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La letteratura può offrire un formidabile dialogo tra le culture

L’avventura della scrittura poetica. Intervista

Tahar Bekri

Io abito un paese: la poesia. Dapprima perché è un paese fraterno, in seguito perché questa fraternità è dovuta a poeti che si sono posti di fronte all’utopia umana, davanti al sogno umano, che hanno pagato caro questo sogno.

(10.01.2006)

Come si è avvicinato alla poesia?

Da giovane in Tunisia, come tutti gli adolescenti, leggevo molto, ma è sopra tutto un avvenimento, individuale, nella mia famiglia, che mi ha marcato, che mi ha dato questo desiderio di scrivere, e sopra tutto di esprimermi in silenzio. Questo avvenimento è stato la morte di mia madre, quando avevo dieci anni. Mio padre era molto severo, non avevo molto dialogo con lui, come molti bambini dalle nostre parti, quindi io mi sono rifugiato nei libri, e in quello che poteva corrispondere alla mia sensibilità. Non ero un bambino che praticava la boxe, né il calcio. Mi occorreva un modo per esprimermi. È così che sono giunto alla poesia. Ho scritto molto giovane, a quattordici, quindici anni, al liceo. Leggevo molto, la poesia era l’espressione letteraria che mi conveniva. All’età di diciassette anni, ho pubblicato le mie prime poesie sulla stampa tunisina.
Credo che la questione, che mi si è posta molto presto, era in quale lingua scrivere, in arabo o in francese? Grazie alla complicità di alcuni dei miei professori di francese, che erano attenti alla mia sensibilità, ho potuto sviluppare questa espressione, oltre al fatto che la poesia in lingua francese era più libera a livello della forma.
La poesia in lingua araba, per il bambino, l’adolescente che ero, in quel tempo era molto marcata dalla forma classica, le leggi della metrica, il ritmo; questo vuol dire che non si poteva darsi all’espressione poetica araba, almeno in quel periodo, senza padroneggiare la metrica, che è un’arte con leggi rigorose. Cosa che era estremamente difficile per un ragazzo. Oggi, certo, la questione non si pone più, poiché la poesia araba ha conquistato la sua modernità. Detto questo, ho continuato a scrivere nelle due lingue.

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Michelangelo Marchi, ceramica a lustro metallico

Ha cominciato a scrivere nelle due lingue?

Sì, ma dapprima in francese.

In che senso lei parla del silenzio?

Il silenzio nel senso profondo del termine. Penso che scrivere sia parlare in silenzio. E quando si è bambini o adolescenti a porsi delle questioni metafisiche come la morte, l’esistenza di Dio, la giustizia divina, se esista o no, eccetera.
Ora a questo giovane occorre un mezzo per dire ciò che sente, e per scrivere questo silenzio. E non ci sono necessariamente risposte.
La poesia è interrogazione, interrogazione dell’emozione. Spesso è un’interrogazione metafisica. La scrittura è il tentativo di addomesticare l’interrogazione, la parola in silenzio. La questione del ritmo, la questione della metrica sono secondarie per me. È all’interno della parola poetica in cui si scrive che occorre trovare l’intensità letteraria. Più che una questione di ritmo, è il livello metaforico che crea la poesia. È la metafora, l’immagine, non sempre trasparente, chiara. L’immagine ambigua, complessa, che traduce la poesia, che è prima di tutto, espressione umana, in tutta la sua complessità. Così la poesia è pure un’indagine, una ricerca, un’avventura. Non c’è nessun ritmo assoluto, né leggi immutabili in poesia. Ciascun poema esige il suo ritmo, la sua scrittura. Ciascun poema deve essere nuovo, come il corpo che è nuovo, a ciascuna nuova tappa, fisicamente, mentalmente, in ciascun momento, in ciascun istante.

Nelle sue poesie lei integra un ritmo che può essere definito classico. Può precisare qual è la particolarità del ritmo classico della poesia araba?

Sì, ci sono dei metri poetici classici che si chiamano Bahr. Il verso poetico arabo, Beit, è composto di due parti, la prima parte si chiama Sadr, la seconda, Ajoz. Questo corrisponde alle due parti del corpo: l’alto e il basso. La rima finale del primo verso è ripresa lungo tutta poesia.
Ma questa legge della poesia classica ha subito una rivoluzione nell’epoca moderna (da non dimenticare che le leggi poetiche datano dal VI secolo), negli anni quaranta-cinquanta. Storicamente si fissa questo al 1947. Data alla quale è stato introdotto il verso libero grazie al poeta iracheno Sayyab. Ma il verso libero arabo ha continuato a avere la stessa rima in tutta la poesia, anche se la misura del metro poetico è cambiata. Dagli anni settanta, il verso libero si è totalmente liberato dalla rima come accade nella modernità internazionale. In seguito è venuta la poesia araba in prosa. La poesia araba attuale partecipa a tutte le correnti poetiche mondiali. Per quanto mi riguarda, provo a introdurre nella poesia che scrivo in francese un certo ritmo arabo classico, come un bisogno di dialogo poetico all’interno del testo con la poesia occidentale.

Qual è la sorgente del ritmo singolare in cui lei si trova a scrivere? Quando ho letto "I grani del rosario" ("Les chapelets d’attache") avevo notato che quasi in ciascuna poesia c’era una sola virgola che scompariva nelle ultime poesie della raccolta. E non so perché, avevo connesso questo ritmo con l’esergo in cui lei cita Dante che dice che se si potesse fare un passo ogni mille anni... E ho pensato pure al passo della cultura araba verso l’anno mille...
Da questo percorso arbitrario di lettura traggo il ritmo come questione.


Penso che l’espressione poetica, l’ho detto prima, non abbia regole, né leggi poetiche fisse. È una ricerca. L’assenza di punteggiatura, come la sua esistenza, è lo spostamento del centro della poesia. Dove si trova la struttura che sorregge il testo? La scrittura poetica non è un esercizio di linguaggio, ancora meno un assemblaggio di calembour o di giochi di parole. La struttura della poesia esige da noi una scrittura, una forma, un senso, un ritmo, un mondo, una visione, eccetera. È quello che ho provato a fare in Les chapelets d’attache.

È la scrittura dell’esperienza?

È l’esperienza pressoché fisica del corpo. Ciascuno è ontologicamente il suo proprio ritmo in ciò che scrive. La materia stessa della poesia esige da noi un ritmo. In Les chapelets d’attache c’è un ritmo molto lento, perché il poeta che parla è un teologo. Il libro è concepito come un libro di preghiera, con un ritmo interiore, di meditazioni, una profonda serenità. Ciascuna parola è come un grano di rosario.
Nel libro I sogni impazienti (Les songes impatients) è come nel sogno, l’incubo anche, la notte agitata, la collera... Il ritmo è più agitato, più nervoso, meno placato. Cerco di tradurre da un libro all’altro l’atmosfera, il tema che affronto, lo stato delle emozioni. L’esperienza cambia di stato e di scrittura sotto la pressione della tematica del libro. Come talvolta ci sono dei poemi molto brevi, molto corti, e altri più lunghi. In Les chapelets d’attache, per esempio, c’è l’autonomia di ciascuna poesia all’interno del ciclo poetico, come in una esposizione di dipinti, dove ciascuna tela ha una sua autonomia, ma l’insieme ha una sua unità.

Ciascuno va a cogliere nel dialetto, la cosiddetta lingua materna, i ritmi della sua poesia, non senza trasformare la sua materia?

C’è una grande poesia araba orale popolare importante in tutto il mondo arabo. Alcuni poeti popolari declamano la poesia, mentre non sanno neanche scrivere. C’è una grande tradizione di trasmissione orale della poesia.

Non ci sono scritti?

Non necessariamente. Questa poesia è stata raccolta da alcuni ricercatori e fa parte dell’eredità letteraria e culturale araba. Certuni perpetuano questa tradizione millenaria. È spesso questione d’oralità, nei dibattiti letterari. Tuttavia la modernità è anche questione di scrittura. Non è escluso d’introdurre nello scritto la ricchezza dell’orale. Il dibattito è appassionante tra i partigiani della lingua scritta, letterale, sapiente, e la lingua dialettale, popolare, i linguaggi all’interno del mondo arabo per ragioni politiche evidenti, segnatamente riguardanti la questione dell’unità del mondo arabo, dove la lingua gioca un fattore importante. Detto questo, il mio problema si situa dapprima a livello del bilinguismo. La tensione all’interno dei testi proviene da una problematica della scrittura più che della trasmissione orale.

Sì, le pongo la questione se ci sia nella sua poesia una certa integrazione e trasposizione dei ritmi dell’infanzia.

Per cominciare si tratta di scrittura. Ma non è escluso che delle immagini, dei termini o delle metafore sorgano dalla memoria dell’infanzia. Mi arriva di non potere nominare certe cose in francese perché le ho apprese in arabo da piccolo, e non c’è l’equivalente nel vocabolario francese. Il lavoro del poeta, dello scrittore è giustamente questo.

Ci sono dei poeti classici che l’hanno marcata?

Io abito un paese: la poesia. Dapprima perché è un paese fraterno, in seguito perché questa fraternità è dovuta a poeti che si sono posti di fronte all’utopia umana, davanti al sogno umano, che hanno pagato caro questo sogno. Nel mio ultimo libro, La brûlante rumeur de la mer, parlo di Petrarca, Dante, d’altri poeti arabi, come Umru’ul Qays, un poeta del sesto secolo. Più che un’influenza sono degli ammiccamenti amichevoli per l’internazionalizzazione della poesia e l’allargamento del cerchio umano.

Quindi, mai al di fuori del cerchio umano?

Mi interessa che la poesia parli dell’umano, del vissuto dell’essere umano. Il resto, la natura, il cosmo, la macchina, eccetera, non mi sembrano importanti che in funzione dei loro rapporti con la condizione umana. Per conseguenza, mi considero in primis un poeta appartenente all’umanità, e non un extraterrestre! Provo a dire il mio volto umano, difendere una civiltà umana, senza frontiere né barriere...

Parlando con lei non mi accorgo della minima traccia del sedicente eterno conflitto tra le religioni e le culture.

Cerco, personalmente, da un libro all’altro, d’interrogare, d’interpellare dapprima la mia cultura, quella da dove vengo. Perché non posso criticare la cultura dell’altro se non comincio dalla mia stessa cultura. Così, la raccolta Les chapelets d’attache è sulla storia della Spagna, nel momento in cui i musulmani di Spagna sono diventati intolleranti. È in quel momento che comincia la decadenza. Il fondamentalisno, l’intolleranza religiosa all’interno dello stesso islam nel medioevo portano a bruciare i libri del poeta teologo di cui parlo, Ibn Hazm. Questa raccolta è una parabola sulla modernità. Purtroppo l’islam moderno ha pure i suoi radicali e i suoi fanatici e la lista degli autori perseguiti, minacciati o assassinati è lunga. L’esigenza intellettuale è d’essere vigilanti, critici verso i suoi, di sgombrare davanti alla porta. In seguito, la letteratura può offrire un dialogo formidabile tra le culture, almeno come io lo auspico.

Forse ci sono degli aspetti importanti del suo lavoro che mi sfuggono. È l’occasione di parlarne.

Sì, c’è una questione che condivido con altri scrittori di lingua araba: che cos’è la modernità? I percorsi della modernità europea sono gli stessi per me? Per ragioni di storia letteraria, trovo che l’eredità culturale araba e musulmana che mi ha nutrito è così ricca perché è formidabile d’accorgersi che la poesia araba data almeno al sesto secolo. Provengo da una storia letteraria immensa, che data prima dell’islam. Il poeta arabo Antara ha detto già nel VI secolo: “I poeti hanno lasciato un tema che non abbiano già abbordato, che cosa posso apportare di nuovo?”. In altri termini, qual è la novità per ciascun poeta? Il lavoro del poeta non consiste nel cercare una modernità propria in rapporto a una permanenza di sentimenti umani?
In tal senso, alla scrittura della modernità araba spetta d’appropriarsi dell’eredità culturale araba, d’attingervi ciò che è universale e così partecipare alla letteratura mondiale. La problematica estetica, formale è importante al livello comparatrivo, mondiale. La scrittura della modernità araba è una preoccupazione condivisa da un certo numero di scrittori per i quali si tratta di dibattere della storia letteraria europea o occidentale. È eurocentrica? Trascura la storia delle altre letterature e quello che queste hanno portato alla creazione universale. Pertanto, può uno scrittore arabo ignorare la modernità occidentale e distogliersi da essa? Non deve anche toglierle l’ammasso di polvere che si è depositato sula letteratura araba al fine di creare una modernità? Non deve liberarsi dei dogmi e delle ideologie che hanno pesato sulla cultura araba? Moltissime questioni interpellano oggi il poeta, lo scrittore arabo...

La restituzione del testo arabo, senza la polvere delle ideologie, è un compito per ciascun scrittore, per ciascun poeta di cultura araba?

La riappropriazione del patrimonio, per esempio, quello degli intellettuali o dei grandi poeti dell’islam, ci mostra la trasgressione delle interdizioni. Grandi poeti musulmani hanno cantato il vino, hanno celebrato l’erotismo, l’amore, la donna, cosa che si tende a dimenticare nell’epoca moderna. Sarebbe bene di ricordarlo in questi giorni di chiusura e di minaccia. Sono certo che rivisitando i testi, spolverandoli, ci si renderà conto della libertà, dell’audacia di molti autori arabi antichi che sono sorprendenti, e che si può facilmente opporre all’islam politico riduttore, limitato e censore. Gli esempi di viaggiatori arabi antichi è a questo livello molto eloquente. La loro apertura, la loro curiosità, la loro meraviglia ci sono necessari ai nostri giorni...
Il lavoro poetico, almeno per un aspetto del mio viaggio, è di recuperare la ricchezza del passato per donargli una lettura moderna. Nel passato della cultura araba ci sono dei creatori luminosi che possono aiutarci a ridurre l’oscurità del giorno d’oggi.

Un’ultima questione: la poesia ha un privilegio rispetto alla prosa?

Per me, sì! Sebbene la separazione tra prosa e poesia sia di più in più difficile e artificiale. L’essenziale non risiede nella definizione della frase o del verso, ma nella scrittura stessa. La poesia la più profonda, per me, sarebbe quella che possa riuscire a dire l’essenziale in poche parole. Il suo privilegio è l’economia della parola.

La brevità?

Sì, l’economia del verbo, perché con l’intensità emozionale, con una immagine, con una metafora si può tradurre molto. Non c’è bisogno di spiegare. Nella prosa la parola è più chiaccherona. La scrittura poetica deve andare all’essenziale, a quello che Rabelais chiamava il “sostantifico midollo”.

Tahar Bekri. Poeta nato nel 1951 a Tunisi. Vive a Parigi dal 1976. Scrive in francese e in arabo. Ha pubblicato una ventina di opere: poesie, saggi, libri d’arte.

Intervista e traduzione dal francese a cura di Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".

Parigi, 21 gennaio 2005.

Sito del poeta Tahar Bekri


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