Transfinito edizioni

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Un uomo (un cuore in inverno)

Moira Bruni
(2.05.2006)

Gli bastava camminare per sentirsi in pace con se stesso.
Camminare e tenere fra le labbra la sua pipa spenta. Da quando aveva ricominciato a sentire il bisogno di qualcosa da tenere sempre con sé che non fosse una donna.
Eppure non era mai stato un gran camminatore. Negli ultimi anni, però, aveva preso a consumare in quel modo, il tempo in più, quello vuoto, quello che permette ai pensieri di arrivare e frastornare la testa di ricordi ed emozioni. E camminare era un modo per ingannare quel tempo. Sperando di farla franca.
C’era stato un periodo in cui scrivere riempiva quei momenti. Aveva nascosto così il senso di distanza sopraggiunto fra lui e la moglie. E poi con la sua compagna.

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Georges Duhamel, "L’homme et l’enfant", 2002, acrilique sur canevas, cm 60x30


Si rinchiudeva nello studio e buttava giù stralci di racconti, sempre incompiuti. Qualche articolo pubblicato gli aveva dato l’illusione del senso di quello che stava facendo. Sapeva però che stava solo riempiendo pagine con una ginnastica di parole svuotate di emozioni.
Si era trovato motivi antichi e nuovi di espressione: arte, letteratura, dinamiche di economia aziendale condite di psicologismo dell’ultima ora. Erano tutti motivi degni di un certo riguardo, specialmente se riusciva a imbellirli con un riconoscimento pubblico.
Aveva fottuto così i momenti liberi, quelli che arrivavano, all’improvviso, nel fine settimana. La sua settimana di un lavoro insopportabilmente mediocre: far quadrare le aspettative del cliente con gli interessi della produzione e del mercato. Sempre con quel suo sorriso sulle labbra. Un sorriso automatico. Il suo viso sempre cordiale e familiare, anche quando avrebbe voluto svergere la pompa di benzina mentre faceva il pieno, con la sua compagna a lato o con nugoli di pensieri sul suo avvenire piatto e immutabile.

- Sì, certo, cara - rispondeva.
E sorrideva. A quella beata mancanza di immaginazione.
C’erano stati giorni in cui gli era sembrato di avere accanto un essere assolutamente privo di linfa vitale. Che tutto il vivere di lei fosse solo un’appendice del suo vivere.
Aveva sentito il peso insopportabile di un’esistenza da trascinare, guidare, rassicurare. Guardandola, si era più volte chiesto se mai sarebbe cambiato quel suo stato di eterea passività. Se un evento, uno qualsiasi, avrebbe potuto illuminarle uno sguardo che non fosse una implicita richiesta di protezione.
Come una bambina spaesata, lo guardava. Confidava in lui e accoglieva ogni suo gesto con il rispetto che si mostra verso un maestro.
Aveva sentito di doverle insegnare la vita. E, come una sorta di maledizione, che quel tempo non sarebbe finito mai.
Sarebbe morto prima che lei avesse imparato.
E quotidianamente moriva.

Aveva odiato quei pensieri rivolti ad un essere tanto fragile, assolutamente ignaro del macello interiore che lui stava vivendo. Si era odiato perché di questo non poteva incolpare che se stesso.

- Sì, certo, cara - allora rispondeva.
Il viso ormai deformato da quella piega che voleva essere un sorriso sempre presente. Che la rassicurasse, anche quando i pensieri soli riuscivano ad uscire da quell’abitacolo insopportabile che era la sua vita.

Era durato qualche anno, poi niente era stato più giustificabile.
Naturalmente non era stato merito suo.
Aveva avuto sempre dalla sua quella che molti chiamano una “gran bella botta di culo”, che ogni volta lo aveva estirpato, seppure dovendola aspettare con pazienza, dalle sue piccole vite - prigione.
Anche quella volta aveva solo dovuto durare la fatica della sopportazione. Dell’attesa. Anni di sopportazione con la moglie. Un po’ meno con la compagna successiva.
Si era trattato solo di aspettare. Che il momento giusto arrivasse.
In uno stato di inerzia da capogiro.

Era andata così. E allora la pipa.
Aveva smesso di fumarla molti anni prima, anche in questo caso, per puro spirito di sacrificio verso qualcun’altro.
Per un senso di rivalsa, l’aveva ricercata e, dopo essersi permesso di tenerla sullo scrittoio, accanto alla Montblanc, ancora chiusa nella scatola di legno, aveva giocato ad una sorta di sfida interiore con se stesso: non avrebbe ripreso a fumare, l’avrebbe solo guardata, mentre scriveva.
Sarebbe stata l’unica ad accompagnare i momenti di inattività ma senza prenderne parte.

Col tempo anche i motivi per scrivere erano finiti. Ed erano tornati i pensieri, quei pensieri assillanti sulle scelte e il passato, sulle inconclusioni della sua vita e i punti in sospeso.
Ce n’era qualcuno, di punti in sospeso, ma era prontamente ricacciato via da una fortunosa telefonata o un campanello che suonava all’improvviso.
La portiera. La donna delle pulizie. Il postino.
Le sue gran belle botte di culo.
Quando poi si era accorto che rimanere a casa - solo di sabato, se era fortunato - gli era ormai diventato insopportabile, aveva cominciato a uscire e camminare. Di notte o di giorno.
Si sarebbe preso un cane pur di avere una scusa o meglio un imperativo, per mancare all’appuntamento coi pensieri.
Per il momento si accontentava di portare con sé la pipa fra le labbra.
Spenta.

Gennaio 2004

Moira Bruni.Pistoia, Lamporecchio. Poeta, lettrice d’arte e di cinema.


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14.02.2017