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Hannah Arendt e Martin Heidegger

Rosaria Parri

“Tu sarai chi sei. E così sarò io”
Hannah Arendt

(14.03.2006)

“ C’è uno che insegna, forse è possibile imparare a pensare”. Queste le prime parole di Hannah Arendt su Martin Heidegger, all’Università di Marburgo. La storia di Arendt e Heidegger non è solo una storia d’amore ma è soprattutto un pezzo di Storia. Nella Storia grande, i faticosi anni venti della Germania del primo dopo guerra, s’inserisce la storia personale, complessa, articolata di due indimenticabili intellettuali. Da una parte il «piccolo mago di Messkirch», il villaggio in cui era nato e che era servito ai suoi studenti per soprannominare il maestro, dall’altra la giovane studentessa ebrea detta «la verde», perché spesso sfoggiava abiti di quel colore.

L’uno, un piccolo grande uomo misterioso, sapiente incantatore che usava costruire un edificio concettuale per demolirlo lui stesso lasciando lo studente nel vuoto dell’enigma; l’altra, una vitalissima studentessa di teologia, con la passione per Kierkegaard e dotata di quel senso comunitario che Sant’Agostino chiamava amore del prossimo. Donna inquieta e trasgressiva di fronte ad Heidegger sentì un’unione di vitalità e pensiero dalla quale lei stessa fu “presa alla sprovvista”.

Heidegger era come il personaggio di una leggenda romantica: dotato di un talento al confine col genio, poetico, sdegnosamente in disparte nel mondo accademico e indifferente all’adulazione studentesca, bello nella sua severità. Arendt apparteneva alla cerchia dei giovani intellettuali tedeschi di origine ebraica, che cercavano nella filosofia tedesca un’alternativa alla religione e nei filosofi l’incarnazione della Germanità e del Geist. Anche questo deve aver affascinato la giovane: il suo bisogno di appartenenza intellettuale esasperò il desiderio che Heidegger si prendesse cura della sua anima. Hannah ha diciotto anni, Martin trentacinque. Lei curiosa ed entusiasta della vita, lui, uomo di educazione cattolica, sposato e padre di due figli.

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Ettore Peroni, "Aquila", dettaglio

L’idillio segreto inizia nel febbraio del 1924. Pur avendo egli permesso che in quella giovane e brillante ebrea nascesse un amore ardente per lui, tutto nella sua vita era contrario a farglielo accettare completamente. Nell’estate del 1925 Hannah si era già resa conto che, per quanto profondo fosse il loro legame, egli sarebbe rimasto un estraneo. I suoi versi poetici così parlavano: “Perché tu mi porgi la mano timido e segreto? Vieni forse da una terra così lontana che non conosci il nostro vino?”. La loro relazione durò mezzo secolo. Dentro questa, tutto cambiò ma rimase immutato un pensiero, che Arendt non inviò mai ad Heidegger: lui era l’uomo a “cui sono rimasta fedele e infedele, e sempre nell’amore” (quando scrisse queste parole lei aveva ormai cinquant’anni e lui più di settanta).

Si allontanano, si ritrovano. Non si perdono mai. Qualcosa però va perduto. La Storia passa avanti alla loro storia. La loro vita si confonde con quella del suo popolo e dei popoli del XX secolo. Presa del potere di Hitler. Hannah Arendt, prima di molti altri intellettuali, prende coscienza della gravità della situazione politica in Germania e si avvicina a poco a poco a quanti tentano di resistere: partecipa a Berlino al salvataggio di alcuni oppositori del regime, dà il suo sostegno ai comunisti nella primavera del 1933, accetta una missione dell’Associazione sionista tedesca, si fa arrestare dalla polizia, riesce miracolosamente a fuggire, lascia la Germania nell’agosto del 1933 e si rifugia in Francia. È qui che la Storia si spinge prepotentemente nelle storie.

In quella stessa primavera, Martin Heidegger è nominato rettore dell’Università di Friburgo al posto del suo predecessore socialdemocratico, silurato per essersi rifiutato di affiggere l’avviso che vietava agli ebrei di insegnare. Heidegger crede di salvare la cultura trasferendo al progetto nazionalsocialista e al culto del popolo quel «salvataggio dell’Essere», che all’inizio era l’unico obiettivo della sua meditazione filosofica.

È dopo la guerra che Arendt prende violentemente le distanze da lui. “Mi permetto di ritenere Heidegger nient’altro che un potenziale assassino[...]. Nient’altro che solide menzogne, con un’impronta, mi sembra, chiaramente patologica” (9 luglio 1946). Ormai sposata, ben due volte, accusa se stessa, di aver barato con lui, di aver finto di non vedere. È severa, Arendt, ma non abbastanza e non per molto tempo. Torna a fargli visita nel 1950 e poi nel 1952.
È difficile non chiedersi se una certa dipendenza femminile, nel senso di una passività sottomessa, non accompagni tutto questo tragitto. È vero che in America Arendt inizia una nuova vita ma, come ha osservato un suo ex studente, “anche nella presenza della sua assenza Heidegger rimase per lei un’autorità”.
Nel 1969 la filosofa pubblica Martin Heidegger a ottant’anni, testo che loda il vento del pensiero e i suoi rischi ma che, sotto l’omaggio, nasconde a malapena la scandalosa compromissione degli intellettuali, Platone e Heidegger, con i tiranni e i dittatori. Troppo poco incisivi e deboli i suoi scritti di distanza dall’accademico tedesco, che mente per non rinnegare esplicitamente il suo passato.

Alla fine lei lo salva (“E se Dio vorrà ti amerò anche di più dopo la morte”) e io salvo lei. Anche se la sua maniera di «schierarsi» non aveva nulla di «schierato», Arendt non fu mai, nel pensiero, subordinata al suo maestro. Il debito non si trasformò mai in limite. Lui ricercava «l’Essere, fuori dal mondo», lei raccontò «degli uomini dentro il mondo»; lui trasformava la parola in «chiacchiera», lei credette nel confronto e nel «dialogo»; lui orientava il suo lavoro verso «l’esperienza futura della morte», lei s’interessò in pari misura alla «natalità».

Si affermò con ogni tipo di azioni plurali, imponendo la propria differenza di giudizio, in particolare e soprattutto di fronte a Heidegger. Questo bisogno di individualità era per lei l’apogeo della vita umana, senza però formularlo mai come una rivendicazione di differenza femminile. Passione per la politica e gusto dell’apparire, volto solare della personalità di Arendt, si svilupparono a partire da e oltre Heidegger. Aver collocato il suo pensiero «in un in-fra», spazio comune e coinvolgimento nell’azione, l’aveva portata molto lontana dal genio di Marburg. Se aveva avuto sempre bisogno della vicinanza del pensiero heideggeriano era solo, forse, per radicare il proprio in una tradizione essenziale, portarne i segni e poi liberarsene.

È molto complicato riportare nel dettaglio i mille modi con cui Arendt e Heidegger s’influenzarono. Ma ciò che possiamo segnalare di lei, esplicativo anche del suo rapporto con il maestro, è la sua affascinante convinzione che scrivere è comprendere. Colei che com-prende, attende, accetta, accoglie: spazio aperto, si lascia abitare. Tuttavia colei che comprende, a sua volta prende: sceglie, strappa via, pietrifica, trasforma gli elementi, se ne appropria e li ricrea. Insieme agli altri, insieme a lui, è vero, ma con la propria facoltà di scelta, colei che comprende fa nascere un senso nel quale si legge trasformato, quello degli altri. Tocca a noi decifrare questo processo che si costruisce-decostruisce, sempre. Lei l’ha fatto.

Rosaria Parri, Vinci (FI), filosofo.


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30.07.2017