Transfinito edizioni

Giancarlo Calciolari
Il romanzo del cuoco

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Giancarlo Calciolari
La favola del gerundio. Non la revoca di Agamben

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Dictionnaire linguistique médiéval

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Rain bird

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Jasper Wilson
Burger King

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Christiane Apprieux
L’onda e la tessitura

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Giancarlo Calciolari
La mela in pasticceria. 250 ricette

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Riccardo Frattini
In morte del Tribunale di Legnago

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Giancarlo Calciolari
Imago. Non ti farai idoli

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Pornokratès. Sulla questione del genere

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Giancarlo Calciolari
Pierre Legendre. Ipotesi sul potere

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TRANSFINITO International Webzine

Il minotauro

Paolo Puppa
(7.07.2009)

Appena mi sveglio, le mani ricominciano a tremare. Di nuovo, mentre la testa mi gira. Un mulinello, e lo stomaco sempre in subbuglio. La mia testa finirà per scoppiare. Anche la stanza, non sta mai ferma. La finestra sopra tutto. La finestra. Non sopporto la luce della mattina. La ridicola mania del paesaggio. "Ogni finestra deve essere un quadro", diceva mia madre un tempo. Mia madre Pasifae. La finestra si mette in moto, mentre le imposte mi vengono addosso. A volte, riparo la testa sotto le coperte, perché sono convinto che da un momento all’altro pezzi di legno si staccheranno dalla finestra e si lanceranno addosso a me come schegge impazzite, sì, proprio contro di me. So che finirà presto, molto presto, tutto questo trambusto. E allora tiro avanti. Ma non sopporto i risvegli, se non fosse per i croissants e la Gazzetta sportiva. Sarebbe bello fosse sempre notte. D’estate, si avverte la striscia del giorno che smania e scalpita per riemergere dal fondo della notte, e infastidire il buio. D’ inverno, invece, il nero della camera sembra aver dimenticato la luce e così posso giocare a lungo col videolettore. Senza vedere mai l’alba.

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Antonella Iurilli Duhamel, "I Giardini di Shalimar", 2002, terracotta


Mia sorella Arianna fra poco busserà per portarmi la colazione. Come ogni mattina. Perché ho sempre fame, e mangio, nonostante il dolore, nonostante i giri vorticosi della stanza. È una fame violenta, legata al fatto che sono sfinito, al risveglio. Ogni mattina io sono sfinito. Lei si infila di soppiatto dentro la camera in penombra, perché la striscia di luce d’estate si avverte meglio, come adesso, spegne il televisore che pare friggere, e lo riporta verso la parete in fondo. Perché io devo vedere da vicino le figure. Devo vederle bene, per credere che siano vive e vere. Mia sorella protesta ogni volta per l’odore di chiuso, per il tanfo di corpo che si è accumulato dentro e che rimbalza sui muri insudiciati dalle mie lagrime d’amore. "Cambiare aria, bisogna cambiare aria", strilla sempre la signorina. Appoggia il vassoio colle spremute all’arancia, la nostra casa è famosa in tutta Pordenone e nei dintorni per le spremute e per gli yogurt alla pera. Li voglio alla pera gli yogurt. Pasifae è un’ottima padrona di casa, quando riceve. Perfetta. Arianna, dunque, sistema bene il piatto coi croissants che, liberati dalle salviette grazie alle quali son rimasti belli caldi, spandono intorno, dappertutto, un’idea irresistibile di zucchero. L’intera stanza, allora, sa di burro e di dolcezza, e si ingentilisce per un po’. Quindi, depone le due tazze fumanti, una col thè e l’altra col caffè, e colloca sul mio cuscino la gazzetta sportiva ancora piegata e intoccata. Guai se i camerieri hanno osato sfogliarla, dabasso! A volte, da dietro la vestaglia rosa di Arianna, vedo spuntare la piccola Fedra che sporge la sua testolina timida per spiarmi, per controllare il fratello malato. Poi si ritirano a parlottare, preoccupate. Sono loro a farmi da mamma adesso. Anche se sanno benissimo come passo la notte e disapprovano. Ma non osano parlarne con me. Sono sempre il più vecchio della famiglia. Solo un rapido sguardo turbato alla biancheria a terra, ai tanti fazzoletti sparsi dappertutto, ancora umidi. Dal momento che tengo chiusa la finestra, la notte. Così non si asciuga l’umido delle mie lagrime. Non deve asciugarsi mai. Un tempo mi vergognavo. E mi affrettavo a lavare, come potevo, coll’acqua calda. Riuscivo ancora, a quei tempi, ad uscire dal letto. Appendevo tutto alle imposte della finestra, perché si asciugasse per il mattino dopo. In quel caso, le socchiudevo per qualche minuto, almeno d’estate. Adesso no, non mi vergogno più. Ma la finestra. dovrebbe restare chiusa sempre, anche di giorno. Solo un po’ di luce elettrica, quando è indispensabile, o il chiarore amico dello schermo. Io vorrei buio, soltanto buio. Se le ragazze sono di buon umore, allora mi vengono incontro. Si limitano ad aprire i vetri, tenendo però sigillati gli scuri. Ma non mi interessa più se sono giudicato e condannato. Che vedano pure, le mie sfortunate sorelle. Tanto, cosa cambia? Mia madre Pasifae, poi, è da molto che non entra più qua dentro. Continua a ripetere che si disinteressa di me. Sostiene che le ho dato il dolore più grande della sua vita. Ma io e lei sappiamo bene di cosa si tratta. Anni fa, invece, Pasifae si sedeva vicino al mio letto, sempre profumata di aria fresca, la pelliccia sfiorata da un delicato profumo di mirto. Mi accarezzava i capelli sudati, mi controllava la temperatura. Mostrava di tenere a me. Ero il suo prediletto, diceva, nonostante tutto. Nonostante io non potessi alzarmi. Ma io sempre zitto, anche allora. Giravo lo sguardo altrove, per non incontrare il suo. E lei mormorava: "Anche stanotte ho sognato che camminavi e mi parlavi. Ah, se potessi camminare davvero. E la voce, una voce normale avevi". Poi, più niente. Non è più entrata. Meglio così, in fondo. Per un po’ sono stato male, senza le sue carezze, senza la pelliccia che sapeva di mirto. Però di nascosto, siccome ero più giovane e più forte di adesso, mi sollevavo a fatica dal mio giaciglio, quando veniva gente giù, nei saloni, e loro ricevevano. Mi stendevo per terra, attaccavo la mia guancia implume sul marmo per captare quel che pensavano di me. Grazie al risucchio delle scale, le voci arrivavano nella mia stanza ingrandite. Ma dicevano sempre le solite cose, e cioè che non c’era più alcuna cura, che i medici avevano rinunciato, che era difficile comunicare con me, eccetera eccetera. Comunque, è tutta colpa di Pasifae se io sono ridotto in questo stato. Sì, lei, dopo, ha ordinato che mi si accontentasse in tutto. Per forza. E così sono arrivate le videocassette e il resto, e di recente anche il telepiù per le partite. E’ Arianna, la più matura delle mie sorelle, che ha l’incarico di decifrare le mie voglie. Perché io mi esprimo con loro ormai solo a gesti e a lamenti. Invece, se voglio, posso provare a emettere dei suoni più educati, come adesso che sto registrando e spero che in qualche modo mi si possa intendere. Anche perché parlo lentamente, lentamente. Lei mi porta i cataloghi e io scelgo di volta in volta. All’inizio, faceva resistenza. Ma basta che io urli coll’altra voce, la voce che mi cresce dentro, un suono tremendo, come un vulcano in ebollizione, da far paura anche a me le prime volte. Insomma, è stato così bello e riposante quando ho rinunciato a voler essere normale. Quando ho ceduto di schianto. Sì, proprio riposante. Dicevo che è colpa di mia madre Pasifae, "la gran vacca" come l’ha chiamata un giorno mio padre, il dottor Minosse. Ho sentito benissimo, nel corridoio fuori da qui. Lei stava uscendo col vassoio pieno degli avanzi del mio cibo, i fagioli neri e le minestre di frutta, cibi leggeri che aiutano la mia digestione. Lui, in quell’occasione, l’ha aggredita, forse anche picchiata. Lei ha lasciato cadere tutto ed è scappata piangendo. Intanto, lui, sì, intanto lui, il dottore, lanciava maledizioni e bestemmiava. E giù a ripetere che non se lo meritava, con tutto il lavoro che, colla vita che ci faceva fare a noi tutti, e che me, me mi avrebbe ricoverato, anzi ha detto gettato, proprio gettato, in un ospizio, se lei continuava a fare quelle cose. Io non capivo assolutamente a cosa si riferisse quell’uomo che tutti si ostinano a chiamare mio padre. No, non provo alcun sentimento verso di lui! Un estraneo, un vero estraneo è per me. Non lo odio, dunque non può essermi parente. E imprecava che non eravamo degni di quella villa costruita da un grande architetto-scenografo, un suo conoscente comunque costosissimo, un certo Dedalo. Così mi sono incuriosito. E una sera che il dottor Minosse era fuori per un consulto, e le ragazze erano ad una festa nell’altra parte dell’isola, stranamente Pasifae ha ordinato ai camerieri che si prendessero un po’ di riposo, e quasi sbraitava per l’euforia mentre esclamava: "Avrete bene una discoteca, o un cinema, o qualche cespuglio dove rintanarvi!". Parlava con quelli più giovani, che certo la stavano a sentire perplessi. Ma c’era tutto intorno un’aria nuova. E poi un insolito silenzio. Allora io, traendo dal mio corpo malato e dalle mie gambe immobili non so quale forza insospettabile fino a quel momento, mi sono trascinato giù per tutte e sette le scale, non sbagliando nemmeno un passaggio da un piano all’altro. Dedalo ha costruito infatti un intero padiglione in soffitta, diciamo pure mansarda con un eufemismo, per isolarmi, in modo che nessuno dei vicini di casa, o dei loro amici, mi possa vedere. Solo mia madre e le mie sorelle, e adesso di fatto solo le mie sorelle, posseggono l’accesso, cioè sanno come superare i filtri disseminati prima di raggiungere la mia stanza. Ma io ho imparato il percorso dall’eco dei loro passi, quando escono coi vassoi, o colla biancheria e le lenzuole da cambiare. Nel mio bagno hanno applicato anche una tazza speciale, in modo che io non possa cascare mentre. Quella sera, era d’estate, ma faceva freddo. Non come in questi giorni, perché il luglio a Pordenone è sempre più torrido, anche se a me non dispiace. Purché non aprano la finestra. Ma quella volta, per essere precisi, era quasi autunno. Dunque, ho badato a non fare nessun rumore. Mi giravo su di un fianco tra un gradino e quello successivo, in modo che ogni slittamento si confondesse coi colpi di vento. Perché questa casa è assalita, specie la notte, da un vento che soffia da lontano, fin dalle montagne, almeno così dicono. Ebbene, stravolto per la fatica, con un dolore terribile all’anca, mi sono trascinato fin verso la sua camera da letto, verso la grande porta di noce, colla maniglia a forma di tigre. Quand’ero piccolo, infatti, ogni tanto mi facevano scendere dabasso, e così mi ricordavo bene la posizione della sua stanza. Lei adesso stava là dentro, e andava su e giù. Sentivo bene i suoi zoccoli sul parquet di legno. Ed erano appena le dieci di sera. Potevo controllare l’ora nel grande orologio sopra il cervo impagliato dell’ingresso. Lei dormiva da sola, diceva pulendo nel piano di sotto. Quella volta, lei era là, oltre quella strana maniglia, appunto, a forma di tigre, e stava sospirando. Poi, dalla porta-finestra del patio ho sentito l’aria fredda irrompere dentro all’improvviso. Le gambe di un uomo alto e magro avanzavano nella sala dal fondo, scostando i tendaggi di velluto dorato. Non so come son riuscito a rotolarmi dietro la poltrona, in modo che la luna non mi scoprisse. L’uomo poi ha chiuso ben bene il portone e s’è avvicinato alla camera. Sembrava conoscere il percorso. Ha bussato e subito ho udito distintamente la voce di mia madre che quasi pregava "Caro mio, caro mio, o che caro", in un tono festoso di bimba, mai ascoltato prima. Una volta che lui era dentro, uno dei due ha chiuso a chiave. In un primo tempo, son rimasto a terra immobile. Stavo bene attento e non sentivo niente. Non capivo cosa potessero fare là dentro, al buio. Dalla fessura a terra della porta non proveniva ancora nessuna luce. Non sapevo nulla della vita, allora, e credevo che forse mia madre stesse pensando a me, sì a me, proprio a me, e mi dicevo che quell’uomo era stato chiamato per un ennesimo consulto. Ma le sue gambe così alte e grosse, gli stivaletti anche un po’ sporchi che avevo fatto in tempo a notare, insomma non pareva un medico, un collega di mio padre. Mio padre, del resto, ha le gambe piccole. Ha tutto piccolo, come Pasifae una volta gli ha rinfacciato dall’alto delle scale. Eppure non riuscivo a lanciare il mio solito ululato che la faceva accorrere tutta sollecita verso i miei bisogni. No, tacevo anch’io accucciato a terra, la schiena incollata sulla maniglia sporgente. E quel silenzio, e quel buio terribile che mi tenevano avvinto, e un senso di irrealtà dovunque. Ero spaventato e mi veniva voglia di piangere. Poi, ad un tratto, ho udito suoni bizzarri, come un tocchettio, sempre più forte, sì. Doveva venire dal gran letto a baldacchino colle cortine color smeraldo, dove da piccolo lei mi teneva stretto e mi assicurava che mi avrebbero guarito prima o poi. Un rumore come se qualcuno saltasse su e giù dalle coperte, e poi anche, forse, una vocina di gatto che miagolava e si lamentava, in mezzo a zittii, a ssss ssss continui, maliziosi, che si intrecciavano con quelle lagne. E inoltre risate beffarde, dell’uomo, e di lei. Tanto che non pareva essere quella mia madre, la mia Pasifae. No, non poteva essere lei. Ad un certo punto, la voce femminile è cresciuta di tono e di intensità. Io quasi vedevo, quasi vedevo nel buio, oltre la porta massiccia di noce, non so bene il motivo, ma vedevo una gran bocca spalancata lanciare quei suoni. Magari il rossetto esorbitante di Pasifae, lasciato nei bicchieri quando beveva. Subito dopo anche la sua voce, un momento prima aggressiva e percepita chiaramente solo per qualche commento malevolo (specie contro mio padre), ha iniziato a farsi regolare nell’ansimo. Io lo conoscevo bene, il giardino. Ricordavo il posto quando mi portavano in braccio d’estate, era possibile col peso dei miei primi anni di vita. Sapevo che dalla finestra fuori, a piano terra, dietro il caprifoglio, si poteva vedeva tutta la camera di Pasifae. Allora non ce l’ho fatta più, e mi sono trascinato più rapido che potevo in giardino, rotolandomi prima sul tappeto e rischiando così di far cascare il vaso di cristallo colle rose gialle sempre fresche, e poi lungo la parte restante di parquet, oltre la porta-vetrata. Aprirla è stata dura. Temevo che quei due finissero senza che io potessi capire, senza che io potessi controllare le loro immagini reali. E’ stato tremendo passare dal parquet alla ghiaia. Il mio pigiama si strappava di continuo e si infangava mentre il terriccio del portico mi sporcava anche le orecchie. Dopo tante pena re, sono arrivato alla finestra della sua camera, lasciata aperta. Con che gioia, con che gioia, mi sono aggrappato al davanzale, e ho spinto, ho spinto finché son riuscito ad issarmi col busto e a guardare dentro. All’inizio non riuscivo a distinguere nulla. C’erano sempre le solite cortine verdi, gonfiate dal vento, mescolate ad un lenzuolo scivolato a terra, e qualcosa sopra, tra il letto e la moquette che si muoveva. Alla fine ho scorto un paio di calzini e poi ho messo come a fuoco delle gambe pelosissime e muscolose. Subito, subito, e per la prima volta, ho sentito tra le mie, tra le mie gambe, dico, l’affare non più minuscolo e insignificante, com’era stato per tutto il tempo della mia giovinezza malata. Adesso, l’affare si levava dritto e spavaldo a sfidare la luna, e si rizzava sempre più alto mentre le cosce di quell’uomo, così come le sue natiche, ondeggiavano, o meglio saltellavano, no, anzi galoppavano, oh sìììì galoppavano, sopra un mucchio di vestaglie, di liseuses (mia madre è sempre stata un po’ infreddolita), di reggipetto. Poi, quasi insieme, hanno cominciato tutti e due a gridare. Lei, Pasifae, urlava a lui "vieni, vieni, vieni", e insisteva convinta con sempre maggior abbandono, mentre lui pure emetteva una vocina tenera tenera, come se avesse l’acqua nella gola, e bevesse parole incomprensibili. Allora, come se avessi per miracolo riacquistato l’uso delle mie zampette (ossia le mie gambe, secondo la definizione di mia sorella Arianna), son riuscito a sporgermi dentro, oltre il davanzale, perché anch’io cominciavo a mugolare e non capivo assolutamente cosa mi stava nascendo sotto. Ma una forza dolorosa premeva nel mio ventre e non riusciva ad uscire, mentre l’affare pareva mi scoppiasse contro lo stipite duro della finestra. Così, ho provato ad estrarlo dai calzoni del mio pigiama azzurro, e mi sono commosso per il piacere nuovo, pur soffrendo del dolore fisico che quella tensione comportava. Ero convinto che quei due dovevano, dovevano farmi partecipi del loro abbraccio, farmi stare in mezzo a loro, non appena mi aves¬sero individuato. Specie i calzini grigi dell’uomo. Perché erano i calzini grigi dell’uomo a darmi tanta sicurezza. Dalla finestra, per effetto di correnti d’aria che spiravano intorno, era possibile ricevere sul mio viso tutto l’odore dei suoi piedi, un odore mite e gentile di sudore. Io mi concentravo su quei calzini, anche perché provavo un po’ vergogna a posare il mio sguardo su mia madre. Non gradivo l’idea di vederla in qualche modo nuda. Ad un tratto, l’uomo s’è girato e ho capito che doveva essere bellissimo, con baffi neri come se avesse la notte stampata in faccia, e un naso armonioso e regolare. Ah Dio, quel contrasto tra i riccioli e i baffi neri di buio e di forza, ah quel naso armonioso, quelle grandi spalle muscolose, quelle gambe altissime, e quelle natiche che continuavano ad andare su e giù. Ma ho percepito pure il petto di Pasifae, che cercava di alzarsi per stringere meglio a sé l’uomo. Erano delle misere mammelle flosce, flosce e cadenti. Così, per non rovinare l’effetto positivo che avevano su di me i calzini grigi e il resto, ho ripreso a guardare verso di lui. Bastava chiudere l’occhio destro per escludere dal mio campo visivo la massa di carne agitata costituita da mia madre. Quando le natiche e i suoni di lui si sono accordati tra loro e son divenuti un tutt’uno, mentre Pasifae nell’ombra soffiava e gemeva "dai dai dai ancora ancora", non appena lui s’è messo quasi a frignare, ho sentito, ho sentito che anch’io dentro stavo per piangere, ma non cogli umori abituali degli occhi, no, no, con altri liquidi enigmatici. Sì, era il mio affare che s’era messo a lagrimare. E intanto, ho desiderato tremendamente che quell’uomo mi fosse padre, che io fossi tra le sue braccia, piccolo, infante, che lui mi portasse in riva al mare, a raccogliere conchiglie, a lanciarle tra le onde. Mio padre, il mio preteso padre Minosse, non l’aveva mai fatto prima. E così, mentre l’affare mi piangeva a scatti, mi son messo a chiamare quel signore, a invocarlo, a chiamarlo "papà mio, papà mio", a spiegargli che avevo ritrovato chi mi avrebbe salvato. Ma come al solito è uscita la mia orribile voce mugolante, l’urlo d’un animale ferito, stavolta ancora più odioso perché eccitato. Subito la luce s’è accesa, e ho scorto innanzitutto la faccia congestionata, rossa-rossa, di Pasifae. E poi lui, che ho riconosciuto, non era altri che l’aiuto giardiniere, assunto da un mese per il trattamento degli alberi da frutto prima dell’autunno. Perché gli alberi da frutto sono quelli che più angustiano il dottor Minosse, per gli insetti e i parassiti. Di quello si preoccupa, lui. I due si sono messi a strillare, accennando verso di me, in modo ambiguo. Temevano che cascassi, o forse desideravano che sparissi. Per un attimo, però, lo so bene, mia madre ha sperato nel miracolo perché ero quasi in piedi. Lei non si rendeva conto che lo facevo solo per strusciarmi meglio l’affare contro la fredda e ruvida sporgenza del davanzale. Da allora ho cominciato a toccarmi. E mia madre ha smesso di venire su in camera mia. Mi ha solo inviato degli strani messaggi indiretti, ordinando alle sorelle che dovevano accontentarmi in tutto, costasse quel che costasse. Perché in fondo ero diventato un uomo anch’io, o no? E così, quelle mi portano ogni sera cataloghi e cataloghi di questi filmini. A me non bastano più. Perché quel che cerco con una furia quasi religiosa è lo strano miscuglio di luna, pressione del balcone sui calzoni del mio pigiama, calzini grigi e baffi neri. Ma le mie gambe oggi non potrebbero più rifare il percorso di quella sera, purtroppo. Io inseguo quelle posizioni, ma non le trovo in nessuno dei filmini banali e falsi. So, so che la gente là dentro geme per finta, che sono solo attori. Lui, l’aiuto giardiniere, intanto, non viene più in casa, perché di certo ha avuto orrore della mia esistenza. Tuttavia, se potessi comunicare in qualche modo con mia madre, la supplicherei di rifarlo ancora, almeno una volta, davanti a me. Ma con lui, proprio con lui. Mi basterebbe una volta sola, prima di morire. Certo, riesco a piangere lagrime d’amore anche con questi stupidi filmini. E ogni sera. Specialmente mi piace la merce orientale, più che quella africana. Le coppie indiane, pur così diverse dall’esperienza della finestra sotto la luna, mi comunicano un senso di benessere, probabilmente per il grigio illuminato della loro pelle. Quello che non sopporto sono le coppie uguali, due donne o due uomini. No, no, per carità, perché l’affare torni a lagrimare ci devono essere due persone ben distinte, uno coll’affare e una senza, e meglio se lei è più vecchia di lui, e ci deve essere anche un baldacchino con tende verdi. E’ stato arduo spiegarlo a mia sorella Arianna, che è sempre più impaziente e seccata. Disgusto, disgusto, dice che queste mie manie le provocano solo disgusto. E’ così buffa per quella faccia furiosa, mentre regge con due mani il catalogo dei filmini, e col mento indica via via i vari riquadri e poi segna quelli da me prescelti (mi basta sollevare la testa) commentando ogni volta: "Ah, il signorino vuole questo, okei. Il signorino ha chiarito i suoi gusti, okei.". Poi scende di corsa, gridando alla mamma che tutto è a posto per la sera. Io non so se nel frattempo Pasifae riceve ancora qualcuno nella sua stanza. Di Minosse non c’è più traccia da un pezzo, nella casa. Mi è stato detto che è lontano per consulti. Lavora sempre, quello. È diventato il medico di uomini potenti, di senatori. Sarà. Speriamo che abbia un incidente di macchina da qualche parte. Oppure cada l’aereo che lo porta in giro. Forse allora l’aiutogiardiniere un giorno, o una notte, verrà a portarmi via, tra le sue braccia, e mi insegnerà il nome delle conchiglie, e le posizioni giuste per lagrimare meglio col mio ventre. Da due mesi a questa parte, anche Arianna è tutta sottosopra. È arrivato, infatti, un giovanotto molto sportivo, che lei ha conosciuto in un campus americano, credo la scorsa estate quando è stata via. Così, in quel periodo, sono passato alle cure di Fedra, tanto pallida, insicura e sempre imbarazzata. Nemmeno tanto forte se non riesce a tenere con due mani il catalogo. Ma io sono obbligato a cambiare cassetta. Ogni sera me ne faccio portare di nuove e poi col telecomando riesco da solo ad arrangiarmi. Devo cambiare sempre articoli, perché inseguo il momento della luna e dei calzini. Arianna, dicevo, non osa presentarmi il suo amichetto, che pratica molti sport, ed è pieno di muscoli, così lei m’ha spiegato. Avrebbe anche vinto i campionati universitari nel suo paese, e possiede una voce tonante. Di questo sono sicuro, perché la si sente da lontano, quando non ha ancora passato il gazebo. Lui le parla, le parla tanto. Allorché giungono sotto la mia finestra, mi accorgo che lui abbassa la voce e lei sussurra "Ma non è giusto, poverino!". Parlano di me. Non capisco le intenzioni di lui. Si chiama Teseo, e Arianna m’ha detto che intende sposarlo, per salvarsi da questa famiglia maledetta, per liberarsi dalla "casa della follia". Così mi ha assicurato. Vuole salvarsi da me sopratutto, perché sono la loro vergogna, sia per la mia malattia, sia per le "brutte cose che faccio di notte". Io nemmeno la sto a sentire. Vorrei solo vedergli il muso a questo Teseo, valutare il tipo di barba. Io non ho alcun pelo che cresce nel mio corpo, ma la barba nei giovani mi ha sempre stimolato. Poco poco, ma un inizio di estasi sembra assicurata, specie se è peluria appena rasata. Ho provato a guaire, a urlare, a sbavare per farle capire che vorrei tanto passare a immagini vive, a immagini vere, perché non sopporto più la dimensione piccola dello schermo, perché sono stanco della mia solitudine. Vorrei tanto essere messo sul loro letto e poter capire come funziona tra due ragazzi della stessa età. Arianna ha i capelli rossi e le mammelle molte alte, impennate verso il cielo. Chissà che movimenti faranno le sue mammelle stimolate dalla voce di Teseo. E forse anche lui la cambierà, la sua voce, in quei momenti. E se c’è la luna, se tengono la finestra aperta, e se lui porta per caso un paio di calzini grigi. Ma non so come fare per tradurre queste domande. Sono dettagli troppo complessi per essere comunicati. Mi mancano i movimenti necessari per esprimerle. Ma ieri mattina Arianna, entrando a raccogliere i fazzoletti sparsi un po’ dappertutto, e mentre colla spugna lavava i grumi ancora gocciolanti sulla parete al fianco del mio lettuccio, prima di lavarmi tutto, e profumarmi davanti e di dietro, (in quei momenti altera i suoi lineamenti, già poco regolari, per esprimere l’avvilimento che il mio corpo le suscita), m’ha sibilato che "Così va mica avanti, sicuro che non si può andare avanti così". Lei non ce la fa più, insomma, e ripete che non è colpa sua se io sono così. E che il povero papà sta sempre via per colpa mia, e cosa aspetto a morire. E sì che si deve essere accorta che la paralisi delle gambe è progressiva. Ha un tono minaccioso nella voce. Io vorrei rispondere proponendole, invece, di invitarmi in un gran letto, non appena lei e questo Teseo dalla parola forte e rugosa si mettono a fare su e giù, perché vorrei anch’io lagrimare con qualche creatura vera, di carne e ossa. E mi sembra una prova di fiducia e di affetto nei loro riguardi. Specie nei suoi, perché Arianna non è poi molto bella. Tutt’altro. Meglio, molto meglio Pasifae, una volta. Quando è uscita dalla stanza, e gridava le sue ingiurie, ho sentito la voce di mia madre dal piano di sotto che cercava di calmarla. Ha una voce stanca e più vecchia, Pasifae adesso. E su non sale più dal tempo della luna e dei calzini grigi. Io intanto sudo, sudo, e la testa mi scoppia. Non c’è niente da fare. Guai se aprono la finestra. Se la aprono sono sicuro che la luce del sole ormai mi ucciderebbe. Specie col caldo di luglio. La mansarda è diventata un vero forno. Spesso la vedo, Arianna, che prima di uscire dalla mia stanza osserva attenta la finestra. Forse cova qualcosa. Cova qualcosa anche quando incontra in giardino il nostro architetto, il signor Dedalo, molto triste da quando suo figlio Icaro gli è morto andando in mongolfiera. Una mattina l’ho sentito in giardino spiegare a mia madre "meglio un mostro pazzo come suo figlio, signora mia, ma vivo, vivo, piuttosto che una splendida creatura come il mio Icaro ma morto". Comunque, non mi sento niente bene. Non so fino a quando reggerò. Le mie donne mi accontentano in tutto. Nonostante le loro smorfie di disgusto. È quasi una sfida tra me e loro. Specie con Arianna. Ogni mattina, quando si china a terra a raccogliere i "moccichini", come li chiama lei, mi chiede "quante volte sta notte, brutto porco?". Eppure, a non ci mette poi tanta cattiveria nella sua domanda. Perché lei stessa fa la conta, e ci vuol poco a calcolare. Ma da un po’ di tempo, mi guarda strano. Fissa a lungo la finestra, anche mentre mangio, e pure il cibo che mi porta ha uno strano sapore. Ma a me basterebbe soltanto rivedere l’uomo dei baffi neri sopra le mammelle flosce di mia mamma Pasifae, e quel concentrato meraviglioso di suoni, lei che soffiava con grande calore e fiducia "vieni, vieni" e lui che accennava come a piangere sottovoce. Quelle spalle dure e quelle natiche e quelle cosce muscolose e la vocina di mendicante che geme per pietà, mentre cede qualcosa. Questa settimana, ho lagrimato quarantanove volte, in media sette ogni notte, dunque. A cominciare dalle ore dieci della sera, per finire verso l’alba, quando mi addormento. Ma sto invecchiando. Anni fa, ero capace di ben altro. Inizio a toccarmi, non appena Arianna mi ha collocato il videolettore vicino al letto, nella direzione giusta del mio sguardo, colle nuove cassette che sporgono da una poltroncina di vimini. Lei fugge fuori, e io sto già coll’affare in mano. Piano piano, per non farlo piangere subito. Se il dottor Minosse tornerà una buona volta e sarà d’accordo per la nuova spesa, hanno intenzione di installare uno schermo grande, uno schermo gigantesco come si usa nei cinematografi veri. Ma il piccolo schermo, in fondo, a me va bene anche così, perché per quanto ingrandito uno schermo non può stare vicino ai miei piedi, né farsi sfiorare, farsi coprire da loro se solo riuscissi a muoverli. Nondimeno, se potessi parlare, vorrei esprimere la mia riconoscenza alle donne di casa. Questa mia registrazione dovrebbe dimostrare loro questo mio sentimento. Ma temo che non si capisca molto. Mi hanno comprato,nelfrattempo,una nuova serie tedesca, contantigiovanotti e tante signore inquiete, che fanno le padrone di casa, e loro, i giovanotti, si prestano per lavoretti. Io attendo impaziente che si spoglino, ho il telecomando che può tornare indietro o fissare l’inquadratura, e prego, prego Dio che quei ragazzoni abbiano natiche imperiose, baffi neri, calzini grigi e la luna sopra la loro pelle. Ma finora le quattro condizioni non si sono mai presentate tutte assieme, purtroppo. E poi mancherebbe sempre mia madre, di sotto ai loro corpi. Fedra, però, tra le due, è la più ostile, anche se molto curiosa. Collabora poco. Anzi, l’altro pomeriggio che pioveva, s’è messa a chiacchierare proprio sotto la mia finestra con qualcuno e così ho udito tutto quella che stava blaterando: "È uno schifo, bisognerebbe denunciarlo. O dirlo al prete". Ma i preti non capisco cosa c’entrino in questa storia. Se Dio esiste, deve aver pietà del mio corpo che non si muove dalla cintola in giù, tranne l’affare. Aver pietà della mia faccia così deforme che non appendono specchi da nessuna parte, in casa. Ma sui vetri e sull’acqua del lavandino, sono riuscito a intuirmi con stupore. Come può un volto avere dei baffi neri e un naso musicale e un altro invece essere pieno di buchi e di sporgenze? Come se avessi subito un terremoto. Colpa di un forcipe ballerino, credo, e poi di una meningite tubercolare e in più di una toxoplasmosi, perché Pasifae giocava spesso con un gatto mentre stavo tranquillo nella sua pancia. Così mi hanno spiegato i medici. Insomma, non sarebbe responsabile mio padre, anche se s’è sempre rifiutato di vedermi. Insomma, è stato Dio a crearmi in queste condizioni, almeno secondo i preti di Pordenone, attratti dalle laute beneficenze di Pasifae alla parrocchia. E se Dio non c’è, allora tutto è ancora più permesso, o no? Questo Teseo, però, non mi piace, non solo perché non si è ancora presentato in camera mia a farsi esaminare da me. Ed è ben strano il fatto che ormai è ospite qui da almeno due mesi. Non intendo come mai un giovane tanto impegnato, a sentire mia sorella Arianna, possa perdere tutto il suo tempo qua. Per fare cosa, poi? Sono sicuro che mai quei due mi permetteranno di partecipare alla loro luna di miele. Vogliono sposarsi presto. Ma quando? Non si sa. In compenso, la piccola Fedra è molto malinconica in questo periodo, fa fatica a segnare, quand’è il suo turno, le mie richieste di filmini, e tiene lo sguardo perso dietro chissà cosa. Forse anche lei pensa a questo aitante Teseo. Ah, potessi vederlo, ma vederlo assieme a Pasifae anche solo per un momento. Capirei se c’è una speranza per me. Udire sopratutto la sua gran voce maschile diluirsirsi nella dolcezza e nell’affanno, grazie all’abbraccio con mia madre. Con mia sorella mi sa che se anche vedessi. Mah. No, non credo, non credo proprio. E in più l’altra notte l’ho sognato che saliva di nascosto nella mia stanza, seguito, no, anzi, preceduto da Arianna, che aveva una faccia delle sue, quando è arrabbiata con me. Avevo paura che volessero bastonarmi, che volessero costringermi ad alzarmi, perché salivano per l’ampio scalone della nostra casa in gran fretta, scostando con rabbia alcuni invitati (c’era una festa quella notte, qua sotto), e parevano decisi a entrare da me con fieri propositi. Vedevo gli occhi di lei fiammeggianti per l’ira e l’esasperazione, mentre borbottava: "Se arrivassero bambini, poi, non può più stare qui. Cosa credono, che io sia la sua infermiera a vita? E la stanza che occupa è la più bella, la più grande della casa. Una suite. Non è giusto! La voglio. La vogliamo". Arianna è nervosa anche per un altra ragione. Da un po’ di tempo giungono grossi e ingombranti regali per lei da un facoltoso coltivatore di vigneti. Sento i commenti dei camerieri disotto, mentre poggiano i pacchi coi bigliettini sopra il tavolo antico del salone d’ingresso. Vini di gran marca, venduti in tutto il mondo. Ha un nome buffo, costui. Bacco, mi pare. Per questo, lei pare incerta e irritata. Di conseguenza, io ho paura, adesso, a restare da solo nella mia stanza. Temo che si apra la porta all’improvviso. Vorrei dire ad Arianna, e al suo Teseo, che prima o poi, che sì, non posso durare tanto. Basta osservare le mie gambe e i miei piedi. Insomma, devono solo aspettare ancora un po’. Ogni mattina la finestra gira con moti sempre più vorticosi. Per questo non permetto che venga aperta, al mio risveglio, per non essere catapultato fuori. Che guardino anche il tremito delle mani, e il sudore alle tempie, che annusino l’odore del mio corpo sempre più malato. Dovrebbero star tranquilli, lei e l’altro. Intanto, mi distraggo da queste sensazioni sgradevoli immaginando la porta di noce. Ma nel frattempo il tempo passa anche per mia madre e il suo collo, immagino, si sta riempiendo sempre più di rughe. Temo che se lui, l’aiutogiardiniere, tornasse, non la prenderebbe più tra le sue braccia. Non si spoglierebbe. Non porterebbe più addosso i calzini grigi. Non so più allora chi stringerà la testa di tigre, laggiù, per strisciar dentro, né con che intenzioni. L’altra sera ho creduto per un attimo che l’idraulico del filmino americano, che si stava togliendo gli abiti davanti alla piscina d’una grande villa circondata da oleandri sfiorati dalla brezza, in acqua c’era nuda una donna bionda con seni ridicoli, tanto grossi erano, fosse lui, sì fosse il mio aiutogiardiniere, il mio papà simbolico, tornato a portarmi la gioia, la vera gioia. E ho tremato, e l’affare di nuovo ha cominciato a sollevare il lenzuolo, cercando la luna. Ma è trascorso troppo tempo, da quella sera di una tarda estate. Cioè, quasi autunno. Mi sa che non poteva essere lui. Questo sfogo al magnetofono forse non serve a niente. L’hanno comprato, l’apparecchio, tanto tempo fa, quando ancora volevano tentare una terapia rieducativa. Quando fingevano di credere ad un parziale recupero della mia persona. Per migliorare il suono, dicevano. E nondimeno devo, devo spiegare. Tanto so che nella bobina resteranno solo gridi inarticolati. Oh no, non ho alcuna intenzione di riascoltarmi.

Paolo Puppa è ordinario di storia del teatro e dello spettacolo alla Facoltà di Lingue e di Letterature dell’Università di Venezia, nonché direttore del dipartimento delle arti e dello spettacolo nel medesimo Ateneo.

2 maggio 2006


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