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Sconforti di consorte

Marina Pizzi
(16.04.2006)

Occhi di sassaiola
lapidi già preste (o)



1.
Ancora le reliquie della sera
il diavolo delle persiane
la siccità equorea del corpo
spodestato di anni.
Nessun fratello conchiuso nello stento
lo stato stento del freno scarso
quando il burrone elude il peso
di chi fisso al chiuso in mezzo alla strada
in un angolo o dietro la porta di casa.
Di lì a poco si scostò i capelli
andandosene sereno
e per benino il corpo si vibrò
provvista di castello un incanto di stamberga.



JPEG - 91.8 Kb
Georges Duhamel, "Antagonisme féminin", 2004, tecnica mista su tela, cm 50x60


2.
Non sono mai stata iscritta al college
né ad un privé di grazie
sotto abachi di padre.
Consolanze senza scorta
offuscano il sorriso
ora ospizio il forse del patriota.



3.
Mai fulgente di gioia il nato
nemmeno se l’erba muraiola della madre
confessione di amore.
Ormai senza scorta la fune della resistenza
indossa una resina senza volerla
né sa salpare oltre.
Tremenda pena la corda ribaltata
...



4.
In una mansarda di fiammiferi spenti
(oltre più di bruciati)
guardi le giostre di sentieri ai tetti
ben oltre che indifferenti.
Sterminio di natura anche il cuore
interrogante lo zero.



5.
Fino all’anno scorso c’erano i fiori di campo:
tornami dal fiato in pene di mare morto
finalmente stanco certo del riposo.



6.
Vola il corvo sulle lenzuola candide:
tutti giocano a svelare abbecedari
e cicatrici piatte, guarite.



7.
Un aiuto di cometa possa tornare
tra le teche di scienze imbalsamate
da spiccioli lasciati su banconi di bar
tra rattoppi chiusi alla meno peggio
e lucertole schiacciate per oltraggio.
Le spalle viete per un lavoro tetro
tornino nature di costanze
vastità di cialde appena di forno.
No, non girerà il panorama
nelle antirughe delle creme mentori
pur per cristalli le ceneri.



8.
Dormire accanto al lavabo
è così triste, zefiretto il singulto
quando da giovane
vegliavi versioni di lettere,
silente nell’urlo del bacio.
Il conservante dell’antimorte
ti costrinse valente
tu valente di soma.



9.
Aspetta che il bucato si asciughi
nei ghirigori fastosi
[del sole]
da lì a non parteciparvi:
(intendo il sole della gioia).
L’io narrante solo briciolo
qui a ridire dal farabutto al santo.



10.
Con il cardo dell’occaso voglio l’angolo
di un’aureola di salto.
Alla prima deriva non venga meno
la scorreria del polline,
giammai la recidiva per la ripetente
storia la lite della terra.
Ostinata la fionda della prepotenza
immette binari né vivi né morti
solo stupidi.



11.
Dove il tempo è l’orto con la voce
con l’occhio alle rondini che non tornano,
i grani del rosario con la fede
egoista. Stammi in senso, ti prego, godi di me
la fune della luna senza riso
né dolo o fola di gioiello.



12.
Fionde di baci per vendetta
di non trovare amore.
La salsedine del poggio renda
l’equilibrio
all’aquilone appena intrappolato.
Equidistante dal porto all’alto mare
lo stortignaccolo albore
del cucciolo delfino.



13.
I vestitini da nulla, del nulla
lo stallo e la vendemmia
pari sono.
Questa la trama di una vita
stipata sotto la zattera
marcescente, pari senza pari.
Il riso crudetto anche del Grande Chef
fu la norma d’angolo, l’apice maligno
delle trincee di polsi e caviglie spezzati.
Crebbe il cappio con la bilancia
peso di cialda di ruggine
quasi da subito o ben presto
dimenticanza del forno pasquale
erranza di errore.



14.
So di andarmene a piedi, senza rondine
sotto sedie che traballano
il coma di tutti gli oliveti.
In balìa della tempesta, braccata d’asma
so l’onta delle darsene
la spiaggia di plastica
benemerita!
di stick di deodoranti.
Senza stinchi alati doloro
chiodi ingloriosi stimoli di beffa
morie e raucedini dì di dì vecchi.



15.
Rubato dalla cornucopia questo guardarti
finito in elemosina di tempo:
promontorio d’urlo.
Interno alla marina fu il tuo sguardo
abbreviato in sigle di baci
quando il valore era lo stupore
di spore porta a porta per i fiori.
Ammessi al silenzio che sia la gioia
scovata al finalmente mai preda al sisma
del talamo e del sarcofago.



16.
Nelle gerle di silenzi ìmpari gl’indici
questi brevetti innocui perituri
e sismici nonostante seduta stante
io muoia.
Schianto marino l’apice del ventre
e tribunale l’ombra e bracco la cicala
che possa somigliarla in elemosina
almeno. Il certosino simbolo del santo
non ha potenze nuove né vero senso
il qui per poi al dopo un poco di più.

(16/100)

(2004-2005)

Marina Pizzi. Roma.
Sito della poetessa.


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6.10.2016