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Analizzare e intendere dove va il terzo millennio proposto dal fondamentalismo islamico

Una patina di libertà

Giancarlo Calciolari

Al Qaida, la regola, la norma, la base. L’algebra e la geometria di Dio? L’ipotesi di lettura si confronta con la letteratura dei principali ideologi del fondamentalismo islamico. La casa editrice PUF (Presses Universitaires de France), nella collana “Proche Orient” ha pubblicato nel settembre 2005 il libro Al-Qaida dans le texte, a cura di Gilles Kepel, con i contributi di ricercatori dell’Istituto di studi politici di Parigi, Thomas Hegghammer, Stéphane Lacroix, Jean-Pierre Millelli e Omar Saghi.

(31.01.2006)

Il contributo al dibattito di Gilles Kepel è essenziale, in particolare ha scritto due libri, uno sul Jihad e l’altro sulla Fitna (entrambi da Gallimard), ossia sulla guerra “esterna” e sulla guerra “interna” all’islam.
Il lavoro editoriale è stato fatto con estrema cura e scelta, traducendo dall’arabo, in particolare testi che sono reperibili sui siti internet dell’area islamista radicale. Gli scritti sono di Osama Bin Laden, Abdallah Azzam, Ayman Al Zawahiri e Abu Mussab Al Zarqawi.
L’introduzione di Gilles Kepel e le note ai testi dei curatori e traduttori forniscono i materiali d’archivio per la lettura. La proposta è intellettuale. Ma la lettura resta da fare. E questa nota che scriviamo è un’introduzione.

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Ettore Peroni, "Senza titolo"

Leggiamo nei testi dei quattro “teorici” di Al Qaida, pubblicati in questo libro, qual è la dottrina della liberazione, per analizzare e intendere dove va il terzo millennio proposto dal fondamentalismo islamico e dissipare i fantasmi di padronanza e di controllo sulla vita e sul pianeta.

Lo schema delle dottrine politiche della liberazione, e non solo di Al Qaida, è semplice: il nemico ci opprime, siamo suoi prigionieri. Occorre liberarsi. Quindi uccidere ogni nemico. Perché? In nome del nome; e i nomi del padre di tutte le guerre sono infiniti: Dio, popolo, giustizia, bene, libertà...
Ogni dottrina della liberazione, dalla schiavitù degli ebrei in Egitto alla schiavitù dei palestinesi in Israele, ripete all’infinito lo stesso racconto: la guerra per l’estensione del dominio e la conquista del pianeta sino a che si sottometta tutto intero alla religione.
Queste le religioni, non l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam come istanze intellettuali.

Forse solo nella competizione territoriale tra i tre monoteismi possiamo leggere l’avventura del principe guerriero Maometto e come lo jihad sorga con il contrappasso della fitna, la sedizione nella successione a Maometto. Possiamo leggere anche lo jihad e la fitna come un’anfibologia, un modo dell’apertura. E come la questione intellettuale posta dall’islam sia quella del frater, che non è più rivale del filius.

Ogni ideologo costruisce una catena di referenze che giungono sino alla verità rivelata da Dio a Maometto, e sul principio del terzo escluso applica la quintessenza del purismo, sino a che tutto il sangue sparso divenga bianco, comunissimo, lasciando una patina di libertà anche sui proclami di Al Qaida.
Ma la guerra di lettura al cuore dell’islam (guerra di referenze, di fonti, d’autorità) è la guerra ideale per spronare la guerra reale e guadagnare l’adesione dell’umma, la comunità islamica. E l’adesione del popolo si guadagna con una strategia televisiva della sovversione internazionale.

La vittoria indica l’instaurazione della funzione di autorità? Bin Laden spera che Dio gli accordi la vittoria, poiché ne è il signore e il detentore. Questo non è Dio, ma il vicario sostitutivo fatto a immagine e somiglianza del soggetto dello jihad. Dio della gnosi, non della parola: Dio che ordina il bene e scaccia il male confortando la situazione della sua nazione. La nazione di Dio, che è sempre più divina di quella del nemico, che ovviamente si ritiene la vera nazione di Dio.
In un’intervista alla Cnn del 1997, Bin Laden si qualifica, conformemente all’ordine di Dio, come difensore della libertà, accusato d’essere un terrorista, quando il vero terrorista è il presidente americano. E i militari americani sarebbero i soldati di Satana.
Ogni parte in guerra conduce lo scontro in nome di Dio. Quasi che fare in nome di Dio non possa che corrispondere a scatenare la guerra finale. Un dubbio c’è anche nel Corano, proprio nella sura nota per il versetto della spada, la IX, At-Tawba (Il pentimento o la disapprovazione), l’unica che non inizia con la basmala: in nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.

Rispetto alla libertà questa è la pantomima del soggetto di ogni dottrina della liberazione: toglie la libertà dalla parola per assegnarla alla coppia padrone/schiavo, e da schiavo si libera del padrone. E questa libertà sarebbe il diritto di ogni uomo, non solo del musulmano.

L’islam come religione trova che è sempre il fratello a farla da padrone, come idolatra, pagano, infedele, da combattere con la spada e con la penna. L’islam come istanza culturale introduce il fratello nella sua integrità e comporta l’analisi (senza più soluzione gnostica) della credenza nell’unicità del figlio. Il musulmano non è il “terzo” fratello che giunge dopo l’ebreo e il cristiano. Non è il fratello che dice “anch’io”. Non è il tre dopo il due e l’uno.

Abdallah Azzam, il primo teorico dello jihad mondiale, ucciso in Afganistan nel 1989, dopo il ritiro dell’Armata Rossa in febbraio dello stesso anno, è stato il maestro di Bin Laden in materia di teologia islamica. Dio avrebbe offerto all’umanità la regola, ossia la battaglia tra il vero e il falso, nell’interesse dell’umanità, per la supremazia della verità e lo sviluppo del bene. Questo è Azzam o Platone? Anche per Aristotele il falso era divenuto un complotto mondiale. Alessandro, il macedone, è andato a liberare il vero su tutta la terra.
Occorre raggiungere la carovana? Così indica Azzam, che si firma umile schiavo di Dio. Althusser voleva prendere il treno in corsa, forse anche perché non credeva in Dio. La carovana non è l’arca della parola, ma il suo sepolcro.

Ayman Al Zawahiri si chiede dov’è la libertà. Ovvero la libertà non è un significante stabile per nessuno. La libertà dell’uno è l’oppressione dell’altro e viceversa. Infatti la libertà non è dell’uno o dell’altro ma dell’elemento, che procede dall’apertura senza più indossare la dicotomia bene-male, buono-cattivo, amico-nemico, lupo-agnello... E questa dicotomia abbisogna dell’unicità di Dio, chiamata il fondamento dei fondamenti.
La teologia di Al Zawahiri è un’estensione del comandamento del bene e dell’interdizione del male, quindi della distinzione amico-nemico, che non è forgiata da Maometto ma da Platone nella Repubblica, mille anni prima.

Come leggere? Con una catena di garanti esatta? Ma dove si situa lo zero di questa catena invocata anche da Al Zawahiri? Si tratta di una catena che comincia da uno. La serie è ordinale e bene ordinata che produce il disordine per purificarlo, e così via.
Perché non ci sarebbe altra soluzione che il jihad? E resta ancora da leggere l’idea che i musulmani non possano godere dei diritti dell’Occidente che nel modo in cui lo schiavo raccoglie le briciole del pasto del suo padrone.
La vita senza più la necessità del nemico da abbattere è la base della civiltà.

Al Zarqawi solleva il velo rivelando, così, il bene come il male? Identifica il nemico. Lo sciismo, che per lui è una religione politeista che non ha niente a che vedere con l’islam. La serie dicotomica amico-nemico, bene-male, vero-falso è già applicata tra musulmani. Come leggere i testi sacri, cercando il senso nascosto? Il paradiso è all’ombra della spada o della penna? Lo svelamento dell’odio segreto che cova nel cuore del nemico è anche un autoritratto, nella presunzione che senza più né bene né male, non importi il sangue versato.
Al Zarqawi corre dietro il tempo facendo tutto il possibile. Il terrore è la sensazione della realizzazione dell’impossibile nel possibile, sempre mancata. E la paura della libertà di ciascun elemento della vita lo vede doppio: buono e cattivo. E così via. Circolando in un bagno di sangue. Rincorrendo il purismo estremo, sino allo sbiancamento decidibile e completo, nel jihad in cui la spada e la penna si completeranno.

Per ognuno degli ideologi di Al Qaida, la catena di garanti della lettura dei testi sacri abbisogna affinché le prescrizioni e le proibizioni siano date come divine e come tali vengano accettate e eseguite, naturalmente.
Quindi, solo abolendo la carta intellettuale, la carta della tolleranza, la questione islamica è riducibile in termini di competizione fra i tre monoteismi.
La lezione dell’islam è ancora da trarre. Il testo islamico non è dato dalla letteralità del Corano. Occorre distinguere tra ideologia islamica e islam come istanza artistica, culturale e scientifica. Islam irreligioso, intellettuale, senza paura.

Allora, ognuno è libero? Tale è la libertà di chi presume di fare ciò che vuole. La libertà del soggetto. La libertà dei padroni. La libertà degli schiavi. Se le basi della libertà stanno dinanzi agli occhi, il terrore impera. Così accade e si ripete.
La libertà è proprietà di ciascun elemento della vita. Nessuna confisca in nome del nome, in nome di Dio, in nome di sé, in nome dell’altro, in nome del popolo.
Libero è l’elemento di vita. Solo come proprietà di ciascun elemento, che non si ripete, la libertà non è una patina.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".
Testo scritto per la rivista "Helios Magazine" .


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30.07.2017