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Qual è lo statuto originario della struttura

Serio struere

Mario Boetti

La domanda è: cosa resta di oltre cent’anni di sociologismo, antropologismo e psicologismo sul piano scientifico e sociale?

(14.03.2006)

L’antropologia sarebbe più progredita se i suoi fautori fossero riusciti a mettersi d’accordo sul senso del concetto di struttura, sull’uso che se ne può fare, e sul metodo che implica.
(Claude Lévi-Strauss, Antropologia strutturale, 1958)

Proinde putare aliquem tum nomina distribuisse rebus et inde homines didicisse vocabula prima, desisperest.
(Tito Lucrezio Caro, De rerum natura, I° sec. a.C.)

Der Wille zum System ist ein Mangel an Rechtschaffenheit.

(Friedrich Nietzsche, Götzen-Dämmerung, 1888)

Die Arbeit der konstruktion (des Analytikers) oder, wenn man es so lieber hört, der Rekonstruktion, zeigh eine weitgehende Übereinstimmung mit der des Archäologen [...] der Hauptunterschied der beiden liegt darin, daß für die Archäologie die Rekonstruktion das Ziel und das Ende der Bemühung ist, für die Analyse aber ist die Konstruktion nur eine Vorarbeit.

(Sigmund Freud, Konstruktionen in der Analyse, 1937)

Il concetto di struttura non è probabilmente nient’altro che una concessione alla moda: un termine dal senso ben definito esercita ad un tratto una singolare attrattiva per una decina d’anni - come il termine “aerodinamica” - e tutti si affrettano a usarlo a diritto e a rovescio, perché suona gradevole all’orecchio. Probabilmente, una personalità tipica può essere considerata dal punto di vista della sua struttura. Ma la stessa cosa è vera di una distribuzione fisiologica, di un organismo, di una società qualsiasi o di una cultura, di un cristallo o di una macchina. Qualunque cosa - che non sia completamente amorfa - è dotata di una struttura. Mi sembra quindi che il termine struttura non aggiunga assolutamente nulla a quel che vogliamo esprimere quando lo usiamo, se non un gradevole eccitante.

(A. L. Kroeber, Antropologia, 1948)

Come può l’uomo coincidere con quella vita il cui reticolo, le cui pulsazioni, la cui forza sepolta, incessantemente travalicano l’esperienza che gliene viene immediatamente offerta? Come può identificarsi con quel lavoro le cui esigenze e leggi s’impongono a lui nella forma d’un rigore estraneo? Come può essere il soggetto d’un linguaggio che da millenni si è formato senza di lui, il cui sistema gli sfugge, il cui senso dorme d’un sonno quasi invincibile entro le parole che, per un istante, egli stesso fa scintillare col suo discorso [...].

(Michel Foucault, Le parole e le cose, 1966)

Il n’y a pas de rapport sexuel formulable dans la structure.

(Jacques Lacan, Radiophonie, 1970)

La psicologia come “scienza” o “disciplina”, cioè come fenomeno culturale societario, è un insieme di “affermazioni” comuni, comunemente ritenute valide, acquisite da generazioni di studiosi, e già esteriorizzate in libri e scuole.

(Roberto Busa S. J., Dal computer agli angeli, 2000)

La nominazione si muove nell’adiacenza, nell’asse indistruttibile della parola. I nomi sono adiacenti. A scandire una deriva, a tratteggiare la tela in cui si scrive la legge, a rincorrere l’alea del godimento. Il quale si produce sul versante della condensazione. L’adiacenza non è immanente né trascendente. La linguistica strutturale e la linguistica generativa hanno preferito la soggiacenza.

(Armando Verdiglione, La dissidenza freudiana, 1978)


Nel percorrere gli esordi e le conquiste di ciascuna ricerca scientifica, sembrerebbe che nessuna scienza si sia mai costituita e consolidata senza un adeguato vocabolario tecnico in cui sono stabiliti i criteri, le definizioni, i campi e gli ambiti di applicazione. L’esigenza di condivisibilità della scienza, cominciando dalla matematica, ha sempre interessato gli studiosi. I due esempi-sogno più famosi nell’inseguire una lingua scientifica e una lingua diplomatica sono rispettivamente il De arte combinatoria di Leibniz, nell’ipotesi di una mathesis universalis, e il latino sine flexione nel Vocabulario de interlingua di Peano (quest’ultimo nel suo Formulario matematico di certo non realizza il sogno di Leibniz, semmai lo disillude).
Ma se il tentativo di saltare di fatto la traduzione è fallito cercando di uniformare i segni in ragione di una totale comprensibilità degli enunciati a livello planetario, per le scienze cosiddette esatte e/o fisiche - volgendo lo sguardo alle scienze definite umane, e in particolare a quelle sociali - ci si rende conto che il loro statuto scientifico, nel goffo tentativo di produrre il suddetto vocabolario tecnico, ha promosso una situazione di prolissità totale dettata da un pluralismo di autori che fanno a gara per essere i novelli depositari di questa o quella disciplina scientifica (il caso della “psicologia” è, come si dice, emblematico). La domanda dunque è: cosa resta di oltre cent’anni di sociologismo, antropologismo e psicologismo sul piano scientifico e sociale?

È certo che l’impellente esigenza di teorizzazione - il desiderio di “affermare” il proprio contributo distante da equivoci, menzogne e malintesi - porta a barattare l’intellettualità in cambio di un pizzico di notorietà, nel grande mare della comunità scientifica planetaria. Da qui un relativismo tecnico che a colpi di quiz e test diagnostici ingrassa le statistiche e riempie le tasche delle case farmaceutiche che producono psicofarmaci, in ragione di quella adattabilità sociale e di quella “comunione fra i popoli” tanto agognate.

Secondo il criterio accademico, il porsi la questione della formalizzazione che possa essere approvata e condivisa dalla comunità, in altre parole che ci sia un riconoscimento formale, è ciò che fa la differenza fra una teoria scientifica e il “delirio fantasmatico” di un autore. All’epoca attuale sembra più che mai vero il famoso detto ironico di Oscar Wilde: “La distanza che separa il genio dalla follia si misura con il successo”.

Eppure, stando a Gödel, nessun sistema formale raggiunge la perfezione di produrre enunciati come teoremi. Non solo, ma lo stesso Gödel sottolinea la splendida incoerenza di ciascuna formalizzazione. Curiosamente, proprio le teorie scientifiche più rivoluzionarie - con i loro termini e i loro costrutti - inizialmente sono state tacciate di essere frutto di deliri, o quantomeno false e sbagliate, in quanto minavano - con la loro nuova lettura, con le loro novità e con la loro direzione assolutamente anomale - quel conformismo adagiato a sonnecchiare su antichi elaborati scientifico-filosofici che in alcuni casi risultano avere più di due millenni. Un esempio? I tre principi aristotelici - da molti riconosciuti ancora validi nonostante la psicanalisi li abbia confutati da oltre un secolo - di identità, di non contraddizione e di terzo escluso.

Questo non vuol dire che la peculiarità della scienza è quella di essere linearmente progressista, o che deve trovarsi nella condizione hegeliana di superamento e di sintesi, per l’esigenza di entrare nella Storia o di essere ammessa dalla comunità. Se così fosse ci troveremmo nell’idea, carezzata per quasi tre secoli, di una compilazione illuminista e poi positivista delle scienze per rendere conto del fattore evolutivo e dei caratteri acquisiti.

È noto a ciascuno il grande contributo nell’antichità dato dalla sofistica del V secolo a.c. (Protagora, Gorgia, Prodico, Antifonte, ecc.), senza parlare dei cosiddetti presocratici (da Anassimandro a Pitagora, da Eraclito a Parmenide, da Empedocle a Democrito e così via). Altrettanto noto è il contributo di autori come Tito Lucrezio, Aurelio Agostino, Tommaso d’Aquino, Leonardo da Vinci, Galileo Galilei e centinaia di altri che hanno svolto una ricerca incessante lungo l’intera loro vita. Annoverarli in un dizionario scientifico per una sorta di omaggio accademico o attribuire loro, con una vena di romanticismo, lo statuto di eroi che si battono per l’affermazione della verità, risulterebbe quantomeno ipocrita. Meglio se questi autori siano nuovamente letti, in assenza di storicismo, alla luce di nuove acquisizioni e nell’invenzione di nuove scienze, per ritrovare quel piglio intellettuale che appunto non scende a compromessi di nessun tipo.

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Alessandro Taglioni, "Colline", 2003


Riguardo al secolo appena trascorso, il novecento, le nuove acquisizioni hanno certamente dato una svolta a moltissime teorie che in modo un po’ enciclopedico risultavano ormai soltanto semplici comparse nel grande scenario scientifico del pianeta. Ma al di là di un’eventuale e lunghissima lista di novità che si potrebbe stilare, c’è un termine, fra altri, che ha veramente re-inventato la scienza tout court, in quanto è divenuto fin da subito condimento indispensabile per sfornare nuove e fresche prelibatezze scientifiche. Questo termine è “struttura”, da cui lo strutturalismo come tendenza metodologica di rilettura di ambiti, fra i più disparati, delle varie epistemologie - antiche e nuove - che hanno, per così dire, caratterizzato (in un’accezione propriamente letteraria) il XX secolo.

Come si suol dire in questi casi, l’epoca dei bilanci sottolinea probabilmente una stagione che si è ormai conclusa. Ma a dispetto di considerare, come molti hanno fatto, lo strutturalismo come fenomeno di moda che ha attraversato l’arco di un trentennio, occorre semmai chiedersi quanto abbia inciso nelle teorie e nelle innovazioni scientifiche, e ancor di più come si sia, per così dire, “trasformato”- dalle prime teorie linguistiche di Saussure al decostruzionismo di Derrida.

Sorto originariamente in ambito linguistico e poi antropologico nella cultura francese e francofona, dopo gli anni ’50 del XX secolo lo strutturalismo, confutando le tesi atomistiche e sostanzialiste nel tentativo di mettere al bando il soggetto, afferma l’esigenza di porre il primato della struttura sull’uomo.

Fin qui niente di speciale. Da sempre, nel susseguirsi dei secoli, sull’onda delle ultime novità si è sempre gridato al primitivismo arcaico dei secoli precedenti - in odore di obsolescenza - per affermare l’ultima novità con più slancio e incisività. Questa prassi però si afferma soltanto pensando la scienza come un susseguirsi di scoperte, relegando alla tecnica la peculiarità delle invenzioni. Ma per quanto i termini “scoperta” e “invenzione” possano, in modo un po’ distratto, essere interscambiabili, come si può presumere, non sono la stessa cosa! Per esempio Freud non scopre ma inventa l’inconscio, e con esso inventa la tecnica della psicanalisi.

L’inconscio noto fino a quel momento era l’inconscio dei filosofi. Un’entità di cui - prima o poi e in un modo o nell’altro - bisognava “prendere coscienza”. La stessa scoperta dell’America non è una propriamente una scoperta ma un’invenzione. Il termine latino è INVENIRE, trovare investigando e cercando, giungere a qualche meta.

L’inventio, assieme alla dispositio e all’elocutio, è un’aspetto dell’antica Tèchne retorichè, l’arte oratoria combinata con la memoria. Propriamente è il trovare cosa dire (invenire quid dicas). Freud, come Colombo, trova quello che prima non c’era, non quello che c’è sempre stato! In altri termini la contingenza, cui si riferisce il principio di realtà freudiano, non è l’emergenza, cioè l’emergere di qualcosa di sommerso e antico da sempre esistito, ma la costruzione in itinere, la struttura materiale procedente dall’atto di parola. Qualunque congettura a ritroso di stampo storicistico (il famoso senno di poi) è un operazione che Nietzsche ha definito “da gamberi” (Krebs): Der Historiker sieht rückwärts; endlich glaubt er auch rückwärts, (letteralmente: Lo storico guarda a ritroso; finendo per credere anche a ritroso).

Tuttavia l’idea di una struttura fa riferimento a qualcosa di architettonico, un significante che ha ammantato svariate discipline scientifiche. Uno di quei termini adattabili per tutte le stagioni e per tutti gli stili senza che possa cadere in disuso. Addirittura c’è chi l’ha prospettato come il vero e unico sostituto dell’intramontabile concetto di sistema. Ma sarà poi vero?

L’inconscio: sistema e/o struttura?
1) L’esigenza freudiana porta a inventare l’inconscio come “ipotesi necessaria e legittima” (Annahme notwendig und legitim) e come “regno dell’illogico”, (Das Reich der Unlogik), distante dai filosofismi che contrapponevano l’inconscio al conscio; che lo consideravano un’entità indagabile e conoscibile - né più e né meno di quanto attualmente fanno tutti i prefissi “psi” (psicologia, psicoterapia, psichiatria, ecc.). Per Freud l’inconscio è ancora, apparentemente, un sistema (dal greco SÝSTÊMA, SYN, con, insieme e -STÊMA, stare, collocare), cioè un complesso di parti che lavorano all’unisono regolate da leggi fisse e immutabili. Apparentemente. Perché nonostante quello che è invalso chiamare la prima e la seconda topica freudiana dello psichico (rispettivamente inconscio-preconscio-conscio / io-es-superio) il topos cui accenna non è un luogo, non riguarda una localizzazione, ma sottolinea una dissidenza. L’inconscio è dissidente! Armando Verdiglione pubblica nel 1978 La dissidenza freudiana con l’editore Feltrinelli, certamente non a caso ma per un caso, interrogandosi intorno al testo freudiano e specialmente a come questo testo è letto dai vari “nazionalismi teorici della psicanalisi”.

Tuttavia, se nella prima topica freudiana campeggia il termine sistema, nella seconda topica questo termine è sostituito dal termine istanza. Il latino IN-STARE indica lo stare sopra, ma anche sollecitare, incalzare, insistere. Ciò che è introdotto con l’istanza è il dinamismo in assenza di staticità, cioè costantemente è esercitata un’azione. Questa nozione di “istanza” era già stata introdotta con la prima topica. Per Freud l’esigenza è quella di ordinare le cosiddette regioni dell’apparato psichico percorse e attraversate dai processi di elaborazione del sogno. L’uso freudiano ha una funzione quindi selettiva. In altri termini, l’istanza connota le formazioni dell’inconscio, del preconscio e della coscienza nella prima topica.

Per quanto riguarda la seconda topica, l’istanza sarà estesa per definire l’Es, l’Io e il Superio. Se da un lato l’istanza mantiene il versante del simbolico in assenza di rappresentazione - in altre parole non fa immagine -, il sistema tenta invece di dare una raffigurazione ingessata, statica di un’immagine impossibile dell’anima, della psiche. Il comportamentismo sistemico ritiene di poter cogliere, nella loro staticità, le immagini che assemblate nella loro correlazione darebbero la dimostrazione filmica di come il soggetto si sarebbe comportato, tutto ciò però nel racconto e nella testimonianza di un altro - operatore, terapeuta o assistente che sia. Ma ecco un aforisma di Armando Verdiglione tratto dall’Albero di San Vittore:

La salute è l’istanza della cifra.

Dunque Freud parla di sistema inconscio, ma sottolinea costantemente la costruzione dell’analisi, cioè sottolinea la struttura (dal latino STRUCTÚRA, STRÚO, metto a strati, connetto, apparecchio, dispongo, costruisco) e l’architettura dello psichico. La struttura della memoria freudiana (Verdrängung e Resistenz), nella costruzione originaria dell’analisi, è linguistica, cioè esiste nell’atto di parola. Circa un anno dopo aver pubblicato la Traumdeutung (1900) che anticipa di fatto la linguistica, Freud nel 1901 pubblica il terzo libro sempre inerente al linguaggio, Zur Psychopathologie des Alltagslebens, anticipando di fatto lo strutturalismo. Gli altri testi linguistici, come è noto, sono Zur Auffassung der Aphasien, 1891, e Der Witz und seine Beziehung zum Unbewußten, 1905). Scrive Freud nel suddetto testo, sottolineando una certa indistruttibilità e l’assenza di passato, presente e futuro dell’inconscio:

[...] das architektonische Prinzip des seelischen Apparates läßt sich die Schichtung, der Aufbau aus einander überlagernden Instanzen erraten [...].
[...] il principio architettonico dell’apparato psichico è la stessa stratificazione (Schichtung), la costruzione (Aufbau: costruzione, struttura) a istanze che si sovrappongono a vicenda [...].


Ma se volessimo trovare ancor prima elementi che testimoniano dell’intuizione strutturale, oltre al testo intorno all’afasia, c’è una lettera di Freud indirizzata al suo amico di allora Fliess datata 6 dicembre 1896, l’anno dell’invenzione della psicanalisi. Alcuni di questi elementi, in particolare, troveranno echi nel testo del 1924 intorno al Notes magico. Ma ecco un brano della lettera nella traduzione italiana (Boringhieri):

[...] sto lavorando all’ipotesi che il nostro meccanismo psichico si sia formato mediante un processo di stratificazione: il materiale di tracce mnestiche esistente è di tanto in tanto sottoposto a una risistemazione in base a nuove relazioni, a una sorta di riscrittura. La novità essenziale della mia teoria sta dunque nella tesi che la memoria non sia presente in forma univoca, ma molteplice, e venga fissata in diversi tipi di segni. [...] Non so quante trascrizioni simili esistano: almeno tre (Segni della percezione, Inconscio, Preconscio), ma è probabile che siano di più. [...] Se fossi in grado di connotare completamente il carattere psicologico della percezione e delle tre trascrizioni, avrei in tal modo enunciato una nuova psicologia.

2) Una distinzione di certo non secondaria fra sistema e struttura è data dalla differenza fra variabile e variazione. I sistemi matematici, i sistemi sociali, i sistemi politici hanno come base teorica una quantità finita di variabili. In questi sistemi l’eccezione come dice il motto, conferma la regola. Nell’analisi originaria, nella struttura in cui intervengono variazioni infinite, incalcolabili e innumerabili, l’eccezione è condizione della regola. In un sistema computerizzato la quantità di variabili per quanto alta è un numero finito, in quanto si basa sulla quantità e la combinazione di informazioni inserite nel sistema stesso. Essendo un sistema binario, l’infinito prospettato è sempre potenziale, mai attuale, mai in atto, nell’atto di parola.

Nella seconda metà del secolo scorso è stata elaborata una teoria generale dei sistemi. L’esigenza di questa teoria è dovuta alla complessità della società tecnologica avanzata, dove la richiesta è quella di cogliere globalmente le parti che compongono un sistema lungo la loro interazione dinamica. Un esempio potrebbe essere quello del sistema monetario che regola gli scambi di Borsa e del Mercato. Le implicazioni però non si fermano alle transazioni, ma investono, come si può desumere, anche la cosiddetta vita sociale e politica di una nazione come di un singolo individuo. Una teoria generale dei sistemi deve tenere conto di ciascuno di questi aspetti con le loro implicazioni sul piano sociale, politico, economico, ecc.

Questa teoria tende verso un isomorfismo delle scienze dando per scontato che esista un sistema che regola le varie parti fra loro. Se una di queste parti è difettosa o non funziona il rischio è l’incepparsi del sistema, considerato a tutti gli effetti come un organismo. Un altro esempio potrebbe essere quello del sistema cardio-circolatorio: se una valvola cardiaca non funzionasse a dovere potrebbe avvenire un collasso, dunque un crollo del sistema. Non è un caso che molto spesso si utilizzi la metafora del cosiddetto “cancro della società” individuando in questo o quel fattore la causa di questo cancro, cioè una disfunzione. Ma la fantasmatica maggiore è quando si erige a sistema una scienza promuovendola a dottrina trasmissibile, dove gli enunciati sono presi come enunciazioni religiose e inconfutabili, come dogmatiche del luogo comune; dove i modelli di valutazione e di dimostrabilità aprioristici presiedono all’autenticità della scienza stessa lungo la compassata teoria popperiana della falsificazione.

Tuttavia come è noto, nel trentennio che va dagli anni ’50 agli anni ’80, Jacques Lacan, definito uno dei quattro moschettieri dello strutturalismo (gli altri sono Louis Althusser, Claude Lévi-Strauss, Paul-Michel Foucault), compie quella che è stata definita una nuova svolta della psicanalisi e un ritorno a Freud, al senso di Freud. Ci sono moltissimi enunciati di Lacan che riguardano la struttura, a cominciare dal più noto: L’inconscient est structuré comme un langage. Posto in questi termini, il linguaggio presiede alla struttura da cui dipartono le sue tre dimensioni, precisate da Lacan nell’immaginario, nel simbolico e nel reale. La virata linguistica lacaniana rispetto alla psicanalisi ha offerto la chance di una nuova lettura, in questo caso cattolica, del testo freudiano alla luce non solo della linguistica, ma anche dell’antropologia, della filosofia, della politica, della topologia, del movimento surrealista e della psichiatria.

Una prima distinzione tra linguistica e psicanalisi è questa: dove il linguista in qualche modo esplora la lingua nel suo stato - come funziona, quali sono gli elementi che costituiscono il linguaggio, quali le regole che lo governano, in ragione del parlare inteso come comunicazione - la psicanalisi è rivolta al versante del dire, cioè all’espressione (come vedremo più avanti, la linguistica di Louis Hjelmslev integrerà quest’ultimo aspetto). Ma ecco cosa scrive Lacan nel testo Remarque sur le rapport de Daniel Lagache (Écrits, 1966):

Car le structuralisme est-il ou non ce qui nous permet de poser notre expérience comme le champ où ça (l’inconscient) parle? Si oui, “la distance à l’espérience” de la structure s’evanouit, puisqu’elle y opère non comme modèle théorique, mais comme la machine originale qui y met en scène le sujet.

Ma ancora nell’Istance de la lettre dans l’inconscient ou la raison depuis Freud:

Nous désignons par lettre ce support matériel que le discours concret emprunte au langage.
Cette simple définition suppose que le langage ne se confond pas avec les diverses fonctions somatiques et psychiques qui le desservent chez le sujet parlant.
Pour la raison première que le langage avec sa structure préexiste à l’entrée qu’y fait chaque sujet à un moment de son développement mental.


Dunque il linguaggio preesiste al soggetto (dell’inconscio), quest’ultimo inteso da Lacan, come ex-sistant, cioè eccentrico.

On peut partir sans doute de ce qu’il faille être un sujet pour faire usage du langage. Mais c’est franchir d’abord ce qui complique la chose, à savoir que le sujet ne peut malgré Descartes être pensé, si ce n’est comme structuré par le langage. (1977)

Dunque non solo l’inconscio, ma anche il soggetto è strutturato dal linguaggio, in quanto

La parole suppose un sujet. (Variantes de la cure-type, 1966)

Un soggetto dell’inconscio; un soggetto supposto sapere; un soggetto eccentrico; un soggetto barrato; un soggetto alienato; un soggetto parlante: insomma, cartesiano o no, è sempre un soggetto! Nel momento in cui c’è una messa in scena del soggetto dell’inconscio e “le signifiant est prééminent sur le sujet” (La lettre volée, 1966), bisogna che questo supporto abbia un passato soggiacente perché un sintomo si strutturi lungo la catena significante. Ma ecco un passo di Lacan tratto dai Quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse:

Nommément: l’inconscient, la répétition, le transfert et la pulsion. Considérer le mode sous lequel, dans mon enseignement passé, j’ai situés ces concepts en relation à une fonction plus générale qui les englobe, et qui permet de montrer leur valeur opératoire dans ce champ, à savoir, la fonction du signifiant comme tel, qui est sous-jacente, implicite.

Dunque, la struttura soggiacente, implicita, certifica la datazione degli strati e delle reliquie di desiderio, riammettendo un’archeologia che esclude l’originario della rimozione e della resistenza. E la memoria freudiana diviene il campo della rimemorazione ludica dell’analisi.

L’isoglossa, ovvero il sogno della linguistica
1) Mentre per i sistemi è stata elaborata una teoria generale, riguardo la struttura il riferimento è una teoria dei modelli (logico-matematici secondo la l’elaborazione di Tarski). In generale, il modello realizza, per così dire, una teoria, cioè risulta conforme alla teorizzazione. La linguistica strutturale ricorre al modello nel momento in cui bisogna formulare determinate regole sintattiche e il loro funzionamento. La grammatica generativa trasformazionale di Chomsky, per esempio, altro non è che un tentativo di formalizzazione sintattica, ai fini di stilare un modello linguistico di stampo innatista, sullo sfondo di un cartesianesimo imperante.

Ma ciò che colpisce maggiormente, leggendo i testi linguistici, è la distinzione terminologica (modificata e ancora dibattuta dopo più di ottant’anni) di una delle famose dicotomie saussuriane, quella fra struttura sintagmatica e sistema paradigmatico, sulla scorta dell’altra famosa dicotomia fra sincronia e diacronia. Nei Travaux du Cercle Linguistique de Prague (1929-38) è sottolineato anzitutto il principio strutturale del sistema fonologico nello stabilire il rapporto tra gli elementi fonemici applicabile a ciascuna delle parti della lingua. È noto come per i “praghesi” la lingua, essendo un prodotto dell’attività umana, ha carattere di finalità nell’esprimere e comunicare. Quanto e cosa abbia ereditato la fonologia dal formalismo russo e dai lavori del Circolo di Mosca - dopo le “imposizioni” culturali sovietiche e successivo esilio verso l’occidente - è argomento di interesse più storico. Ma è curioso che, a parte il folgorante ginevrino Saussure, negl’anni ’30 quasi esclusivamente esponenti russi come Trubeckoj e Jakobson - solo per citare i due più famosi - abbiano dato una svolta alle antiche teorie filologiche dell’ovest europeo.

La distinzione attuata dai “praghesi” fra funzione di comunicazione e funzione poetica stabilisce i criteri e le finalità direzionali del linguaggio: mentre nella funzione di comunicazione il linguaggio è diretto verso il significato, per la funzione poetica è rivolto verso il segno stesso. Sarà proprio questo bisogno di formalizzazione che impedirà di compiere una volta per tutte l’elaborazione della struttura linguistica confutando il sistema. Ecco cosa scrive Trubeckoj nella Phonologie actuelle (1933):

Definire un fonema significa indicare il suo posto nel sistema fonologico, il che è possibile solo se si tiene conto della struttura di questo sistema [...]. La fonologia, universalista per sua natura, parte dal sistema come da un tutto organico, di cui studia la struttura.
[...] Applicando i principi della fonologia a molte lingue, tutte differenti, per metterne in evidenza i sistemi fonologici, e studiando la struttura di tali sistemi, ci si accorge presto che alcune combinazioni dicorrelazioni si ritrovano nelle lingue più diverse, mentre altre non esistono in nessuna. Abbiamo a che fare con leggi della struttura dei sistemi fonologici. [...] Un sistema fonologico non è la somma meccanica di fonemi isolati, ma un tutto organico, i cui membri sono i fonemi e la cui struttura è soggetta a leggi.


Il fonema è l’elemento base della struttura linguistica, è l’atomo acustico indivisibile e insecabile così come il bit è l’elemento base dell’informatica. In quanto parziale,non può essere isolato dalla struttura in cui “tout se tient” (Saussure). Sulla scorta dell’elaborazione di Jakobson Trubeckoj definisce i fonemi:

le unità fonologiche che non si lascino analizzare in unità fonologiche più piccole e successive. [...] (Il fonema) è la più piccola unità fonologica della lingua studiata.

Lo stesso autore, in un altro testo, i Principi di fonologia (Grundzüge der Phonologie, 1939), precisa la differenza fra la fonetica - scienza dei suoni della parola - e la fonologia- scienza dei suoni della lingua. Quest’ultima studia

in qual modo gli elementi di differenziazione si comportano tra loro e secondo quali regole possono combinarsi gli uni con gli altri per formare parole e frasi. [...] La fonologia in fatto di suono deve prendere in considerazione soltanto ciò che svolge una funzione determinata nella lingua.

Il punto di incontro tra la linguistica strutturale e la Gestalt-psychologie, nonostante il rifiuto da parte dei linguisti di prendere in considerazione l’aspetto psichico, trova terreno nella teoria dei tratti distintivi. Ciascuna parola si distingue dalle altre presentandosi come una silhouette unitaria in cui i fonemi sono come marche distintive di tali silhouettes. Solo individuando i tratti distintivi è possibile produrre immagini fonologicamente pertinenti. Ma se questo principio fosse applicato alla lettera e ritenuto valido, non ci sarebbero più neologismi! Non solo, ma non ci sarebbero neppure condensazione e spostamento(Verdichtung e Verschiebung), anche se Freud sottolinea che il sogno in quanto rebus va proprio preso alla lettera. Il criterio di pertinenza eretto a sistema espunge proprio la distinzione, l’oggetto impertinente nella parola: con questa espunzione il lapsus, il sogno e i cosiddetti atti mancati sono in questo modo considerati come paraprassie; come “turbe dell’afferrare”; come storpiature linguistiche o come ciò che gli americani chiamano, in un’accezione tipicamente comico-televisiva, malapropismi.

Tuttavia il primato della linguistica sincronica rispetto a quella diacronica portava già Saussure a considerare la struttura (anche se parlava di sistema) indipendente dalla storia (Nella lingua non vi sono se non differenze!). Dunque, nonostante resti ancora il termine sistema nel tentativo di una sua formalizzazione, la distinzione oppositiva del fonema proposta dal Circolo di Praga, segnatamente da Jakobson, trova nella sincronia l’elemento dinamico significante che introduce la differenza, non già fra termini o parole differenti in ragione di una loro significazione, ma la differenza del significante da se stesso nell’atto di parola. Ecco cosa scrive Jakobson:

Chiamiamo sistema fonologico di una lingua il repertorio, proprio di questa lingua, delle differenze significative esistenti tra le idee delle unità acustico-motrici, vale a dire il repertorio delle opposizioni, alle quali in una data lingua può essere legata una differenziazione delle opposizioni (repertorio delle opposizioni fonologiche). Tutti i termini di opposizione fonologica non suscettibili di essere dissociati in sotto-opposizioni fonologiche più sottili, sono chiamati fonemi.

Ma proprio l’utilizzo del termine “repertorio” rimanda ancora una volta all’esempio del “reperto” archeologico: come dire che non può esistere una sincronia senza una fonologia diacronica in soggiacenza, senza una stratificazione evolutiva in cui sono stabiliti gli esempi corretti, gli utilizzi e i cambiamenti invalsi nel linguaggio. Sarà proprio Jakobson, per esigenze di finalità comunicative, a pubblicare nel 1931 i Principi di fonetica storica, tesi poi ripresa da André Martinet negli anni ’50 nel suo Traité de phonologie diachronique.

2) Se il manifesto del Circolo di Praga si è concretizzato nella pubblicazione dei Travaux, per il Circolo di Copenhagen (1939) lo strumento fu la rivista Acta Linguistica. Ecco una definizione di Hjelmslev del 1944:

Per linguistica strutturale si intende un insieme di ricerche basate su un’ipotesi secondo cui è scientificamente legittimo descrivere il linguaggio come una entità essenzialmente autonoma di dipendenze interne, o, in una parola, una struttura [...] L’analisi di questa entità permette di enucleare costantemente delle parti che si condizionano reciprocamente, di cui ciascuna dipende da certe altre e non sarebbe concepibile né definibile senza di queste. Essa riduce il suo oggetto a una rete di dipendenze, considerando i fatti linguistici uno in ragione dell’altro.

Questa definizione di Hjelmslev ribadisce alcune considerazioni enunciate dal danese Viggo Bröndal alcuni anni prima (1939) in cui l’autore considerava

i fenomeni non più come una somma di elementi che si tratti prima di tutto di isolare, analizzare, sezionare, ma come insiemi (Zusammenhänge) costituenti unità autonome, manifestanti una solidarietà interna, e aventi leggi proprie. Ne consegue che il modo di essere di ogni elemento dipende dalla struttura dell’insieme e dalle leggi che lo governano.

Bröndal, sottolineando il parallelismo tra la linguistica strutturale e psicologia della Gestalt, punta la sua ricerca nel ritrovare nella lingua gli elementi della logica, nonostante attui un rinnovato tentativo di isomorfismo delle cosiddette categorie linguistiche:

La filosofia del linguaggio ha come oggetto la ricerca del numero delle categorie linguistiche e delle loro definizioni. Se si può dimostrare che queste categorie sono ovunque le stesse, nonostante ogni variazione, si sarà contribuito in modo importante a caratterizzare lo spirito umano. (Les parties du discours, 1948)

Ma è con il già citato Hjelmslev che la linguistica danese trova una propria particolare ribalta internazionale. Non si tratta più di fondare una ulteriore teoria linguistica, ma di fondare la teoria linguistica! I Prolegomena to a Theory of Language (I fondamenti della teoria del linguaggio nella versione italiana) costituiscono le premesse per fondare una “vera linguistica” di stampo immanente:

Per fondare una vera linguistica, che non sia una scienza puramente ancillare o secondaria, bisogna [...] cercare di cogliere la lingua, non come un conglomerato di fenomeni non linguistici (per esempio, fisici, fisiologici, psicologici, logici, sociologici), ma come una totalità autosufficiente, una struttura sui generis. [...] In particolare, grazie alla teoria di questa nuova linguistica, dovrebbe essere possibile fornire una base uniforme di comparazione fra le lingue, eliminando quel provincialismo di concetti che è il trabocchetto in cui regolarmente cadono i filologi, e arrivare infine a istituire una vera e razionale linguistica genealogica.

Ma ecco come sbaragliare il campo da “inutili e perniciose contaminazioni contingenti”, non pertinenti alla teoria. Scrive ancora Hjelmslev:

Una teoria linguistica che voglia identificare la struttura specifica del linguaggio attraverso un sistema esclusivamente formale di premesse deve, pur tenendo continuamente conto delle fluttuazioni e dei mutamenti del parlare, necessariamente rifiutare di attribuire un valore esclusivo a tali mutamenti; deve cercare una costanza che non sia ancorata a qualche realtà fuori del linguaggio, ma che sia quel che fa di una lingua una lingua (di qualunque lingua si tratti), e che fa una lingua particolare identica a se stessa in tutte le sue manifestazioni. Quando questa costanza sia stata trovata e descritta, la si potrà proiettare sulla “realtà” fuori della lingua (di qualunque “realtà” si tratti: fisica, fisiologica, psicologica, logica, ontologica) di modo che, anche nella considerazione di tale “realtà”, la lingua come punto centrale di riferimento rimanga il nostro oggetto essenziale, la lingua non in quanto conglomerato, ma in quanto totalità organizzata, il cui principio dominante è la struttura linguistica. [...] Scopo della teoria linguistica è mettere alla prova, su quello che appare un oggetto particolarmente invitante, la tesi che un processo ha un sistema sottostante, che una fluttuazione ha una costanza sottostante.

La costanza prospettata da Hjelmslev instaura nuovamente il principio d’identità, presupposto indispensabile affinché si possa parlare di vera linguistica; garanzia di corretta esecuzione del processo linguistico e giusta valutazione della realtà. Scrive ancora:

Un processo e un sistema che gli appartenga (gli “sottostia”) contraggono insieme una funzione che, a seconda del punto di vista, si può concepire come una relazione o come una correlazione. Un esame più attento di questa funzione rivela subito che si tratta di una determinazione, in cui il sistema è la costante: il processo determina il sistema. [...] Il punto decisivo è che l’esistenza di un sistema è presupposta necessariamente dall’esistenza di un processo: il processo viene ad esistere grazie al fatto che c’è un sistema sottostante che lo governa e determina il suo sviluppo possibile. Un processo è inimmaginabile (perché sarebbe, in senso assoluto e irrevocabile, inesplicabile) senza un sistema ad esso soggiacente.

Costituendo una dicotomia tra un linguaggio interno per la ricerca della costante in funzione di una sua proiezione rivolta all’esterno, Hjelmslev costruisce un nuovo metalinguaggio il cui principio di riduzione porta alla registrazione del numero più basso possibile di elementi. Tutto ciò per riuscire a giungere - partendo dalle varianti della lingua (da non confondere con la teoria dei tratti distintivi della scuola di Praga) - a quello che l’autore chiama invarianti.

Se immaginiamo un testo analizzato in periodi, questi in proposizioni, queste in parole, ecc., e un inventario preparato per ogni analisi, potremmo sempre notare che in molti punti nel testo abbiamo “uno stesso” periodo, “una stessa” proposizione, “una stessa” parola, ecc.: si può dire che ricorrono molti esemplari di ogni periodo, proposizione, parola, ecc. Chiamiamo questi esemplari varianti, e le entità di cui essi sono esemplari, invarianti. [...] Ad ogni stadio dell’analisi dobbiamo riuscire ad arrivare alle invarianti dalle varianti, ricorrendo a un metodo particolare che stabilisce i criteri necessari per tale riduzione.

Quale tentativo sarà mai questo metodo che, volendo instaurare il criterio dell’invarianza, propone di fatto un codice di traducibilità, per affermare quel principio di identità linguistica, già discusso a suo tempo da Saussure, in negazione della differenza da sé del significante?

3) Ma se la “vecchia Europa” non può astenersi dal fare i conti con l’antica filologia con i suoi riferimenti all’indoeuropeo, il “nuovo mondo” sembra anticipare una linguistica strutturale che sbaraglia tout court qualsiasi tentativo di solidarietà fra la parte e il tutto - negando con questo il condizionamento reciproco e rilevando una storicità temporale. Ecco uno straordinario brano dell’ebreo statunitense Edward Sapir tratto da Language, 1921, in cui l’autore pone l’accento sulla direzione (drift) del linguaggio, sottolineando la variazione e la semovenza dell’immagine:

[La lingua] is not merely something that is spread out in space, as it were - a series of reflections in individual minds of one and the same timeless picture. Language moves down time in a current of its own making. It has a drift.

Certamente Sapir ritiene il linguaggio un prodotto storico in cui la lingua come struttura è “lo stampo del pensiero” (interno), ma a differenza di altri linguisti americani - come Leonard Bloomfield, Noam Avram Chomsky - pone l’accento sulla natura inconscia, culturale, simbolica e non razionalizzata della struttura linguistica. Ecco cosa scrive ancora (nella traduzione italiana):

La parola [...] varia come varia ciascuno sforzo creatore, forse non altrettanto consapevolmente, ma altrettanto effettivamente delle religioni, le credenze, i costumi e l’arte dei diversi popoli [...]. La parola è una funzione non-istintiva, acquisita, una funzione di cultura.

Nel tracciare una tipologia delle strutture linguistiche, Sapir formula una sua lettura del linguaggio nella storia, lontano dal meccanicismo che lo riduce a un comportamentismo sistemico di “abitudini laringali” (come è il caso del behaviorista Bloomfield e del suo schema stimolo-risposta). Ciò nonostante, la costante sottolineatura simbolica porta l’autore all’ennesimo tentativo di formalizzazione nell’incrocio tra sistema di configurazione, sistema simbolico e sistema espressivo. Non solo. Nel prospettare una sorta di automatismo di processi linguistici inconsci, Sapir allude alle sedimentazioni che questi processi depositano:

Le categorie linguistiche costituiscono un sistema di relitti dogmatici - e si tratta di dogmi dell’inconscio.

Ancora una volta il riferimento strutturale esiste soltanto basandosi sul sistema e sulla sua soggiacenza. D’altronde sembra che l’idea della linguistica in generale sia quella d’intendere come funzione primaria - quindi come finalità - la comunicazione. Difficile dunque elaborare qualcosa che si distanzi da continui e circolari rimandi al sistema comunicativo e alle sue significazioni.

Il modello olistico, ovvero l’ideale dell’antropologia
Leggendo il testo di Lévi-Strauss occorre costantemente tenere conto della teoria fonologica linguistica elaborata da Jakobson. I tratti distintivi di ciascuna lingua possono equipararsi ai tratti distintivi di ciascuna cultura e/o popolo. Si potrebbe quasi postulare che tutta l’opera di Lévi-Strauss, dalle Strutture elementari della parentela all’Antropologia strutturale, appare un costante tentativo di affermare come l’antropologia sia effettivamente l’unica disciplina che possa veramente collaborare - instaurando una dialettica e uno scambio - con la linguistica senza divenire ancillare a quest’ultima; nonostante l’antropologia stessa tragga motivo della sua esistenza principalmente proprio dal linguaggio inventato e elaborato dai vari popoli, segnatamente nei rituali e nei mitologemi.
Ecco un’affermazione di Lévi-Strauss:

Si sono dovuti aspettare gli antropologi per scoprire che i fenomeni sociali obbedivano ad assetti strutturali. La ragione è semplice: le strutture si rivelano solo ad un’osservazione esercitata dall’esterno.

Esterno e interno, esogamia e endogamia: per l’antropologia costituiscono e regolano gli scambi interculturali fra popoli e fra famiglie in ragione di un vantaggio sociale. Come è noto, la proibizione dell’incesto e la conseguente esogamia per Lévi-Strauss sono alla base di ciascuna società. Non perché il matrimonio fra parenti - instaurando un’economia del sangue - costituisca una pericolosità biologica, ma perché, come scrive, “da un matrimonio esogamico risulta un beneficio sociale”.
Ma ecco come è descritto nelle Structures il procedimento che analizza le strutture stesse, equiparato all’analisi linguistica:

[...] se la proibizione dell’incesto e l’esogamia hanno una funzione essenzialmente positiva, se la loro ragion d’essere è quella di stabilire tra gli uomini un legame senza il quale essi non potrebbero sollevarsi al di sopra dell’organizzazione biologica per raggiungere quella sociale, allora bisogna riconoscere che linguisti e sociologi non soltanto impiegano gli stessi metodi ma si applicano allo studio del medesimo oggetto. Da questo punto di vista, in effetti, “esogamia e linguaggio hanno la stessa funzione fondamentale: la comunicazione con gli altri e l’integrazione del gruppo.
[...] La proibizione dell’incesto è universale come il linguaggio; e se è vero che siamo meglio informati sulla natura del secondo che non sull’origine della prima, solo portando fino in fondo il confronto potremo sperar di penetrare il senso dell’istituzione.


Il compito dell’antropologia strutturale ha un preciso obiettivo: quello di “reintegrare la cultura nella natura e, in sostanza, la vita nell’insieme delle sue condizioni fisicochimiche” (La pensée sauvage, 1962). Ma ecco secondo Lévi-Strauss come l’Occidente intende la “questione cultura”:

La cultura, che più della società ha uno stretto contatto con la materia, è però più completamente simbolica della società; e quest’ultima, che sembra interessare l’uomo più della cultura, dell’esistenza individuale e della vita psichica, appare storicamente anteriore alla cultura, dato che possono esistere società senza cultura ma non culture senza società. [...] Le cose si svolgono, in verità, come se cultura e società emergessero fra gli esseri viventi come due risposte complementari al problema della morte: la società, per impedire all’animale di sapere che è mortale; la cultura, come reazione dell’uomo alla consapevolezza di esserlo. (Paroles Données, 1984)

Dunque, il solco della tradizione occidentale intorno all’essere mortale, all’essere per la morte - che va da Aristotele al XX secolo passando per le tesi di Heidegger - è ampiamente mantenuto e confermato, seppur con alcune differenze e acquisizioni.
Ma non solo gli esseri sono mortali, anche le società sono esposte a questo rischio. Preso alla lettera, ecco come risolvere il problema per Lévi-Strauss:

Le nostre ricerche ci hanno insegnato che occorreva innanzitutto mirare al cuore di ciascuna cultura per cercare di cogliere in ognuna ciò che le fosse peculiare: miti, riti, linguaggio, ossia quei campi in cui le opposizioni sono insieme isolabili e inconsce. [...] Se l’etnologia può infatti venir definita come una ricerca dell’invarianza, essa deve anche convincersi che non si può mai cogliere quest’ultima “a fior di pelle”. (Paroles Données, 1984)

Come dargli torto d’altronde, non potendo mai cogliere a fior di pelle l’invarianza delle culture in osservazione è sempre meglio mirare al cuore!
Tuttavia:

Un sistema di parentela non consiste nei legami oggettivi di filiazione o di consanguineità dati tra gli individui; esiste solo nella coscienza degli uomini, è un sistema arbitrario di rappresentazioni, non lo sviluppo spontaneo di una situazione di fatto. [...] Che si limiti l’esame a una sola società o che lo si estenda a più società, bisognerà spingere le analisi dei differenti aspetti della vita sociale abbastanza a fondo da cogliere un livello in cui diventerà possibile il passaggio da un ambito all’altro; ossia elaborare una specie di codice universale, capace di esprimere le proprietà comuni alle strutture specifiche desunte da ogni aspetto. L’impiego di questo codice dovrà essere legittimo, oltre che per ogni sistema preso isolatamente, per tutti i sistemi quando si tratterà di paragonarli. (Anthropologie Structurale, 1964)

Ma qual è il metodo, definito analisi strutturale, che porta a redigere un codice in cui i sistemi di parentela possano riconoscersi in un sistema arbitrario di rappresentazioni? Insomma qual è il modello di riferimento che giustifichi l’esistenza di tale codice?

Il principio fondamentale è che il concetto di struttura sociale non si riferisca alla realtà empirica, ma ai modelli costruiti in base ad essa. [...] per meritare il nome di struttura, i modelli devono soddisfare esclusivamente quattro condizioni.
In primo luogo, una struttura presenta il carattere di un sistema. Essa consiste in elementi tali che una qualsiasi modificazione di uno di essi comporti una modificazione di tutti gli altri.
In secondo luogo, ogni modello appartiene a un gruppo di trasformazioni ognuna delle quali corrisponde a un modello della stessa famiglia, in modo che l’insieme di tali trasformazioni costituiscano un gruppo di modelli.
In terzo luogo, le proprietà indicate qui sopra permettono di prevedere come reagirà il modello, in caso di modificazione di uno dei suoi elementi.
Infine, il modello deve essere costruito in modo tale che il suo funzionamento possa spiegare tutti i fatti osservati.


A questo riguardo risulta essenziale il riferimento alla teoria dei modelli matematici non solo per esigenze di formalizzazione e comparazione, ma specialmente per poter, almeno teoricamente, definire le variabili che possono intervenire all’introduzione di elementi nuovi. In altri termini, se in una società introduco un elemento nuovo - a livello dei miti, dei riti o dei codici di regolamentazione delle parentele - modifico di fatto l’intera struttura societaria, fino alle conseguenze estreme di una sua “distruzione”.

Ma senza entrare nel merito di come le varie globalizzazioni nell’ambito della storia (dalle invasioni territoriali iniziate nella protostoria alle colonizzazioni reali e/o virtuali della nostra epoca) abbiano “distrutto” intere civiltà mettendo a rischio proprio l’esistenza di un’antropologia che le annoveri, occorre dire che se la struttura diventa spiegabile attraverso un codice, così come vuole Lévi-Strauss, la storia invece di raccontarsi, è stirata e appiattita su quella linearità ideale nella successione degli eventi, considerati come fatti contingenti: linguistici, sociali, culturali non meno che antropologici.

Nel momento in cui considero i modelli come elementi per una trattazione filosofica stabilendo che possono essere consci e inconsci (operazione compiuta da Lévi-Strauss), non solo faccio dell’antropologismo psicologico di stampo junghiano, ma la metafisica introdotta nega propriamente quel contingente che proprio voglio legittimare come realistico e traducibile - in altri termini faccio dello strutturalismo sistemico. Ecco cosa scrive Lévi-Strauss:

Un modello i cui elementi costitutivi sono sulla stessa scala dei fenomeni sarà chiamato “modello meccanico”, mentre “modello statistico” è quello i cui elementi sono su scala diversa. Prendiamo come esempio le leggi del matrimonio. Nelle società primitive, queste leggi possono essere rappresentate nella forma di modelli in cui figurano gli individui, effettivamente distribuiti in classi di parentela o in clan; tali modelli sono meccanici. Nella nostra società, è impossibile ricorrere a questo genere di modello, poiché i diversi tipi di matrimonio dipendono in essa da fattori più generali: dimensione dei gruppi primari e secondari da cui dipendono i possibili coniugi; fluidità sociale, quantità d’informazione, ecc. Per riuscire a determinare le costanti del nostro sistema matrimoniale (cosa che non è ancora stata tentata), si dovrebbero dunque definire le medie e le soglie: il modello appropriato sarebbe di natura statistica.

Ma poi aggiunge:

Le ricerche strutturali non presenterebbero nessun interesse se le strutture non fossero traducibili in modelli dalle proprietà formali comparabili, indipendentemente dagli elementi che le compongono. Lo strutturalista ha il compito di identificare e di isolare i livelli di realtà che hanno un valore strategico dal punto di vista in cui egli si colloca, ovverossia che possono essere rappresentati in forma di modelli, a prescindere dalla natura di questi ultimi.

Siccome il modello meccanico non esiste più e il modello statistico risulta approssimativo e lacunoso perché ricerca le medie e le soglie, qual è il modello ideale per l’antropologo strutturalista? È quello intatto, cioè incontaminato da elementi estranei (dunque dove collocarsi?). In un’accezione clinica è lo stesso modello proposto dal discorso paranoico in cui, espunta la macchina contaminante per questioni di purezza questa si ritrova a ogni piè sospinto, cioè a ogni passo, nell’esigenza tutta antropologica di equiparare, confrontare e livellare le varie società prese in esame.

Testo scritto in tre parti. Fine della prima parte.

Mario Boetti. Bologna. Cifrematico, ricercatore, presidente dell’Associazione culturale "L’Arca della parola" di Bologna.


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3.04.2017