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Due storie, due enigmi, una coincidenza

"La coincidenza" di Fulvio Caccia

Giancarlo Calciolari

Nato italiano, quebecchese di formazione e francese come vocazione e lingua d’espressione, Fulvio Caccia si situa in quello che è in nuce già nel rinascimento: l’internazionalismo intellettuale, ossia artistico, culturale e scientifico. Fulvio Caccia è uno scrittore del rinascimento internazionale, che va bel oltre il villaggio globale.

(18.01.2006)

Il romanzo La Coincidenza (Triptyque, Montreal, 2005, pp. 133)è la seconda parte di una trilogia incominciata con La linea gotica (2004). Due sconosciuti s’incontrano a Parigi. Anni prima avevano vissuto senza saperlo uno stesso episodio a Ramontel, (anagramma di Montreal, dove l’autore ha vissuto per molti anni). C’era una chance su un milione d’incontrarsi per Jonathan e Leila. E pertanto accade.
A quali leggi risponde l’incontro? Al caso? Alla logica?

Da una storia apparentemente senza importanza, da un semplice dettaglio, sorge la narrazione di Fulvio Caccia, che mette in scena non solo due personaggi, ma anche l’occidente, l’oriente. Sono le questioni essenziali della vita che sembrano implodere su Jonathan e Leila.

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Santina Pellizzari, "Senza titolo", tecnica mista su pannello

Tutto è cominciato nel migliore dei modi: Jonathan si è lasciato incantare dagli affascinanti occhi di una donna venuta a sottoaffittare il suo appartamento. Quali sono le ragioni che spingono Jonathan verso Leila e quali spingono Leila verso Jonathan?
La storia si annoda attorno al fatto di capire che cosa li accomuni.

Due storie, due enigmi, una coincidenza. Le ragioni della coincidenza sono le ragioni di una vita. Le ragioni della vita. Qual è la ragione per ciascuno?
Qual è la non ragione del male? Che cosa ha spinto un giovane a irrompere armato in una sala universitaria, per compiere la “grande separazione”, la separazione sessuale sino a uccidere le donne?

La coincidenza di Fulvio Caccia è un romanzo che procede dall’apertura delle cose e giunge alla conclusione senza chiusura, senza dare per scontata la verità. Non è un romanzo tutto formattato, come è richiesto oggi dalla maggior parte degli editori, ai quali basta e avanza una storia nata già vecchia, già scontata, vecchia da un secolo e mezzo, dove non c’è più novità.

Apparentemente l’incontro tra Jonathan e Leila è una pura coincidenza, ma per l’appunto, l’incidenza è un incidente? Un incidente per entrambi? E quale sarebbe stata la loro vita senza la coincidenza? Domanda assurda? La coincidenza è l’altro nome dell’ontologia? Dovrebbe svelare il vero essere dell’esule, che dovremmo piuttosto chiamare l’esiliante? L’esilio non è un altro nome dell’abbandono? Dino Campana, il poeta di Marradi, non era in esislio nel suo paese, al punto di vivere il resto della sua vita in un asilo di alienati? C’è una connessione tra l’esperienza transculturale di Fulvio Caccia, sfociata nella bellissima rivista "Viceversa" (Montreal, 1986-1995), con testi pubblicati in altre lingue e i Canti orfici di Campana che si aprono con una citazione in tedesco e si concludono con una citazione in inglese?

Machiavelli per leggere il palinsesto della sua era adotta il punto di vista del principe e quello del popolo, e dice questo integrando la lezione di Leonardo che per leggere la luce, l’aria, il cielo, indica come indispensabile l’osservazione dalla pianura e dalla cima della montagna. Ecco, procedendo dal due, dall’alto/basso (ma anche dal nord/sud e dall’est/ovest) come ironia della vita, Fulvio Caccia si trova in viaggio nel pianeta, come ciascuno, e questo senza lasciare che il lettore si situi in un punto di vista immobile.

Nei romanzi di Fulvio Caccia, il lettore ha il suo posto (mobile), e a seconda del modo d’interrogarsi sulle vicende dei personaggi ne va della verità come effetto. È in gioco la qualità assoluta e ogni soluzione precostituita e prevista non può che lavorare contro la verità che è non nascondimento.

In tal senso noi abbiamo letto in Fulvio Caccia il romanzo dell’errante occidentale e dell’errante orientale, il romanzo del Canada francese degli anni settanta-ottanta, il romanzo di Parigi degli anni novanta, e tanti altri romanzi ancora.

La celebre frase di Flaubert, “Madame Bovary, c’est moi”, non regge di fronte alla narrazione di Fulvio Caccia. Le sorgenti che confluiscono nel personaggio di Jonathan vanno oltre la biografia dell’autore, che si spinge sino al lusso di narrare la morte del personaggio, quando la terza parte (in corso di scrittura) è già stata annunciata.

Fulvio Caccia debutta nella scrittura come poeta, e affianca alla sua produzione letteraria una esigente produzione saggistica, in particolare sulle questioni dell’emigrazione. Lo scrittore s’interessa da molto tempo delle nuove configurazioni identitarie nel contesto dell’emigrazione. L’esigenza linguistica del poeta e l’esigenza d’analisi del saggista s’integrano nel dispositivo narrativo del romanzo, senza lasciare grumi insoluti.

Nato italiano, quebecchese di formazione e francese come vocazione e lingua d’espressione, Fulvio Caccia si situa in quello che è in nuce già nel rinascimento: l’internazionalismo intellettuale, ossia artistico, culturale e scientifico. Fulvio Caccia è uno scrittore del rinascimento internazionale, che va bel oltre il villaggio globale.

Fulvio Caccia, Parigi, poeta. scrittore, direttore di "Combats Magazine".<

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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30.07.2017