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Le opere di Michelangelo Marchi s’inscrivono nella leggerezza del nostro viaggio

Il fuoco, il fumo, la luce. Michelangelo Marchi

Giancarlo Calciolari

Il fumo, il fuoco, l’oro e l’argento, la luce: sempre cangianti, mai immobili.
Elementi originari dell’arte di Michelangelo Marchi.

(16.01.2006)

Potremo dire, semplicemente, che le ceramiche di Michelangelo Marchi sono bellissime, e che sono anni che si trovano in viaggio nella nostra arca, senza tema di diluvio. Opere in ceramica che s’integrano nella nostra scrittura, in forma di poesia, di romanzi, di saggi, nella filigrana tra il sogno e la dimenticanza, sino alla luce della qualità.

Non avendo scritto i libri che si potrebbero scrivere sul lavoro artistico del Maestro Michelangelo Marchi, ci proviamo a scrivere alcune annotazioni di lettura.

Le opere di Marchi procedono dallo spalancamento e la scrittura della luce, che si avvale della tecnica del lustro metallico, giunge sino all’incredibile, all’inopinabile, all’insignificabile, ossia allo stagliamento della qualità assoluta.

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Michelangelo Marchi, ceramica a lustro metallico

La realtà delle opere di Michelangelo Marchi è senza riferimento alla realtà come rappresentazione. Non è la realtà immaginata o creduta tale. Un’altra luce s’instaura, un altro ascolto. Così le opere non sono rappresentazioni nella nostra casa rappresentata, ma entrano nell’arca del nostro viaggio. E la casa è l’industria del fare, tra sogno e dimenticanza. Opere inconsumabili, indistruttubili, malgrado la presunta fragilità della ceramica.

Acquisire un’opera di Michelangelo Marchi può valere per intendere che ciascuno di noi è in viaggio. Nessuna acquisizione del conformismo e neanche dell’anticonformismo. Ma un’acquisizione che qualifica l’itinerario di ciascuno, non di chiunque. Infatti, non chiunque acquisisce un’opera.

La ceramica è arte. Per Michelangelo Marchi non c’è la materia della ceramica presistente all’atto, sostanza prelinguistica che guiderebbe alla cieca il destino dell’artista. Non c’è nessun viaggio di altri che possa richiedere di raggiungere la carovana, di porsi sotto lo stendardo, di prendere il treno in corsa.
Il viaggio di Michelangelo Marchi giunge all’unicità del caso.

Distinguere tra l’artista e l’artigiano corrisponde a accettare il convenzionalismo dell’applicazione della distinzione fra l’arte liberale e l’arte meccanica, dissolta da Leonardo. Alla base sta l’ipotesi dell’uomo animale e dell’uomo divino. L’uomo dalla mano di scimmia, senza disegno, e l’uomo dalla mano teomorfica, con il suo disegno ideale.
Allora risulta fuorviante chiedersi se le opere di Michelangelo Marchi siano solo parzialmente artistiche e per lo più siano dei manufatti di artigianato artistico.
Importa il bello in direzione della qualità assoluta. E le opere di Michelangelo Marchi sono approdi riusciti e quindi di una bellezza incomparabile.
Opere moderne, irreligiose e immilitari, che accentuano lo specchio nella sua inspecularità, lo sguardo nella sua assenza di punto di vista e la voce che sospende il brusio della vox populi.

Al posto dello strip-tease delle copie, il nudo del lustro metallico, dall’autenticità dell’opera alla sua verità. Le ceramiche dell’infinito, le ceramiche che abitano la casa del transfinito.
Anche in una serie di ceramiche di Michelangelo Marchi si nota che non c’è più algebra né geometria dell’opera. Nessuna copia dell’elemento. Un’altra ceramica? Un altro prodotto artistico. La variazione incessante di un motivo? L’arte è l’altro nome della variazione.

Il pretesto è per via di abduzione che giunge a scriversi. Facendo. Nonostante la presunta idea di origine, che assegna un destino, anche al maestro ceramista, quasi che Leonardo non avesse già dissolto la pseudo differenza tra artigianato e arte, tra lavoro manuale e lavoro intellettuale.

L’arte del lustro metallico, sorta in Egitto, forse per caso, cuocendo pezzi invetriati in mezzo a fumi molto intensi, dona strane iridescenze metalliche agli oggetti. Paiono pezzi metallici più che ceramici? La loro immagine non è mai fissa. La fotografia, quale scrittura della luce, richiede la serie. E ciascuno s’ingegna per fotografare le opere cangianti di Marchi.
La tecnica del lustro metallico è infatti poco usata, proprio per l’aleatorietà degli effetti della cottura con i fumi. Essenziale l’aria, che va e viene, piuttosto che circolare. L’onda. L’oriente, l’occidente.
L’onda intellettuale, artistica e scientifica integra le istanze, anche quella dell’islam, che non è contro le altre. E il lustro metallico arriva sino a Valencia in Spagna, eccellenza della produzione di lustri in occidente.
Il rinascimento, l’altro nome dell’integrazione, che sorge con Dante e non rispetta la datazione convenzionale degli storici, acquisisce la lezione , e i migliori Maestri Lustrai operano nell’Umbria e nel Lazio. Da Mastro Giorgio, in Umbria, si recavano i più importanti ceramisti a farsi “lustrare” le loro opere migliori.
Questa tradizione prosegue oggi con il Maestro Michelangelo Marchi dal quale si recano artisti internazionalmente noti, e altri meno noti, per produrre i loro pezzi ceramici.
Resta il piacere dell’abduzione artistica, dell’ipotesi della qualità assoluta, del rischio dell’opera riuscita e non del pericolo di ritrovarsi con i cocci. La procedura di lavoro non è l’esecuzione geometrica di una formula algebrica per non sbagliare un colpo. I lustri metallici di Michelangelo Marchi sfatano i risultati previsti, e poggiando sull’originario, sull’autentico, risultano irripetibili. E quindi restano.

Il piacere dell’ignoto, il piacere dell’improbabile. La tecnica non è certa e sicura. Il risultato non è garantito. La garanzia sta nel colore e nella luce, che sospende l’incuria della polvere. Non è più possibile acquisire un’opera di Michelangelo Marchi e lasciarla incustodita!

Ceramica inconcettuale, informale, insostanziale, immentale, in altri termini: originaria. E la dialettica della forma e del contenuto già si è dissolta con i teoremi d’indecidibilità e d’incompletezza di Gödel. Più che la trascendenza del valore d’uso primitivo, la transustanziazione del valore, dall’assioma alla cifra. Valore originario più che primitivo.

La forma è la dimensione di sembianza, l’anatomia stessa delle immagini. Formatore è il sembiante, il fuoco, e trasformatore è il tempo, lungo il filo e la corda del fumo. L’oro e l’argento non sono l’oggetto, ancora meno quello del mirtaggio degli umani. L’oro e l’argento sono schermo, esche dell’itinerario del maestro ceramista. Oro incapitalizzabile, argento inaccumulabile.

Sfere, uova, piatti, coni, vasi e altre sculture. Nell’arca, nella casa del nostro viaggio. Prodotti che hanno come condizione il colore. E il tempo interviene come schisi e non più come durata. Quando le cose si dividono, ovvero non sono più le stesse, allora si ascoltano, e s’intendono. Dante s’imbatte nella luce, senza visione, senza più rappresentazione delle cose. E così le ceramiche di Marchi, non significano nulla e proprio per questo entrano nella narrazione del viaggio, all’infinito, come i motivi, le norme, le regole del gioco, dell’arte di dipingere i lustri metallici. Le scritture asignificanti di Marchi, quelle che convenzionalmente vengono definite ornamenti o motivi di decorazione, più che ripetersi all’infinito (mentre ciascuna volta si tratta di una serie che giunge al compimento), trovano nutrimento artistico nel transfinito. Ovvero non poggiano sulla fine delle cose. Le ceramiche non sono più fragili delle tele: restano, come quelle che si trovano nella Scuola Grande di San Rocco a Venezia, che siamo andati a leggere più che a vedere proprio per un suggerimento di Michelangelo Marchi.

Il fumo, il fuoco, l’oro e l’argento, la luce: sempre cangianti, mai immobili.
Elementi originari dell’arte di Michelangelo Marchi.
“Un azzurro a mezzogiorno diventa nero a mezzanotte e il suo aspetto da lucido cambia in opaco.” L’immagine non è fissa. E per la battaglia occorrono vari dispositivi, come indica Machiavelli per lo statuto del capitano. Il ceramista, secondo Marchi, è pittore, scultore, tecnico, “alchimista”, ossia esperto nell’arte della combinazione. E inoltre, scrittore, lettore, regista, imprenditore, amministratore, filosofo, cartografo, comunicatore...

Curioso come nei lustri metallici sia importante il fumo, che non è più l’indice semiologico della certezza soggettiva, quella d’avere localizzato l’arrosto, ma proprietà dello sfumato, lungo il filo e la corda del processo artistico, produttivo. Anche per questo, le opere di Michelangelo Marchi s’inscrivono nella leggerezza del nostro viaggio.

Esposizione: "Il fuoco, il fumo, la luce"
dal 22 gennaio al 19 febbraio 2006
Ristorante Enoteca Amleto
Via Covergnino, 26
37038 Soave (VR)
Informazioni: 045 619 08 30.

Sito dell’artista Michelangelo Marchi

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito"


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30.07.2017