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Insegnamento e formazione nel millennio della finanza

Scrivere il software della banca

Alberto Cavicchiolo

È dinanzi la scommessa che la banca del terzo millennio sta aprendo. L’evento della banca virtuale si sta formulando, prima ancora che come auspicio, come un qui pro quo che rilancia l’idea stessa di finanza.

(16.04.2006)

Introduzione

Un’istanza di formazione si è costituita lungo una esplorazione della questione finanziaria e dei suoi effetti inerenti alla direzione e al pubblico. Una formazione intersettoriale che, pur tenendo conto dei principi della banca come istituzione, si è, di volta in volta, precisata nella serie della conclusione finanziaria. Un insegnamento che assume l’istanza globale (e dunque non esclusiva) della cultura. Una formazione che si fa con l’apertura della parola e con l’interrogazione offerta dalla scienza della parola.

In tal senso l’Associazione Cifrematica G.B. Vico assume un itinerario di ricerca lungo la banca virtuale e lungo l’impresa nel suo versante pragmatico e teorico. Convegni e congressi internazionali hanno costituito la sintassi di questo itinerario.

Ascoltando in queste occasioni alcuni dettagli specifici inerenti al "modo" di fare banca, al banking, ho tenuto conto della trasformazione attuale proveniente dalle istanze della rete, della telecomunicazione e del progetto virtuale. Ho constatato, qua e là, che un certo arcaismo linguistico è spesso il riferimento primario nella definizione di banca che ne impedisce un’effettiva collocazione nella trasformazione planetaria. Così dinanzi al "globale" della finanza di cui hanno dato testimonianza nei loro scritti James Abegglen, Samuele Baio, Gregory Millman, Immanuel Wallerstein, occorre oggi tenere conto della simultaneità tra tecnica e formazione. Questa simultaneità rende mobile e cangiante la nozione di denaro. La galassia del testo da cui vengono le logiche di rete e di struttura, designa il prossimo millennio come il millennio per eccellenza finanziario.

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Antonella Iurilli Duhamel, "Metamorfosi II", 2003, bronzo cera persa


Scienza della parola e telefonia

Il "farsi" della banca incontra nella scienza della parola e nella telefonia due istanze imprescindibili. E questo incontro specifica la banca parola dove si tratta di un altro tempo della formazione e del gioco. Dove l’economia s’interseca con la determinazione finanziaria. Senza nessuna sospensione del tempo. Senza metalinguaggio che avalli l’attesa di tempi migliori.

È dinanzi la scommessa che la banca del terzo millennio sta aprendo. L’evento della banca virtuale si sta formulando, prima ancora che come auspicio, come un qui pro quo che rilancia l’idea stessa di finanza.

Diversi dirigenti sono dinanzi al termine di un periodo in cui la credenza nella sostanza economica non è più bastata a render conto dell’assenza di un progetto o di un pensiero. E molti di loro sono ormai costretti per la prima volta a constatare l’incidenza della perdita che ormai deborda da quei parametri che essi stessi hanno consacrato e ritualizzato.

Nel contesto di direzione la banca virtuale può effettuarsi come una prova intellettuale primaria. Perché introduce a logiche non ordinali, perché induce a riformulare l’economia non senza la finanza e secondo termini non più algebrici. Perché invita a introdurre progetti contrassegnati dalla variabilità e non dall’assistenzialismo o dal sostanzialismo.

Il sostanzialismo, cui spesso la banca ha dimostrato di adeguarsi, sfocia sul convincimento che dalla sostanza del denaro proviene una summa ideologica de facto protestante. Un’ideologia che, per insegnare l’uso morale e utilitaristico del denaro, privilegia l’acquisizione di uno standard rispetto all’avventura incerta della vendita. Che opta spesso per la garanzia genealogica piuttosto che per l’impresa temporale. (cfr. a questo proposito l’implicazione di Franklin da parte di MaxWeber).

Il tramonto del sostanzialismo è ormai constatabile proprio dal "virtuale". Viene ormai indicato dall’irruzione di formulazioni progettuali e dal mestieri inediti che alcuni giovani stanno inaugurando. e questi mestieri sono ormai oltre il soggettivismo nell’ambito finanziario.

Il banco e la cruna

Fernand Braudel nota che già nel Quattrocento il banco è un effetto del mercato: "il mercato è un’apertura, l’accesso a un altro mondo, una vera e propria emersione. L’attività degli uomini, il surplus che scambiano passa a poco a poco per questa angusta breccia con non minore difficoltà, agli inizi, del cammello evangelico attraverso la cruna di un ago." Il banco rinascimentale si formula sulla breccia inedita portata dalla funzione del credito nell’impresa. Un’impresa mai analogica perché diviene commerciale. Un’impresa che è la base temporale della gestione del credito da parte del mercante.

Le nozioni di banco proposte in differenti epoche e da diverse ideologie, rendono l’idea dell’arcaismo ciascuna volta ammesso dal moralismo dell’epoca. Marx attribuisce al credito la misura dei differenti modi di esorcizzare la moneta. Ma il rischio dei banchieri come quello dei primi assicuratori è di parlare un’altra lingua. E di ascoltare la differenza che interviene nella propria lingua, in seguito a una transazione mai equiparabile.

Il banco è inerente al pegno (gage), accoglie il gioco in cui si effettua l’oggetto, la moneta. Battere moneta, tenere banco: il primo rinascimento espone una tavola senza spazialità, dove il punto si dimostra ingeometrico e illocalizzabile, perché situato nella parola. Descrizioni attorno alla moneta nella parola provengono dai mercati scrittori del Quattrocento che anticipano "l’economia letteraria" che viene rinfacciata a Kindleberger.
I Guicciardini Corsi fanno credito a Galileo Galilei. È una famiglia di mercanti importatori di Firenze che consente alla ricerca di proseguire. Investono, primi banchieri avveduti, nella materia dell’invenzione, dove il ritorno non è certo.

Retorica e lingua incomune: il terzo fattore Donald Mc Closkey dell’Università dell’Iowa ha dimostrato a diversi livelli come l’ideologia finanziaria, quando si appella a un presunto pensiero economico dominante, si scontra con una riduzione linguistica. Questa modestia della retorica di settore è in effetti il segnale di un’esclusione della pragmatica nell’economia.
La pragmatica e la lingua incomune avviate da Freud sono state invece ampiamente aggirate tanto dagli psicanalisti che si sono reclamati all’ortodossia, quanto dagli addetti a una algebrizzazione dell’economia; tanto dai "formatori", quanto da coloro che rivendicano una competenza sul comportamento aziendale.

Non a caso tanto la scena bancaria economica, quanto la scena giudiziaria hanno tolto di mezzo i riferimenti a una scienza sconosciuta della parola e dell’atto inconscio, forse per timore che potessero incidere nel pregiudizio sullo "psichico", ancora fondato sulla descrizione del ricordo.

Nell’impresa, nella banca, nell’assicurazione hanno avuto spazi immani, hanno goduto di ampia credibilità differenti formule di conservazione e di imbalsamazione. L’applicativo comportamentistico di matrice angloamericana ha potuto girare nelle macchine aziendali sempre indisturbato, senza l’obiezione da parte dei ricettori. Ed è sicuramente storico il momento in cui negli anni Sessanta Gary Becker approda alla nozione di "capitale umano". Nota Alain Peyrefitte nella Societé de confiance che "la presa in carico di questo "terzo fattore" ha consentito di mostrare come sono possibili tassi divergenti di crescita equilibrata. Tuttavia come negli approcci tradizionali, la visione della crescita rimane assolutamente meccanicista."

Lo psicologismo ha infatti ovattato e mantenuto la banca separata dal tempo, senza che la moneta potesse uscire dal suo equivalente, senza che il denaro fuorviasse dal mentalismo che lo propone come universale e dunque come morale unica. E il tempo soggettivato può ritornare come "terzo fattore" nell’antropologismo di Solow, magari con la grande meraviglia di Robert Lucas a Chicago. A questo titolo l’avallo fornito allo psicologismo dal "razionale" Max Weber è sicuramente da manuale come appare nell’Etica protestante: "il razionalismo economico dipende principalmente, oltre che dalla razionalità della tecnica e del diritto, dalla capacità e dalla disposizione degli uomini a determinate forme di condotta pratico-razionale nella vita. Quando questa era impedita da ostacoli di natura psicologica anche la razionale condotta economica urtò in gravi resistenze interne." Il colore è incompreso dalla concezione "razionale" della banca e il presunto modello germano-elvetico vale talora a giustificare un certo provincialismo europeo. Weber può dunque impartire la ricetta che un mix tecnicogiudirico è il fondamento della costituzione razionale, non più debole psicologicamente.

L’universalismo dell’istituzione bancaria - portato al paradosso e inscenato non senza estremismi da Emile Zola nel romanzo L’argent - è recentemente servito come antitesi alla specificazione organizzativa. Scrivere il software della banca non può risolversi nell’applicare un programma informatico con la pretesa che sia sostitutivo dell’organizzazione. E cercare nella soluzione tecnologica il sostituto dell’organizzazione effettuale vale, come nota Samuele Baio, a anticipare l’obsolescenza degli strumenti. E François-Xavier de Fournas si accorge che "non è aggregando una massa di attività non redditizie che si costruisce per miracolo una banca redditizia". Questo vale per la cosiddetta "risorsa umana" che anche in banca comincia a farsi largo, tra una direttiva burocratica e un ordine di servizio Le figure comuni del banchiere come gnomo incolore, dell’understatement, della impossibile manifestazione del disagio e della gioia descrivono nell’ambiente bancario alcuni tratti di un’ideologia che ha tolto il colore dallo scambio sostituendolo con una forma mentis. Il colore dell’oggetto incorre nella differenza, nello spostamento, nella variazione. E la moneta, con il suo enigma, introduce il colore nella definizione stessa di punto e di oggetto.

A proposito di "capitale" e di moneta i principi enunciati dai diversi economisti classici, dallo stesso Marx e dagli economisti del Œ900 sono stati di volta in volta riconvertiti in altrettanti credo all’insegna dell’universalismo e della assenza di Altro. Ma adesso alcuni interrogativi sorgono: Fino a quando la moneta dovrà ancora restare simile a un equivalente?

E come può la moneta essere ancora monetizzabile?

Come può essere oggettivato un luogo possibile della moneta?

Come trovare un istante che ne assicuri la sua intercambiabilità?

Senza una differenza libera come può esistere moneta nella scena dello scambio?

Le diverse accezioni di "moneta" possono forse confermare la possibilità di un universalismo e di una conversione delle merci in un loro equivalente?

Il "virtuale" e la "rete" sono istanze che fomentano il ripensamento di alcuni principi dell’economia classica e promuovono una moneta altra.

Oltre la religione della conservazione

Un’iconografia popolare offre costantemente nei media la raffigurazione della banca e della borsa come tempio grecoromano. Tempio di rituali della raccolta e della preservazione di una sostanza apparentemente imperitura. Tempio esente dal tempo e dalla sua sezione.

Come intendere questo accostamento se non nei termini di una religione laica della conservazione.

Niente come l’istanza linguistica del denaro e del suo processo sono lontani da una raffigurazione religiosa. Nonostante le differenti ideologie, ora canoniche, ora ortodosse e protestanti, il denaro e la sua custodia nella banca hanno continuamente costituito motivo di interrogazione tanto per la morale comune quanto per la dottrina sociale della chiesa.

Costituisce un fulcro importante di un dibattito secolare il cronista del Deuteronomio: "Non farai a tuo fratello prestiti a interesse, né di denaro, né di viveri, né di qualsivoglia cosa che si presta a interesse. Allo straniero (nokri, alienus per San Gerolamo) potrai prestare a interesse ma non al tuo fratello; affinché l’Eterno Iddio tuo ti benedica in tutto ciò a cui porrai mano, nel paese dove stai per entrare per prenderne possesso." (Deut. XXIII, 19) E spesso l’assenza di temporalità si rappresenta come una critica all’usura ritenuta dannosa sopra tutto se, come nota l’esegesi canonica di Alessandro Nevo e Celso da Verona, viene esercitata dagli ebrei nei confronti dei cristiani. Ma come definire i limiti di un uso corretto della merce e del suo "equivalente"? Come evitare che il denaro lavori anche all’insaputa del suo possessore? Magari di notte?

Nella sua esplorazione nel 1949, The idea of Usury, Benjamin Nelson esplora le caratteristiche storiche del discorso religioso dinanzi all’uso incontrollato della moneta. E non è senza interesse la precisazione di Ambrogio, che egli cita: "da colui che non puoi facilmente vincere in guerra puoi trarre vendetta con l’imposizione della centesima. A colui che potresti uccidere senza commettere un delitto, tu puoi chiedere l’usura. Chi domanda l’usura combatte senza armi, chi riscuote gli interessi dal suo nemico, e si vendica così su di lui, combatte senza la spada. Perciò dove c’è il diritto di guerra, ivi è anche il diritto dell’usura." Nelson nota anche il malinteso di Max Weber nell’interpretazione di Calvino. Il ginevrino è il primo capo religioso a impiegare "utilitaristicamente" il passo deuteronomico. E come nota Nelson egli riuscì a "legittimare l’usura pur senza dare l’impressione di stroncare la vitalità dell’universalismo sia del fraternalismo dell’etica cristiana". Scrive Calvino "Se noi condanniamo in blocco l’usura noi poniamo alla nostra coscienza più ferrei legami di quel che non abbia fatto lo stesso Dio". E pur trovando l’occasione di esecrare il metodo ebraico di trattare il denaro che continua a opprimere i cristiani, Calvino in fondo si convince che per l’utilité commune si può ben fare qualche concessione anche all’usura.

Il decreto parasociologico di Weber è valso da direttiva per i pregiudizi più grossolani. Così ipotizzava, tentato da un’"osservazione superficiale", nell’Etica protestante : "il maggiore distacco dal mondo del Cattolicesimo, i tratti ascetici che si trovano nei suoi più alti ideali, debbono educare chi lo confessa a una maggiore indifferenza di fronte al beni di questo mondo".

La mia tentazione è invece di pensare che l’ideologia protestante abbia propagandato un un’interpretazione gnostica della funzione creditizia; dove il cattolico rappresenterebbe il polo proibitivo dell’usura e quello ebraico il polo prescrittivo. Dove l’etica rimane l’alibi cercato ad hoc per far fronte all’errore dell’impostazione ideologica.

Banca etica?

L’odierno dibattito sulla banca etica, che sta coinvolgendo anche in Italia numerosi professionisti, concerne l’enorme estensione del possibile uso etico e sociale della sostanza economica. E il dibattito non può essere estraneo al contesto dei decreti ecclesiastici che l’istituzione cattolica ha emanato, nei secoli.
In questo dibattito rientra anche la stessa creazione di una banca sociale a livello mondiale. I due gemelli (World Bank e FMI) voluti da White e Keynes si giustificavano dopo Bretton Woods con queste ragioni secondo Harry Dexter White: "prevenire la disgregazione dei commerci esteri e il collasso dei sistemi monetario e creditizio, assicurare il ripristino dei commerci esteri e di fornire l’immensa quantità di capitali virtualmente necessari in ogni parte del mondo per la ricostruzione, il recupero e la ripresa economica." E Mc Namara nella sua funzione di Presidente della Banca mondiale affermava che lo scopo "assistenziale" era primario: "ricchi e potenti hanno il dovere morale di assistere i poveri e i deboli".

L’uso politico della banca sociale non è sfuggito nei suoi effetti politici a alcuni pontefici. Nel caso della Rerum Novarum di Leone XIII si tratta di un vero e proprio manifesto per un’organizzazione dell’economia particolare. Qui il credito, come effetto dell’organizzazione e dell’intraprendenza di un collettivo, è l’emblema di un funzionamento della comunità locale.

Gli effetti interessanti della Rerum Novarum stanno anche nel fatto di non annullare la contraddizione del sociale della lingua. E oggi sono ancora vivi in varie forme di cooperazione. Per incoraggiamento dell’Enciclica Papale la banca stabilisce, già con le casse di credito cooperativo avviate nella seconda metà dell’Ottocento in Germania da Wilhelm Raiffeisen, una importante barriera contro l’usura sistematizzata e una promozione del credito per l’impresa.
Nel dilagare del metodo di banca cooperativa in Europa si trova già la costituzione, da parte di lavoratori e degli imprenditori, di un’organizzazione non ritualistica. In effetti gli operatori della banca locale si fondano anche su una gestione operativa, basata sul profitto e sulla vendita di prodotti prefinanziati, che consente con l’organizzazione del credito anche l’organizzazione culturale e sociale.

Storia della garanzia e della perdita

In Europa la banca-ritualità nella sua adesione all’iterazione genealogica e naturalistica ha contrassegnato, dall’inizio del secolo in poi, la perdita come feticcio per l’equilibrio di bilancio. Mc Closkey trova che la giustificazione genealogica assilla gli economisti che cercano antenati comuni o consimili discendenti a problemi e a mercati distinti. Mc Closkey nota: "L’analogia linguistica si applica ai problemi dei mercati anche nei dettagli di natura tecnica. I linguisti, per esempio, disegnano mappe di isoglosse simili agli "isoquanti" nella teoria della produzione ".

Ma solo formalmente l’equazione a somma zero impone, con l’equilibrio della perdita, una formula statica all’economia creditizia.

La banca nell’epoca dell’intelligenza artificiale non può restare tale a meno di rappresentare la perdita come perdita economica. Nonostante il sistema dei valori mobiliari, delle quotazioni in borsa, degli shares e delle stock options sia acquisito come stile e metodo, oltre che come modalità operativa di finanziamento, la banca "provinciale" si trova a rigettare di fatto la modalità di un investimento che non sia legato a una garanzia sostanziale. E la giustificazione trova sempre supporto nei dati statistici. Mc Closkey nota a proposito delle rettificazioni statistiche in economia: "Se i risultati dell’adattamento dei dati sono ragionevoli, su basi esse stesse non sottoposte a esame, l’articolo viene inviato a una rivista per una pubblicazione. Se i risultati sono irragionevoli si fa fare all’ipotesi un "loop", come si dice nel gergo dei centri di calcolo; lo scienziato economico riesamina le ipotesi o le specificazioni modificandole finché non ne viene fuori un articolo di cui sia possibile la pubblicazione. Il risultato può avere o non avere valore (...)" Di tanto in tanto alcuni funzionari sono costretti a constatare l’incontrollabilità tanto dell’utile quanto della perdita. Senza che l’origine dell’utile o della perdita segua un principio di compensazione sociale, la banca incontra il paradosso asociale di un’impossibile economia del calcolo. Si profila allora, più che mai, l’occorrenza della banca parola, della banca formazione, della banca cultura.

Non c’è alcuna possibilità che la conversione di un elemento nel deposito dello stesso elemento consenta la sua conservazione. Conservazione, deposito mantenimento: modalità che risultano differenti dall’accoglimento di un significante nella logica della nominazione. Un significante accoglie un altro significante in modo differente grazie alla funzione di nome, e il mercante risulta essere il nome nella sua indisponibilità a rendere i significanti uguali.

L’incontrollabilità della finanza in rete avvia il trans-nazionalismo e in trans-statalismo delle transazioni. Le basi algebriche e statistiche della scienza bancaria sono così messe in questione da un effetto di trasmissione e da un nuovo concetto di relazione.

La prova del valore non passa più soltanto per la digitalizzazione o per la traduzione in un numero riconoscibile. Ma anche il concetto di distribuzione è messo in questione da un’altra topologia. Uno dei massimi dirigenti della Huntington Bank americana ammette che il suo progetto non si definisce più in termini di filiali (branches) ma in termini di punti (points). Così la topologia entra allora nella teoria creditizia come variante e come componente di organizzazione. E definisce un banco che si squarcia per l’istanza temporale, e che sbalza via l’oggettività degli elementi.

In diverse occasioni un certo discorso "da ragioniere" confonde il concetto di oggetto con quello di garanzia, facendo del realismo l’alibi per non ammettere il tempo e la sua arte, l’intelligenza. Una banca voluta intemporale, come coglie Kindleberger, è legata ai principi psichiatrici di instabilità patologica e si espone alla generale fobia inerente alla fine del tempo e della storia.
Il discorso sul credito rispetta il tempo nel suo tentativo vano di calcolare la perdita. Cerca di stabilire un misuratore della perdita e in tal senso sembra procedere da una regola senza legge.

Il ritardo della diffusione territoriale delle banche d’affari in Italia non deriva affatto da un pregiudizio della morale cattolica. Non dimostra un’attribuzione negativa degli ambienti cattolici nei confronti della finanza; al contrario risulta dall’egemonia di un credo laicista che ha convertito alle sue maglie burocratiche qualsiasi tentativo di definire la banca a partire dall’impresa temporale.

I concetti di Hausbank, e di un account manager specifico del cliente sono lontani di tanti Istituti Italiani, che, con il loro centralismo, rischiano spesso di "smarrire" il cliente dopo averlo perduto come interlocutore.
Per gli addetti all’analisi dei fidi risulta vietato considerare la funzionalità senza un riferimento alla tenuta di bilancio. L’alibi della tenuta di bilancio risulta in effetti garanzia per l’assenza di una effettiva valutazione dell’impresa.

Ricordando una citazione di Attilio Cabiati del 1911 de Cecco e Ferri, nel loro testo sulle banche d’affari, accennano alla contingenza circolare che impedisce alla banca di verificare il bilancio dell’impresa. E ne deriva che l’impossibilità di finanziarla adeguatamente risulta dal relativismo tra banca e impresa instaurato da una fiscalità statale esosa.

Ma quanto investono le banche nostrane sull’incontro? Con quale base i clienti possono effettivamente richiedere un accoglimento non governato dalla simulazione comportamentistica. Napoleone Colajanni ricorda che la figura colta di alcuni grandi banchieri ha avuto il contrappasso in una maggioranza di funzionariato incolto e inadatto a affrontare la prova del cliente difficile. E gli stessi de Cecco e Ferri notano che l’assenza di una prospettiva di ampio respiro nel progetto impresa delle banche italiane ha ritardato le creazione di istituti a partecipazione industriale. E a questo proposito a proposito di certi usi italiani rilevano: "Piuttosto che immetterla direttamente nella produzione i raccoglitori di "manna", consci del fatto che magari domani non ne sarebbe piovuta più si sarebbero preoccupati anche di accantonarla di altri usi, ovverossia a ridurre l’impiego di altro cibo di cui si avvalevano in precedenza".

Il virtuale e l’incontro

Il banco del rinascimento esiste di nuovo nella reinvenzione operata dalla finanza virtuale. Esiste attraverso l’istanza cattolica della parola, attraverso la questione ebraica come questione del nome e come questione internazionale. La finanza nel suo aspetto virtuale è così vessillo dell’istanza di distribuzione logica e non più fisica. Senza peraltro passare per quell’atomo alternativo che per Negroponte descrive il bit.

Virtuale la finanza si dimostra in quanto proveniente da un progetto e non, come nota bene de Fournas, dall’evitamento del programma attraverso l’esecuzione ordinaria del day by day.

Il concetto di banca virtuale preannunzia già un’enorme trasformazione: la definizione tecnica di banca virtuale ‹ relativa cioè all’inserimento di tecnologie a distanza, all’inserimento di multimedialità e di "astrazione" nella trattativa o nella transazione diretta ‹ è soltanto un¹allusione alla rivoluzione che il contesto finanziario sta attraversando nell¹imminenza del terzo millennio.
Escludere l’Europa dalla costruzione della formazione in materia finanziaria significa optare per un tecnicismo digitale che privilegia l’algebra del numero e l’ordinalità. Per ignorare l’invenzione finanziaria e la finanza dove essa non dipende da un formalismo informatico. L’unilingua informatica è spesso, sia in provincia sia in centro, l’alibi per non ascoltare se non il luogo comune depurato dall’affare. Il rischio d’impresa arriva con un numero non eseguibile né prevedibile. E la numerazione risulta una condizione della pragmatica tanto nel versante della causa di godimento tanto in quello del punto di distrazione Non c’è banco senza opera, senza opus, senza logica delle operazioni. L’analisi del testo della banca è imprescindibile da una riformulazione linguistica europea, globale, internazionale del discorso sul credito.
E nel frattempo appare che le implicazioni effettive di una finanza di rete sorpassano di gran lunga la possibilità di controllo dei mercati telematici da parte degli organi di regolamentazioni nazionali e internazionali. Il carattere di Internet come automazione dell’informazione e implicazione di una diffusione incontrollabile ha ulteriori conseguenze se viene considerato nel suo contesto di zona franca.

La banca europea diviene intersettoriale grazie al "virtuale": una forza inedita per le logie veteroburocratiche. Senza più orientalismo né meridionalismo; senza più ricatto all’Altro; senza più riscatto dall’attuale. La banca virtuale europea si pone come un laboratorio di informazione e di conclusione. Dove l’incontro, sia con il cliente, sia con l’operatore "interno", è essenziale nella sua pragmatica. Dunque nessuna automatizzazione dello sportello può sopperire alla formazione dell’operatore, al suo divenire protagonista.

La preparazione degli script dei Call Center risente ancora dell’automaticismo e del correct behaviour: rintralci comunque allo scambio commerciale. Il Call Center non è proprio destinato a diventare un apparecchio per eliminare il malinteso. Né per eludere la difficoltà. Al contrario il Call Center può far leva sull’eco di un malinteso per consentire agli operatori un rilancio dell’interlocuzione con il cliente.

La telefonia per la banca è un’occasione inusitata per il contesto finanziario europeo. A condizione che la cultura e la scienza della parola intervengano nel programma e nel progetto cliente. La formazione per un progetto cliente si fa con il rischio nel colloquio e con la definizione per ciascun protagonista, di una posta in gioco. Vale la posta il trovarsi interlocutori di alcuni specifici clienti e non di tutti. Senza intercambiabilità. Al di là di ogni personalismo il colloquio può, attraverso la difficoltàdella pratica di parola, divenireil retail-bankingdi iniziomillennio.

Formazione, persuasione e influenza: oltre l’aziendalismo La banca si è inserita nel generale aziendalismo cioè nel luogo comune in cui l’azienda deve sacrificare il suo agire a una simulazione dell’agire. Se la banca dunque diventa il riflesso della simulazione, essa evita la scrittura e pertanto la finanza.

Tutto questo non ha nulla a che vedere con la rivoluzione della parola introdotta per un verso dalla scienza della comunicazione e successivamente dalla cifrematica. Nella sua miopia l’aziendalismo tratta differentemente,e in modo separato, la comunicazione e la formazione come se potessero in effetti risolvere due problemi differenti, per un verso l’assenza di scambio che risulta dalla formalizzazione del oggetto prodotto, per un altro verso l’assenza di programma. L’attivazione dell’efficacia nella banca, la determinazione alla conclusione non possono essere ottenute attraverso l’applicazione di un comodo teorema utilitaristico.
Quale è la posta in gioco di un intervento di formazione in un ambito finanziario? La postain gioco oggi è discutere l’essenziale di una teoria che ammette effettivamente la globalità. Occorre formulare,oltre Weber, una teoria cattolica della finanza che non ha nulla a che vedere con una ideologizzazione clericale del contesto finanziario.

La prevalenza di luoghi comuni di derivazione protestante e wasp in merito alla determinazione e della cosiddetta tecnica bancaria, in generale del know-how diffuso perintenderel’evoluzione della banca, ha indotto una sorta di spartizione di ideologia sul pensiero ritenuto fondamentale per la banca. Esistono studi in Italia e all’estero che hanno dimostrato come la banca aperta risulta dalla sua messa in gioco a livello di scambio, per cui la banca-quotazione è effettivamente la banca parola, la banca cultura. È il valore che consegue alla qualità.

George e Sabelli rilevano l’omogeneità e il monocratismo intellettuale nei metodi della World Bank: "essa è in grado di coprire il fronte dello sviluppo in maniera tanto ampia che dal punto di vista intellettuale, che non rimane quasi spazio per indagini "serie" al di fuori dei suoi confini". E Hervé de Carmoy aggiunge: "la maggiorparte delle banche tende piuttosto a ridurre invece che a aumentare l’investimento intellettuale e in organizzazione necessario a una buona padronanza dei rischi. Poche istituzioni bancarie sono disposte a dotarsi dei mezzi richiesti per creare una giusta remunerazione del loro cliente. Ormai l’interfaccia tra la banca e l’industria mobilita un ventaglio di attori differenti e richiede altri comportamenti. (...) Il dilettantismo ottimista di un Banesto, di una Continentale Illinois o di un Credit Lyonnais sarà snidato." E in Italia non basta nel 1974 l’intervento del Governatore della Banca d’Italia Guido Carli che propose di trasformare una parte dei debiti del sistema produttivo in capitali di rischio per lo stesso. L’ideologia quasi antiindustriale di una parte della banca italiana ‹ che isola i Toeplitz e i Mattioli perché troppo promotori dell’interscambio ‹ è sancita dall’art 33 della precedente legge bancaria che costringeva le banche a intervenire solo nel capitale di altre banche o di enti consustanziali. Dover poi ripristinare strutture industriali decadute (cfr. Banche e risanamento delle imprese in crisi, a cura di G. Forestieri) è anche una delle condizioni di una mancata capitalizzazione secondo l’occorrenza della parola. È un mancato appuntamento con la pulsione d’impresa.

L’istanza strutturale della formazione banca-cliente viene per lo più evitata nei dibattiti epocali. Essi oscillano tra la costituzione di una banca virtuale come placida banca a distanza e la diminuzione di forza lavoro; tra l’insistenza del arcaismo di una moltiplicazione di punti di vendita fisici e la riscoperta della telematica dopo lunghi anni di Switch. Mai come ora il concetto di telecomunicazione arriva in banca come un neologismo nonostante che la banca si fondi ormai da anni su sistemi di transazione indiretta e a distanza?

La formazione è spesso confusa con l’addestramento con la riqualificazione del professionale. La formazione è in effetti tagliata fuori dalla pressione, dall’intensità, dalla tensione, ritenute invece estremizzazione patologica del concetto di lavoro. La formazione è un rudere che quando non può essere evacuato sopravvive come effetto di una simulazione, di un adeguamento a un modello. Al massimo la formazione è intesa come raggiungimento di un’idea preformata e adeguata al target, allo scopo.

La banca parola e la mercatura

Come avviene l’introduzione della banca parola, come esiste la banca parola nella sua parabola e nella sua immensa portata nel contesto di scambio internazionale?

Il teorema della banca implica che non c’è luogo possibile del denaro ma lo scambio stesso effettua la rete e il valore derivante dalla rete (che già Marx descriveva come valore di scambio).

Il cosiddetto marketing, (e perché non la pratica della mercatura rinascimentale?), opera da tempo sul cliente virtuale. Non ha quindi bisogno di rimpianti nel caso di dover riordinare la sua definizione di cliente come staccata da un contesto di vita. Il cliente del marketing risulta di fatto effetto di una deduzione. Non ancora di una abduzione in quanto proviene da un generale riciclaggio del risultato di previsione. Quello del marketing è un risultato "in absentia".

Spesso i sistemi di intelligenza artificiale vengono confusi con modelli di azioni automaticistiche. La formazione viene in generale evitata come una grana dallo stesso progetto cliente dei diversi provider di tecnologia. Ma allora il concetto di banca virtuale che cosa deve consentire: la funzionalità del rapporto bancario? La velocità delle singole operazioni e di conseguenza della massa generale delle operazioni?. Un tanto anelato risparmio di costi?.

Ma se a questo anelato e magari conseguito risparmio dei costi fa seguito un generale sollevamento delle funzioni degli operatori, un generale rilassamento, non è forse peggio?

Il credito automatico attraversa praticamente ciascuna transazione sociale e gran parte degli effetti di questo "sociale" linguistico sul individuo. Il credito automatico può dirsi forse quel sogno di evitare le implicazioni sul individuo; può comportare forse l’evitamento da un ulteriore interrogazione sul essenziale del dilemma banca - individuo?

La banca del terzo millennio esige il tempo e la sua cifra, esige dunque che l’impresa sia del tempo, che la cifratura di questa impresa sia accolta nella sua globalità. L’impresa si effettua nelle diverse modalità con cui l’azienda la propone come l’impossibilità di racchiudere il tempo o di identificarlo in una risorsa.

Temporale, intelligente

Questo testo intende copntribuire al dibattito in merito all’analisi del "discorso" sul credito bancario. Per assumere un cifrema.

La banca che non analizza il suo discorso che ne vuole anzi essere estranea e soltanto per potere parlarlo senza verificarne gli effetti su se stessa si determina in una sorta di autoreferenza.

Scrive Giuseppe Roma nel Sistema finanziario italiano: "Lo sforzo innovativo compiuto dal sistema bancario e finanziario italiano ha progressivamente confermato, dopo una iniziale "disintermediazione" del sistema bancario italiano, le caratteristiche "bancocentriche" del sistema e le difficoltà a sviluppare un adeguato mercato dei capitali per il finanziamento delle imprese".

Il discorso sul credito, che meriterebbe in effetti un’esplorazione ben diversa da quella corporativa o di settore, richiede una rivisitazione che verta sull’essenziale della scena, dove esistono la moneta, il denaro, l’economia, la finanza, lo scambio, l’incontro, il programma, l’immediatezza.

Nel convegno che ho promosso "BVE. La prospettiva del cliente nei progetti di Banca Virtuale Europea." (Genova 12 dicembre 1995) una sezione veniva intitolata "Banca temporale, banca intelligente". Questa proposta sollecitava Mariano Del Vescovo esponente italiano di una società londinese che notava che può esistere intelligenza e tempo nel concetto attuale di banca, al di là di ogni credo nella materia prelinguistica.

La produzione di editoria italiana di largo consumo, dalla saggistica alla specializzazione, dalla fiction alla despecializzazione fa risaltare e aumenta il vuoto culturale sulla questione del credito. Nei dibattiti e nei prodotti culturali, il credito è ignorato come avviene per le diverse modalità e le invenzioni finanziarie. Il purismo laico in materia di debito-credito si sovrappone all’esigenza imprenditoriale di una finanza diversificata e eterogenea. E non appartenente né ai circoli né a caste.

Nel caso delle banche italiane di credito cooperativo e in diversi esempi di credito cooperativo in Europa, la banca degli imprenditori, costruita da un’impellenza, assume talora il taglio di un credito senza riserve mentali. La forma cooperativa rispetta gli equilibri di bilancio e il patrimonio come effetti di una determinazione verso il rischio d’impresa. L’invenzione finanziaria segue l’occorrenza e la forma: della banca locale è spesso virtuale ante litteram come dimostra con la sua emblematica esperienza Vittorio Ghezzi. Come nel caso della Banca di Credito Cooperativo di Carate Brianza che costruisce negli anni Sessanta un’equipe di consulenza vicina ai clienti esigenti o a quelli in difficoltà. L’invenzione finanziaria è essenziale alla scommessa imprenditoriale come l’intelligenza artificiale è essenziale nella rielaborazione dell’informatica degli anni Settanta.

Il mito delle risorse umane e il cliente non virtuale

Negli istituti bancari italiani esiste anzitutto un’elusione. La prima voce di spesa nel bilancio è dovuta alle retribuzioni del personale. Alcuni riscontrano tra l’altro un investimento quasi irrisorio nella formazione che non sia strettamente tecnica. In effetti quello che è la capacità essenziale di determinare nel cliente la continuità e il proseguimento di un discorso a proposito della banca, di investire non solo in titoli ma investire nella banca ed è ritenuto inessenziale.

È stato anche dimostrato da alcuni studi a livello universitario che in effetti l’incontro (definito da alcuni "contatto") è in effetti decisivo della determinazione di un investimento o della valenza anche quantitativa di un rapporto finanziario. In altri termini i prodotti finanziari vengono venduti dalla banca esclusivamente a partire dall’incontro con un vero interlocutore.

L’incontro verrà invece affrontato quando in presenza di disguidi malintesi, problemi, incongruenze, reclami il cliente sarà costretto a recarsi allo sportello, in questa occasione occorrerà che l’interlocutore funzioni, pertanto l’essenziale è questo: la cosiddetta automazione della Banca Virtuale avrà come pendant un’esigenza enorme di interlocuzione, anzi la stessa banca virtuale aumenterà enormemente l’esigenza di una interlocuzione da parte del cliente, lo abituerà a una maggiore capacità di interlocuzione con l’operatore allo sportello.

Certo, de Carmoy ritiene che la professione bancaria esiga finezza e discernimento. E richieda "un percorso specifico e una visione globale, una lungimiranza e una conoscenza intima degli uomini e dei mezzi tecnologici e industriali".

Nel migliore dei casi il provincialismo del debito sostituisce per un verso l’interlocuzione, proponendo da una parte la confidenza per un altro verso l’estraneità alla domanda, ovvero l’assenza di ascolto. Quante volte possiamo assistere al déjà-vu in cui l’operatore di sportello si trasforma in un facile portatore di chiacchiera con il cliente conosciuto, dimostrando, un momento dopo, un enorme imbarazzo di fronte al cliente mai incontrato prima. Fino quando il villaggio globale della banca dovrà restare soltanto un villaggio senza il globale?

Fin quando il provincialismo di una assenza di formazione alla parola dovrà invadere un incontro tanto peculiare, un appuntamento tanto importante qual è l’appuntamento di una transazione finanziaria? Nell’ambito della transazione finanziaria, nell’ambito cioè dell’incontro con un interlocutore nella banca, il cliente interviene nell’essenziale, nella cifra del suo lavoro del suo progetto.

Per esempio il deposito di denaro in un conto corrente, la verifica della contabilità, la determinazione di pagamento, di investimenti costituisce nei minuti o nelle ore in cui il cliente è in banca uno dei momenti determinati della sua organizzazione di vita. Ecco allora la banca vita che diviene indispensabile al di là di ogni formalismo.

Lo sportello: laboratorio culturale europeo. Nella logica in cui il denaro fuoriesce da mitologie di facile rappresentazione, di scontata riproduzione e interviene invece nell’essenziale del valore. Cosa avviene allo sportello? Nello sportello, nei pochi minuti in cui lo sportello esiste interviene quella porta, quell’apertura che definisce la logica delle relazioni, apertura dell’ossimoro, dunque inserimento dell’ossimoro valore non-valore oppure valore-niente che determina lo scambio nella sua essenza. In effetti la proposta di una banca parola, di una banca vita riguarda l’intervento culturale della banca come neologismo per il terzo millennio.

Scrive Pierre Legendre nel libro La passione di essere un altro. Studio per la danza - Marsilio editori, Venezia 1979 "sarebbe uno sbaglio classificare le civiltà dividendole in popoli danzatori e non danzatori , riducendo la danza alla stregua delle tecniche d’espressione (come ci sono, per esempio, popoli con o senza scrittura)" forse con questa barocca distinzione celebriamo ancora una volta il buon selvaggio. Questa classificazione cara agli occidentali deriva da una modalità storica d’addestramento, da una certa politica volta a controllare il corpo umano, procedimento di normalizzazione teso a trasformare la danza in divertimento senza importanza, in banalità culturale entro un’organizzazione sociale concepito dalle ideologie di gestione come un gigantesco giardino d’infanzia per gli adulti. (...) In altri termini tutta la regolamentazione morale e tecnica ... ci riconduce a una fantasmatica dell’Homo Erectus a dogma secondo cui l’uomo è stato creato dritto quindi la posizione eretta costituisce un senso legale, per cui lo stare in piedi, all’Altro assoluto.

Questa misteriosa riproduzione dell’uomo in piedi, immagine divina, ha storicamente alimentato la diffusione di una estetica che perciò enunciato le sue ragioni con uno stile velato tuttavia sgombro di equivoci senza l’osservazione analitica di Legendre relativa alla danza e al discorso sulla posizione eretta ci induce ad affrontare un tema che in effetti non è mai rientrato nella classificazione degli studi dal cliente richiesto dall’istituzione.

Lo sportello costituisce tutt’oggi un accento nella cosiddetta posizione eretta a differenza di quelle condizioni di accoglienza che implicano l’incontro con il cliente nella sua istanza di parola.

La banca che ha eretto nel salone un bunker per differenziare il cliente (o per evitare rischi di rapina) in effetti propone una separazione come condizione per la transazione. L’Altro è sinonimo di minaccia oppure può divenire un’istanza da accogliere come altro tempo? L’accoglimento di un colloquio, l’accoglimento di un incontro di questa porta particolare che è lo sportello che implicazioni può avere nella giornata, nel progetto del cliente? Ma al contempo che implicazioni può avere nella giornata e nel progetto dell’interlocutore bancario? Ma la "porta" è indispensabile per un accoglimento non domestico, con la bene nella logica di sportello, il prof. Marco De Marco dell’Università Cattolica di Milano nel convegno "Banche, informatica e Cooperazione Europea".

Quanti dei 350.000 lavoratori bancari in Italia sono dinanzi al cliente? La rivoluzione della banca virtuale può consentire a molti operatori attraverso il concetto di Call Center di trovare un altro sportello nella parola indipendentemente dalla posizione eretta, il fatto che il cliente venga incontrato non a partire dalla posizione eretta e nei pochi minuti in cui si trova allo sportello, ma in un colloquio in cui può affrontare alcune istanze a partire da una riflessione; può determinare uno spostamento nella stessa definizione di cliente.



Sommario dell’articolo

Introduzione
Scienza della parola e telefonia
Il banco e la cruna
Oltre la religione della conservazione
Banca etica?
Storia della garanzia e della perdita
Il virtuale e l’incontro
La banca parola e la mercatura
Temporale, intelligente
Il mito delle risorse umane e il cliente non virtuale.

Alberto Cavicciolo. Milano. Cifrante, psicanalista, imprenditore. Presidente dell’Associazione Cifrematica G.B. Vico
Sito di referenza


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30.07.2017