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Psicoterapia tra scienza e religione

Il dolore della misura

Antonella Iurilli Duhamel

Una collocazione, per la psicoterapia, in un terreno di mezzo dove verità e utilità non abbiano bisogno di essere dimostrate perché da sempre accettate, come avviene nel mondo dell’arte.

(11.04.2006)

La psicoterapia ha nuovamente accusato colpi. La sua nuova crisi d’identità è ravvisabile in quelle che sono le due ultime tendenze negli Stati Uniti: da una parte il tentativo di una ricostruzione di facciata che pretende un suo inserimento tra le scienze dure, non esitando a imporle la ricerca di fattori misurabili oggettivamente e di procedimenti efficaci standardizzati; dall’altra la tendenza a giudicare nefasta oltre che inutile l’attitudine a pescare nel passato per portarne alla luce traumi e annessi vari.

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Antonella Iurilli Duhamel, "Il dolore della misura"


Da sempre gli psicoterapeuti sono costretti a misurarsi con il cosiddetto mondo scientifico, in particolare con i loro colleghi medici; i tentativi per dimostrare la propria legittimità come scienza si sprecano e tuttavia non riescono a vincere la diffidenza e il pregiudizio di cui sono oggetto.

Dalla metà del XIX secolo la verità nelle societá occidentali è stata divisa tra verità scientifica e religiosa. La psicoterapia ha sempre faticato per essere annoverata tra di loro e nello stesso tempo nessuna psicoterapia ha mai ambito a essere una vera religione nonostante la pesantezza dei dogmatismi di certe sue scuole e il proliferare di vari guru.

La sua posizione è sempre stata precaria, il suo diritto a esistere è stato molto spesso messo in discussione. I motivi sono molteplici, ma essenzialmente insiti nella fragilità del suo oggetto di studio: la prevedibilità e l’interpretabilità del comportamento umano.
A tale proposito esistono numerose teorie tra loro contrastanti e la voce di Karl Popper (1), può essere considerata una delle più interessanti. Il noto epistemologo pronunciandosi a riguardo della scientificità dell’interpretazione dei comportamenti umani afferma che una teoria per essere considerata scientifica deve essere verificabile e invalidabile.

Nel caso della psicanalisi, per esempio, oltre ad affermare l’esistenza del complesso di Edipo, bisognerebbe che fosse in grado di dimostrare come sarebbe una persona che ne fosse immune. Gli psicanalisti ritengono che il complesso di Edipo sia universalmente presente in tutti gli individui e che ogni negazione da parte dell’individuo sia senz’altro da interpretarsi come una resistenza rispetto alla consapevolezza di questo problema. Secondo Popper, quindi, la psicanalisi non è da considerarsi una disciplina scientifica, se lo fosse, dovrebbe essere in grado di dichiarare quali caratteristiche psicologiche denoterebbero l’assenza del complesso edipico.

Dal momento che in campo psicanalitico ciò è ritenuto impossibile, ne consegue che le tendenze comportamentali possono essere ideate e non teorizzate. Per Popper è possibile una disciplina scientifica degli istinti, ma non è possibile un’indagine scientifica delle scelte umane, a meno che non si voglia giungere ad ammettere che l’uomo sia una macchina programmabile.

L’inconfutabile ragionamento di Popper potrebbe essere vissuto dal mondo della psicoterapia come una liberazione piuttosto che come una limitazione. Dal momento che la scienza si rifiuta di accettarla, e altrettanto dicasi per la religione, si potrebbe interpretare tale rifiuto come un’occasione per porre fine a questa antica e accanita guerra per la dimostrazione della propria dignità e del proprio valore. Al punto in cui si è giunti sarebbe opportuno pensare a soluzioni maggiormente creative e di più ampio respiro.

Piuttosto che elemosinare questa impossibile adozione per ottenere maggiore prestigio e potere, si potrebbe cominciare a impiegare più energia verso una ricerca di legittimità che miri a una propria autodefinizione. Si potrebbe per esempio pensare a una collocazione in un terreno di mezzo dove verità e utilità non abbiano bisogno di essere dimostrate perché da sempre accettate, come avviene nel mondo dell’arte.

La psicoterapia come l’arte potrebbe dimostrarci il limite di quanto la scienza può fare per il nostro benessere. I metodi scientifici da soli non basteranno mai ad indicarci come vivere e soprattutto come poter essere.
La psicoterapia potrebbe insegnarci come le cose che maggiormente apprezziamo (dio, amore sessualità, dolore, carattere, ispirazione, passato, futuro) non sono misurabili tanto meno prevedibili, e che forse proprio per questo motivo sono così importanti per noi.

Gli aspetti della vita a cui attribuiamo maggior valore e che ci spaventano maggiormente sono quelli che non possiamo controllare, questo non significa che dobbiamo smettere di controllare ciò che ci danneggia, come nel caso del dolore, ma che è necessario valutare in quali aree della nostra vita questo controllo sia di reale beneficio; altrimenti questa lotta rischia di condurci a una totale perdita di contatto con la realtà.

Ovviamente sarebbe ingenuo da parte degli psicoterapeuti negare l’evidenza dei cosiddetti metodi scientifici, ma cercare di convincere il mondo del fatto che la psicoterapia sia una vera scienza, è solo segnale di una debolezza e di un asservimento ideologico ai valori della cultura dominante che rischiano di produrre un’ulteriore svalutazione.

Se la psicoterapia ha qualcosa da offrire, e ciò non si dovrebbe mai smettere di indagarlo, dovrebbe essere qualcosa di diverso dai trends dominanti della cultura; il che significa che i suoi professionisti dovrebbero evitare di banalizzare il passato, sono già in molti a farlo, o di sudare sette camice per convincere il mondo che è una vera scienza.

Se ci sottoponiamo a una visita oculistica o acquistiamo un’auto, sappiamo più o meno cosa aspettarci, con i nostri soldi compriamo qualche garanzia; uno psicoterapeuta onesto, invece, non potrà mai offrirci alcuna garanzia di sorta all’infuori della sua disponibilità ad ascoltarci e ad offrire utili commenti.
Invitando il paziente a parlare di ciò che lo fa stare male, si apre una porta e nessuno può sapere in partenza cosa succederà e quali saranno le conseguenze di tale apertura.

Il solo creare una situazione che evochi memorie represse, sentimenti e desideri è di per sé un’esperienza dalle incommensurabili conseguenze negative e positive. Non c’è formazione o statistica che possano eliminare l’incertezza dell’incontro. La psicoterapia è un rischio, e gli psicoterapeuti sono persone che hanno imparato che nella vita vale la pena di correre certi rischi, e che all’infuori di ciò non c’è nulladi certo.

La religione è stata da sempre la lingua di coloro che avevano bisogno di parlare di ciò che stava loro più a cuore, e così la scienza è stata da sempre la lingua che ha aiutato le persone a conoscere ciò che volevano conoscere e ciò che volevano ottenere.

La psicoterapia deve occupare il fragile spazio che esiste tra religione e scienza senza prendere le parti di nessuna, dal momento che ciò che ci fa maggiormente soffrire è la limitatezza dei nostri orizzonti; per questo abbiamo bisogno che i nostri psicoterapeuti non si lascino sedurre dal fascino di certezza e potere, per non approfondire una volta di più la piaga del nostro male d’esistere.

(1) Karl Popper, Congetture e confutazioni, Il Mulino, 1976.


Antonella Iurilli Duhamel. San Vittore (Vr). Nata a Belvedere Marittimo (Cs). Scultrice, pittrice, psicoterapeuta.


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30.07.2017