Transfinito edizioni

Giancarlo Calciolari
Il romanzo del cuoco

pp. 740
formato 15,24x22,86

euro 35,00
acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La favola del gerundio. Non la revoca di Agamben

pp. 244
formato 10,7x17,4

euro 24,00
acquista

libro


Christian Pagano
Dictionnaire linguistique médiéval

pp. 450
formato 15,24x22,86

euro 22,00
acquista

libro


Fulvio Caccia
Rain bird

pp. 232
formato 15,59x23,39

euro 15,00
acquista

libro


Jasper Wilson
Burger King

pp. 96
formato 14,2x20,5

euro 10,00
acquista

libro


Christiane Apprieux
L’onda e la tessitura

pp. 58

ill. colori 57

formato

cm 33x33

acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La mela in pasticceria. 250 ricette

pp. 380
formato 15x23

euro 14,00
euro 6,34

(e-book)

acquista

libro

e-book


Riccardo Frattini
In morte del Tribunale di Legnago

pp. 96
formato cartaceo 15,2x22,8

euro 9,00
e-book

euro 6,00

acquista

libro

e-book


Giancarlo Calciolari
Imago. Non ti farai idoli

pp. 86
formato 10,8x17,5

euro 7,20
carrello


Giancarlo Calciolari
Pornokratès. Sulla questione del genere

pp. 98
formato 10,8x17,5

euro 7,60
carrello


Giancarlo Calciolari
Pierre Legendre. Ipotesi sul potere

pp. 230
formato 15,24x22,86

euro 12,00
carrello


TRANSFINITO International Webzine

Oltre la consacrazione e l’esecrazione dell’immagine

Il linguaggio della materia. Christiane Apprieux

Giancarlo Calciolari

L’opera pittorica di Christiane Apprieux brilla e si staglia, come un diamante, sulla stoffa ignota della nuova era artistica, ne è il concentrato più ammirevole, di ciò che spinge ancora più lontano l’esigenza dell’approccio originario del reale.

(3.04.2006)

Infinitamente complessa e semplice, sospesa e pertanto fertile in sorprese, pressoché invisibile ben che prodigiosamente varia nei suoi effetti figurali, l’opera di Christiane Apprieux si propone all’ascolto, e non più al silenzio o al brusio degli ornamenti. La via stretta è l’indice dell’itinerario dalla complessità alla semplicità.
Senza dubbio indica che a troppo scartare la pulsione di distruzione, ci si allontana da ogni politica della visione, quella senza più spettacolarità, a profitto d’una sorta di mondovisione senza discendenza, l’altro nome della quotidianità artistica.
Il paradosso di Christiane Apprieux è in effetti di offrire l’esca a un programma pittorico, di cui in effetti le sue opere sembrano legittimare la proposta, dispiegato da una moltitudine di attanti, ma il cui effetto sensibile della sua opera - la speciale parola cifrata del suo approdo - si cancella nello stesso momento in cui si scrive. Quindi richiede altra lettura, non immediata. Nel palinsesto Omaggio a Chagall l’immagine è dogma e non c’è codice di significazione per decifrarlo, eppure, leggendo, qualcosa comincia a intendersi.

Senza dubbio, a proposito della distruzione dell’immagine, la tendenza di Christiane Apprieux non è quella della sottrazione, che cerca l’immagine minimale, ma l’instaurazione del semplice tratto originario nella sua materia e nel suo linguaggio essenziali, prima ancora di divenire lingua di Adamo, lingua umana. Il semplice tratto, non più immaginativo, non più l’immagine nel mentre scompare, come in Tensione.

JPEG - 177.1 Kb
"Tensione", 2003, acrilico su juta, cm 49,5x49,5

Metafora della rimozione è il gesto di togliere parte degli impasti dei colori dopo averli applicati. Che sollievo! Più toglie e più l’opera cresce. La distrazione, più che la sottrazione, risulta dalla condensazione, dal rilievo che indica quanto il processo di destituzione della rassomiglianza e dell’immagine sia spinto sino alla dissipazione di ogni credenza. Tale è, per esempio, Serenità.

Segnatamente nell’opera di Christiane Apprieux, c’è un’arte della rarefazione, dell’ottenimento degli effetti più sottili e più durevoli, non con una postura aggressiva all’incontro di forme ereditate dalla tradizione, ma per accenni che dispongono queste forme sul bordo del vuoto, in una rete di tagli e di scomparse che restituiscono in altra pittura la lezione di Fontana e di Giacometti.

L’astrazione di Christiane Apprieux non ha nessun interesse per la riproducibilità tecnica della rappresentazione del mondo. L’opera non accetta né rifiuta la rappresentazione. Non è l’immagine che è sacrificata affinché il reale avvenga nel gesto artistico, come in tanta iconoclastia contemporanea. È la rappresentazione che si dissipa nell’instaurarsi dell’immagine, appartenente all’originario, al sacro della parola. Oltre la consacrazione e l’esecrazione dell’immagine, come nell’opera L’onda.

Se ogni avanguardia dichiara una ruttura formale con gli schemi artistici anteriori, la pittura di Christiane Apprieux indica l’innecessità della militarizzazione dell’arte (e del suo virilismo), e dell’altra sua faccia, apparentemente appannaggio del femminilismo, quello della religiosità dell’arte.

Molto di più che di essere portatrice di un potere di distruzione del consenso formale che in un dato momento definisce ciò che merita il nome d’arte, l’opera pittorica di Christiane Apprieux vanifica le categorie di consenso, buon senso e senso comune. L’unicum si staglia dalle opere e il senso risulta controsenso. Freud lo chiamava anche senso sessuale. Apparentemente, ossia nel presunto mondo della somiglianza e della diversità da un modello dominante, le opere di Christiane Apprieux non hanno nessun senso, proprio nel mentre la loro lettura precipita nel qui pro quo il senso. Ciascun lapsus di lettura - in una distanza infinita dalla presunta molteplicità delle opinioni - annoda il lettore in un processo di erranza e di deriva sulla tela della vita in direzione di un’altra cifra: Luci parallele.

L’algebra e la geometria di ogni critica d’arte non sanno dove appigliarsi per decodificare e decifrare l’opera di Christiane Apprieux. La posta in gioco della rottura formale, cara all’ideologia francese dell’epoca delle rotture, presunte rivoluzionarie, rimane invariante, ossia l’altra faccia della variabilità della variabile incognita, quella della funzione di morte. Questo progetto, anche postmoderno, di morte della materia è fugato dal linguaggio della materia di Christiane Apprieux. Linguaggio originario, che non abbisogna più (perché non è mai esistito questo bisogno) di distruggere l’ordinario per risultare straordinario. L’originario è quello della vita assoluta, scevra da ogni dissoluzione, anche quella del transfert inseguita dallo psicanalista François Perrier, al quale risponde con l’opera La tempesta, l’acqua, l’automazione.

La figura che si staglia dalle opere di Christiane Apprieux è al di là dell’amore o dell’odio per le immagini. Nessuna idealità geometrica e nessuna realtà algebrica che applicate alle immagini sortisca l’immagina altra, l’immagine presa nella variazione artistica. In altri termini, la buona e bella pittura accademica nemmeno all’infinito potenziale raggiunge la brevità conclusiva e la cifra che è originaria in ciascuna opera di Christiane Apprieux. Opere di un’ingenuità assoluta, rispetto alle astutissime dipinture forgiate per gli interessi mercantili: Non c’è più geometria.

Non sfugge a Christiane Apprieux che andare più lontano nell’eradicazione della rassomiglianza, del rappresentativo, del narrativo o del naturale, corrisponda riprodurre la rassomiglianza, la rappresentatività, la copia...
L’originario di ciascun elemento della pittura di Christiane Apprieux va in direzione della qualità e non più in direzione di qualcos d’altro da avvicinare o da allontanare.
Politica pragmatica la pittura di Christiane Apprieux più che logica realista o antirealista. Si tratta ciascuna volta di concludere nella felicità delle immagini e non più di riprendere con nuovi frutti l’estetica di Kant, che fa del bello il segno di un’armonia delle nostre facoltà (facilità), essa stessa sintetizzata in un giudizio riflettente, e nemmeno si tratta del movimento odierno che cerca di farla finita con i figli bastardi (nel senso di iperlegittimi) della stessa estetica, intendendo andare contro l’armonia quale realtà posticcia di un reale disarmonico. Ecco un al di là rispetto all’oggetto estetico di Kant: La foresta di rame.

Nessuna polemica, come quella delle avanguardie, che si è spinta sino alla promozione di tutto quello che anteriormente è stato preso per laido, per andare contro l’assioma classico che pone l’esistenza di forme più naturali, più appropriate, più piacevoli d’altre. Il gesto pittorico di Christiane Apprieux non va contro nemmeno questi gesti, semmai integra la lezione di Marcel Duchamp senza assimilarla, senza più riprodurla, restituendone l’istanza di cifra, di qualità assoluta che non ha più bisogno di certificazioni sociali, le stesse contro le quali la beffa, non solo di Duchamp, è diventata arte socialmente riconosciuta. Lungo questa assenza di polemica incontriamo Il tragitto.

Certamente non c’è un’intelligibilità sintattica immediata nel linguaggio della materia di Christiane Apprieux, senza per questo presumere che sotto (o dietro) agisca un grande dispositivo antiformale, per l’appunto antitetico ai grandi dispositivi formali quali erano divenuti la tonalità in musica, la figura in pittura, l’antropologismo in scultura, la leggibilità sintattica in poesia, l’asse continuo-discontinuo animale-uomo-demone-dio in filosofia.
Avanguardia vuol dire gruppo, militare e/o religioso, quindi comporta la pulsione gregaria, la credenza nel gregge, che Freud non esita a qualificare di inesistente, come più tardi farà Lacan a proposito del rapporto sessuale, che risulta una delimitazione della gregarietà.
Nessun gruppo, nemmeno avanguardistico o transavanguardistico, può esercitare un’egemonia sul lavoro pittorico di Christiane Apprieux, che non rispetta nessuna aggregazione di cappella, di cellula, di clan o d’accademia.
Se nessun consenso può esercitarsi sulle opere di Christiane Apprieux, perché rigettare il consenso su quello che è accreditato o meno come criterio del gusto? Le sue opere sono molto di più che gli oggetti artistici che circolano come eccezioni alle regole ordinarie.
Straordinaria è l’aritmetica del linguaggio della materia di Christiane Apprieux, senza nessuna pretesa di una produzione solitaria d’opere geniali, che è l’esca di ogni falloforia sociale. L’albero di Christiane Apprieux dista infinitamente dall’albero della conoscenza del bene e del male: è l’albero della vita.

Se Christiane Apprieux non si cura del presente delle sue opere non è perché confidi in una produzione d’eternità di cui il futuro sarà il giudice. Semplicemente le sue opere sono nel viaggio originario della pittura, non senza fare risaltare che la febbrile dislocazione geografica di oggetti socialmente ritenuti artistici non certifica che questi si trovino in viaggio.

Inontologico il linguaggio della materia di Christiane Apprieux. La sua materia stessa resta incodificabile semanticamente. Affermazione, imposizione, influenza. Senso, sapere, verità. Effetti del linguaggio della materia. Proprietà della parola e non facoltà umane. La sua Armonia, non è esente dall’inarmonia, in quanto aspetto dell’apertura della vita.

Le cose nascono e rinascono nel linguaggio della materia e non si creano né si ricreano nella sostanza e nella mentalità del mondo. Le opere di Christiane Apprieux nascono e s’instaurano nel linguaggio, nella materia e nella dimensione delle immagini, senza tema di svanire prima di nascere o di dovere concentrarsi in un gesto dell’artista più che del suo risultato, come nell’action-painting, nelle sue differenti forme.

Non c’è metalinguaggio della materia. C’è la notte della nominazione, il mattino della significazione e il filo del crepuscolo della cifratica del piacere, l’enigma della verità: L’enigma.

Christiane Apprieux è artista di una modernità assoluta, la sua opera non appartiene alla contemporaneità, al sincronismo degli artisti come braccio biiettivo del corpo sociale pensante, che si pensa oggi come critica del feticismo del risultato, con i suoi corollari di mistero e di segreto della materia. L’opera è ciò che resta, tale è la nozione d’opera di Christiane Apprieux, che non ammette il discorso dei risultati e la loro partita doppia che manca l’unicum. In tal senso, il linguaggio della materia dell’artista è al di là di ogni possibile o impossibile conoscenza delle cose. Ironico il Pittogramma di luce, che non fornisce nessuna chiave d’accesso per una vita grammaticale.

Il superfluo che si staglia dalle opere di Christiane Apprieux rende vana la discussione sull’inutilità o sull’utilità degli oggetti artistici. La casa senza opere, bianca, annuncia i fatti di cronaca, nera.

L’oggetto estetico è specchio nell’opera di Christiane Apprieux, che impedisce ogni specularizzazione sociale, che lascia l’estetica personale e sociale alla loro pseudo natura di estetica del quotidiano e dell’antiquotidiano, che popolano entrambi dei supporti che vengono chiamati giornali, sebbene del giorno originario non si trovi quasi traccia.

Il linguaggio della materia di Christiane Apprieux, senza ombra dinanzi, senza compromesso con le ideologie, risulta leggero, libero, felice: La pioggia di Dio.

"Il linguaggio della materia" di Christiane Apprieux
Inaugurazione domenica 9 aprile 2006 - ore 16
esposizione delle opere sino al 14 maggio 2006
nelle sale del Ristorante Enoteca Amleto
Via Covergnino, 26 - 37038 Soave - Verona
chiuso il martedì
tel. 045 6190830

Christiane Apprieux. Parigi-Verona. Artista. Codirettore di "Transfinito".
Le opere citate nel testo saranno pubblicate prossimamente.


Gli altri articoli della rubrica Pittura :












| 1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 |

14.02.2017