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La via empolese dell’arte

Piero Sedoni e il borsello

Paolo Pianigiani

Correvano gli anni settanta, fra due gruppi di artisti ben distinti che vivevano e operavano a Empoli, provincia fiorentina con ambizioni al distacco, e proiezioni a volo pindarico verso l’infinito.

(16.01.2006)

-  Che vvu fate, con codesti borselli, vvu sembrate du’ ...
Così ci apostrofò, in puro slang empolese, entrando in galleria, il Professor Sedoni, elegantissimo e sorridente, coll’immancabile sigaretta accesa...
Ero nel bel mezzo di una discussione con Loris Fucini, nella saletta della galleria - corniceria
Il Toro, da Torello Guerrini, che nel laboratorio immediatamente attiguo ascoltava divertito, dando di martello su una cornice dorata. Si parlava, col Fucini, del Cavaliere Azzurro, di Franz Mark, di Paul Klee, argomenti fra i tanti, che affioravano nei discorsi fra pittori, in mezzo a mille altri, meno nobili. Erano i tempi dove andavano di moda i borselli, quelli da uomo, che si portavano ciondoloni a fianco, pieni di mile cose inutili. Ne eravamo dotati sia io che il Loris, fedeli e rispondenti alla moda dei giorni.

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Loris Fucini, "Paesaggio sull’Arno", 1955

-  O Professore, - gli risposi- e servono, per portarci la roba, che so... le sigarette, il portafogli, le mi’ pipe, la busta di tabacco, il giornale...
-  Tu dici? Guarda qui!
Si aprì la giacca e ci mostrò le tasche: qui il portafoglio, qui le sigarette, il giornale? Sottibbraccio! A che serve il borsello? E’ roba da donne, via...
-  E le pipe?- azzardai di difesa...
Me ne prese due o tre e se le mise nel taschino:
- Qui si mettono, no?
Era così, il Professore, impossibile litigarci, si poteva solo ridere, e di gusto, di quelle battute irresistibili che gli venivano naturali, senza nemmeno pensarci.

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Piero Sedoni, "Paesaggio", acquerello, 1957

Il Fucini, che era un po’ permaloso, non rideva tanto, ma diceva borbottando:
-  O Piero, o Piero, tusse’ sempre issolito!
Arrivò Gigi Boni, dallo studio di piazza Matteotti, con le mani ancora piene di colore, e il Professore sorridendo:
-  Eccone un altro! Che hai finito gli stecchini?

Passavano così, quei giorni, fra personaggi e amici indimenticabili, in mezzo a sogni di pittura e le mostre, parecchie delle quali è meglio dimenticare, che Torello, imperturbabile, proponeva sulle pareti della saletta di via Lavagnini, ai suoi concittadini, “esperti di arte”.
Questi ricordi, assemblati in fretta a ricordare, ridefiniscono le relazioni di allora, correvano gli anni settanta, fra due gruppi di artisti ben distinti che vivevano e operavano a Empoli, provincia fiorentina con ambizioni al distacco, e proiezioni a volo pindarico verso l’infinito.

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Luigi Boni, Stecchini su juta, fine anni ’70

Il primo gruppo, assiepato intorno a Virgilio Carmignani, elegantemente ancorato a una visione tradizionale dell’arte, quella che partendo da Giotto arriva al massimo agli impressionisti, ma con i piedi ben piantati nelle prospettive e nei corretti rapporti dei colori, avversava, ricambiato di cuore, il secondo, che faceva riferimento a Luigi Boni (rientrato da Parigi intorno al 1959) e a Piero Gambassi. Ed erano prese in giro solenni, discussioni senza costrutto, messe alla berlina di fronte a un pubblico distratto più dai soldi che dalle dispute artistiche, gli empolesi di allora, quelli almeno che si interessavano di cose d’arte.

Loris Fucini, pur venendo dalle sponde figurative, si era, sugli inizi degli anni sessanta, diretto decisamente su territori astratti, sempre usando le belle maniere e le grandi capacità in precedenza prestate ai paesaggi e alle campagne.
Piero Sedoni, detto da tutti Il Professore, dotato di uno spirito graffiante e canzionatorio, era la punta di diamante del gruppo dei figurativi. Impossibile uscire da una discussione con lui senza il dubbio che in fondo avesse ragione, solo per la simpatia che suscitava.
Luigi Boni, formidabile esponente degli astratti, dettava legge sulle novità fuori mura (quelle angustissime e paesane, già quasi tutte crollate nel vero, ma erettissime nella sostanza a isolare il già castello di Empoli). Ogni tanto ti tirava fuori ricordi personali, e schioccavano nomi come Burri, Fontana, Castellani (di cui fu amico) che non ammettevano repliche.

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Paolo Pianigiani, "Labirinto rosa", 1974

Un episodio che appare sintomatico per comprendere il periodo delle dispute fra i due gruppi, rimane quello "della scimmia del pittore". Meriterebbe altro spazio il raccontare questo avvenimento, accaduto in data imprecisata ma intorno ai primi anni sessanta. Per ora basti questo ricordo. Era stata organizzata dalla da poco fondata associazione artistica "Circolo amatori arti figurative", una mostra su un pittore dell’astrattismo storico fiorentino, Nuti. Nell’ambito della mostra, che nelle intenzioni dei due organizzatori, Boni e Gambassi, doveva dare una spallata (pro domo loro) alla continua diatriba fra i due gruppi, fu organizzato un pubblico dibattito nei locali della mostra, in Palazzo Ghibellino. Nel mezzo delle chiacchere di presentazione, si alzò dal pubblico, (mi si dice, perchè io ero troppo piccolo e non c’ero per testimoniare), il Professore, che immagino con fare ironico, fece questa domanda:
- Ho sentito che in questi giorni in America, conquistata all’astrattismo, un pittore teneva nello studio una scimmia. Per imitazione l’animale ha preso pennelli e colori e ha fatto un quadro, imbrattando una tela; e io ora vi domando, secondo voi, questo quadro, è un’opera d’arte?
Era una domanda trabocchetto, qualsiasi risposta avrebbe innescato reazioni inarrestabili nel folto pubblico intervenuto. Dopo un silenzio borbottato fra i relatori, prese la parola con impeto Gigi Boni e disse:
- Sì che è opera d’arte! Era la scimmia di un pittore, mica una scimmia qualunque!
Chi era presente mi ha raccontato che a quella risposta venne giù ogni cosa e la serata si concluse quasi alle mani.
Tornando a tempi più vicini a noi, gli anni settanta, chi scrive, muoveva allora i primi incerti passi sulle orme astrattissime di Luigi Boni, riempiendo velocemente le proprie carenze culturali con le esperienze e le conoscenze generosamente condivise dall’amico pittore. Ma già per natura e avventura dotato di una qualche capacità di stendere sermoni e avendo introduzione ai giornali di allora (che in pratica voleva dire la cronaca locale della Nazione), aveva anche il ruolo di comunicare al mondo le notizie delle mostre, ed erano fatiche senza fine, quelle, del giustificare lavori e pittori di cui non è rimasta, giustamente, nessuna traccia nella storia dell’arte. Ricordo ancora con terrore Torello che mi trotterellava dietro, con un mazzetto di cataloghi improponibili:
- Paolo, ci sarebbe da fa una strombazzata, ci conto eh? Lo so che a te ’un ti garba, ma fammela lo stesso, per la galleria.
E Gigi Boni, che leggeva il giornale seduto al tavolo di vetro, che tuonava:
- O Tòro! Falla finita! Tu me lo rovini, questo ragazzo!


Luigi Boni: referenza internet (cliccare)

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30.07.2017