarsi. Per continuare a cambiare dimensione, dall’attività didattica, al parlare, allo scrivere, al produrre un’opera... Per esempio, adesso ho fatto queste opere in ferro, la fenice, il drago, due opere enormi. Per dire, sono stato per un mese in officina per fare la fenice e mi sono bruciato la faccia, perché non ho l’abitudine di saldare. Mi ha creato dei problemi alla vista. Può succedere anche questo quando non si è tecnici. Ma non starei tutti i giorni in officina. Roba da impazzire. Però un mese l’ho fatto con entusiasmo. Andavo con voglia in officina, non è che mi stufavo, e così in fonderia quando uso il bronzo. Con questo continuo interscambio, la cosa mi piace molto. Direi che è il modo più simpatico che uno ha di sopportare il lavoro. Il sogno dell’arte, a monte, di cambiare, credo che sia il massimo. Io infatti credo che normalmente faccio tredici o quattordici ore di lavoro al giorno. Però se ci penso, vado via subito. È perché non me ne accorgo che sto lavorando per tredici o quattordici ore. Perché se no mi sembra una cosa sconvolgente.

E l’insegnamento come interviene, solo per la pensione?

L’insegnamento è perché io vengo fuori da una famiglia di maestri, intanto. L’insegnamento è stato per me una roba naturale. Certo, anche per un discorso pratico, per avere una solidità. Insegnare oggi, e poi le nostre materie in particolare, bisogna fare una carriera talmente lunga che non so se convenga fare questa strada, però una volta che magari uno ha avuto la fortuna di entrare, è senz’altro anche quello un aspetto significativo. Avere millecinquecento euro al mese, sicuri, senza dovere avere problemi, e con un orario tutto sommato abbastanza limitato, non c’è niente di male, l’ha fatto Beethoven, l’hanno fatto in tanti... E poi l’insegnamento serve per arricchire la parte teorica. Serve anche come scambio. Noi impariamo insegnando e gli allievi imparano ascoltando la nostra esperienza. Perché no? È sempre un modo di comunicare.

È sempre un modo per restare in sintonia con il mondo della comunicazione. Vari livelli di comunicare. Ora della fine tu non fai altro che portare sempre le tue idee. Non è che cambia molto. Che io faccia un quadro dandomi il colore ai piedi oppure che io faccia un quadro copiando Liberale da Verona, come ho fatto, per me non c’è nessuna differenza. Ho alterato tutto il concetto di virtuosimo che magari uno ha all’inizio. Faccio quello che serve in quel momento. Se lo so fare bene con quello che ho imparato lo faccio io, se non lo so fare bene io chiamo uno che lo sappia fare, però lo dirigo io.

Quando sono andato in televisione ho capito perfettamente il ruolo del regista, che magari uno non ha chiaro all’inizio, è come il ruolo dell’architetto, è molto simile: uno che conduce delle operatività. Quindi è inutile voler fare l’ipertecnico quando non è nella tua vocazione, fai un lavoro fatto male. Quando vedevo disegnare Palladio, il più grande architetto veneto che abbiamo avuto, disegnava in maniera bassa di qualità. Faceva invece delle opere architettoniche straordinarie. Perché valutare Palladio come disegnatore che non era? È meglio valutare Piranesi come disegnatore, che era un grande disegnatore. Palladio è valido come architetto. Uno deve capire qual è la sua portata. E dopo è ovvio che ha qualcosa che sa fare molto bene. Per esempio, quando lavoro il ferro mi viene dal cuore, non ho nessun problema. Io non ho mai fatto la scuola da fabbro: mi viene normale, facile. Il ferro è la mia passione. Invece magari altre cose... Il legno, per esempio, è un materiale che se ho un consulente tecnico vicino, un falegname, mi trovo meglio, perché è un materiale con cui ho meno dimestichezza. Infatti se uno va a guardare la produzione delle mie opere raramente c’è il legno, perché è un materiale con cui ho qualche difficoltà a relazionare.

Secondo me, un artista, e poi un quasi tutti, quando sappiamo un po’ la nostra dimensione ci muoviamo con serenità e anche con onestà. Forse Michelangelo era uno che sapeva fare un po’ di tutto. Leonardo. Raffaello. Questi sì. Però anche loro... Quando vedo alcuni particolari della Cappella Sistina, li ho studiati in dettaglio, vedi degli abbassamenti di tono anche in Michelangelo. Quando lui fa l’affreschista è meno bravo di quando fa lo scultore, è così. Dopo, che sia più famoso per la Cappella Sistina è un altro discorso. Ma se io lo guardo da un punto di vista tecnico, ci sono dei dettagli mediocri. Ormai bisogna dirle queste cose. Inutile farsene delle mitizzazioni. Quando usa la pietra è indubbiamente un grande. Lì è il suo mestiere assoluto.


Qual è il mestiere assoluto di Felice Naalin?

Non c’è il mestiere assoluto! È pensare di non fare un mestiere! Cioè riuscire a vivere. Una volta era una utopia per pochi, adesso ormai è molto diffuso il nostro modo di fare. Gli artisti sono ormai dappertutto, ragazzi che fanno il Dams, che fanno l’Accademia, fanno mille cose.

Mi piace aver perso il mio mestiere, perché ogni volta che mi danno un’etichetta mi riconosco poco. Mi dicono “tu sei il pittore Naalin?” Io dico di no! Mi viene da dire di no. Lo scultore? No! Non c’è niente in cui mi riconosca in maniera particolare. Mi riconosco in questo andare, nel cercare di fare delle cose, nell’insegnare un metodo più che di lavorare di giocare. Anche il discorso economico è importante. Lo dico anche nel libro. Infatti, quando i miei amici direttori di banca mi intervistano, mi chiedono: “sono importanti i soldi per un artista?”. Certo che se uno viene riconosciuto per quello che fa è contento. Se riesce a guadagnare e vivere del suo lavoro. Un sacerdote deve vivere dei suoi altari. Di che cosa deve vivere? È meglio vivere in proprio che farsi mantenere. Questo è ovvio.
Dopo, a un certo punto, secondo me, quando uno ha sistemato delle cose di base, le esigenze diventano veramente minime. È uno povero che ha bisogno comprarsi delle cose che non possiede. Dice Brigliatore che il matrimonio è una cosa da poveri. Ecco, credo che anche i soldi siano cose da poveri. Sono cose da persone che ne hanno bisogno. Quando uno ha un suo standard, ha risolto i problemi di base, vive normalmente. Nel caso che succeda qualcosa di drammatico, ecco che allora bisogna che si ricominci da capo. Va bene che la tua professione ti dia la possibilità di vivere con dignità. Non invidio Bonolis perché guadagna miliardi. Non me ne frega niente. Io sto bene con quello che in questi cinquant’anni, cinquantuno quest’anno, ho messo insieme.

Qual è il programma artistico dei prossimi cinquant’anni?

Intanto non so se vivrò altri cinquant’anni. C’è il mio amico Alfredo de Palchi a New York, che ha una mamma che è morta a novantasei anni, e ha trent’anni più di me, pressappoco. Io dico sempre: “Noi moriremo insieme, perché tu hai una mamma che è morta a novantasei e io una mamma che è morta a settanta”. Quindi facendo un po’ di conti, più o meno... Non credo che avrò un’aspettativa di vita enorme, ancora. Credo che la mia vita per altri vent’anni (tale sarà più o meno la mia aspettativa di vita, o comunque giù di lì) sarà quella di continuare queste cose qua. Ogni tre o quattro anni fare un libro che raccoglie le mie idee, continuare a essere in tangenza con le situazioni reali, perché è un’altra cosa per me è molto importante. Io ho fatto un’arte nella mia vita che non è un’arte astratta, non nel senso del soggetto.

Ho sempre cercato di creare un servizio per la società, che è il servizio di celebrazione, un servizio antico nell’arte. Cose che nel nostro secolo e nel secolo scorso erano state un po’ perse. Ecco ho sempre tentato questo aggancio con il classico. Però sono un classico come dicono Dolce e Gabbana, ma poi fanno le cose più strambe del mondo. Si è classici nel modo d’intendere, non nel risultato, nel manierismo. Io voglio essere un classico, fare delle cose semplici, concrete. E così anche per la scuola dei madonnari, che portiamo avanti da trent’anni.

Che cosa stai progettando?

Se devo pensarci non mi viene in mente niente.

Poi, farai quello che non pensi...

Ma se ci penso in maniera più intensa mi viene in mente, invece! Nel senso che mi sembra di non avere mai niente da fare, davanti, e poi invece ce ne sono di impegni, per fortuna.
Ma grandi progetti che mi venga in mente adesso, direi che non c’è niente di particolare. Adesso esce questo libro. Questa estate c’è la scuola dei madonnari a Verona. C’è solo la scadenza, il ritmo che è già naturale. Dopo, ogni tanto, vien fuori qualche idea, qualche incarico. Con il ministero del Lavoro c’è la conclusione di una mostra ai Parioli che ho allestito io, ci sono centoventi opere; e dopo c’è l’idea di una mostra itinerante, un gruppo di opere selezionate che girerà l’Italia, solo per coordinarla occorrono tre anni di lavoro. C’è lavoro per i prossimi dieci anni, senza pensare a niente di particolare. Se per caso mi verrà qualche altra idea, cosa che può succedere: bene. Ho appena finito un affresco alla Biblioteca Fioroni di Legnago, all’ingresso, un’allegoria sui libri. Ce ne sono di cose in giro. Qualcosa ci sarà.
Per quello che mi riguarda non è più una stagione di grandi progetti, è una stagione di lavoro onesto e professionale sulla base di una semina ventennale molto forte. La capacità promozionale in me è stata intensa per anni.

All’altezza dell’Ecclesiaste: c’è il tempo per seminare...

Sì! Anche per fortuna, si sta lavorando senza far niente di particolare, senza una promozione specifica.

È il tempo per raccogliere.

Ci sono incarichi a livello nazionale quasi tutti i giorni, anche senza “quasi”, a livello internazionale spesso, e in America pure. Solo per tenere su tutta questa roba... Non è che devo andare in Francia, se no divento matto. No. Anche se non vado in Francia, vado in Germania, in Olanda, e in altri posti, ma c’è da fare sempre. Anche perché bisogna tenere presente un’altra cosa, che un conto è l’industria, quando parlo con il mio amico, Giovanni Rana, dice: ”adesso andiamo in Germania”. Sì ma lui ha cinquecento dipendenti. E io sono da solo e con qualche amico che mi dà una mano, qualche collaboratore. Non è la stessa cosa. È ovvio che se lui va in Spagna va a investire con un’organizzazione. Noi andiamo in Spagna: una persona, un camioncino, quattro amici spagnoli che ti fanno da supporto locale, e basta. Fai tre conferenze, una mostra. Se riesci a vendere qualcosa, la lasci là. Due o tre anni fa abbiamo messo nel comune di Norimberga una scultura, con un gruppo d’amici a Norimberga.

Che cosa possiamo fare noi? La creatività è fatta per piccole campionature, non è fatta per grandi produzioni. E come dicevo nel mio libro, quando vado a Norimberga e so che una mia opera ha nobilitato la città di Albrecht Dϋrer, sono orgoglioso. Che cosa vuoi che sia, negativo? Ovvio, Albrecht Durer resta Albrecht Dϋrer e io resto io. Non c’è dubbio sulla differenza. Però, anch’io ho dato un piccolo contributo a questa città che ha dato i natali a Albrecht Dϋrer: ben venga.


Intervista del 22 marzo 2006.

(1) Felice Naalin, Artisti si nasce. Tormento ed estasi, West Press Editrice, Verona, 2006, pp.112, € 12.00.

"Artisti si nasce. Tormento ed estasi" è anche il titolo della mostra di Felice Naalin nelle sale del Ristorante Enoteca Amleto di Soave (Verona), via Covergnino, 26, che si terrà dal 21 maggio al 30 giugno 2006. L’inaugurazione e la presentazione del libro si terranno sabato 27 maggio 2006 alle ore 17. Tel.: 045 6190830.

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19.05.2017