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Alain Borne (1915-1962) : un poeta da tradurre

In principio: la vita e la morte. Alain Borne

Max Alhau

È contro la morte che scrivo
come si scrive contro un muro
.

confessa Alain Borne. Questo è senza dubbio quanto spicca di più dalla sua opera, che la giustifica pienamente e le conferisce degli accenti di cui la vita si fa eco: la poesia costituente la trama fragile e effimera di un destino trasparente e senza appello.

(25.12.2005)

In memoria di Jacques Brel

In principio: la vita e la morte. Alain Borne. Tale potrebbe essere, in un modo schematico, il riassunto del percorso iniziatico e poetico d’Alain Borne. Se si è spesso scovato in lui il cantore dell’amore, a partire dalla donna, dalla vita, si è ugualmente sottolineato l’onnipresenza della morte nella sua opera. Tra i due aspetti, l’itinerario d’Alain Borne non imbocca una via rettilinea. Nel corso della sua esistenza (1915-1962), lungo il filo delle raccolte di poesie, qualunque sia la loro cronologia, affluiscono contraddizioni, dinieghi, dubbi, anche qualche certezza, spesso dolorosa. Per Alaine Borne la scrittura è concomitante ai suoi sentimenti, alle sue impressioni. Un po’ come se non scrivesse che secondo le circostanze, come se la poesia rappresentasse lo specchio di un pensiero dilaniato, sempre costituito di movimenti contrari: da qui una notevole difficoltà per disegnare le grandi tappe della sua vita poetica. Sarebbe agevole concludere che la sua opera è un giornale di bordo nel quale si consegna a viso e anima scoperti.

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Michelangelo Marchi, ceramica a lustro metallico

Ascoltate la mia storia, essa va dalla morte alla morte, ma io ho vissuto [1].” Questa storia, per noi, va dalla vita alla morte e finisce per confondersi a questi due poli complementari e antagonisti. Dire la morte, espungerla talvolta dal suo pensiero è il primo riflesso del poeta, quello che accompagna il gesto d’un uomo abbandonato allo smarrimento. Ma nell’espressione della morte, un tema che ha dato luogo ai più bei poemi attraverso le epoche, molte sfumature sono da prendere in considerazione. Così Alain Borne percorre varie tappe che vanno dal rifiuto dell’attesa, dall’anticipazione della morte alla sua accettazione o alla rassegnazione al nulla. Tuttavia, non esistono forse ricorsi illusori piuttosto che veri? L’amore e le “fanciulle” care al poeta, l’estate, la “grande stagione”, e Dio. Qui pure, il cammino è identico: non di posizione definitiva, ma un’oscillazione incessante, delle inversioni di rotta e, prima di tutto, una sincerità che nessuna parola può imbellettare. Infine, dopo aver ceduto a queste risorse, che cosa resta, se non la morte? Il cerchio è chiuso. Prima, converrebbe forse esaminare l’idea della morte, la sua espressione in Alain Borne, per seguirlo nel suo itinerario accidentato, che gli permette di giungere a una scrittura zebrata di lampi, con cui sfrutta le risorse d’una poesia che, partendo dal luogo comune, lo trascende con la forza delle parole.
Di fronte alla morte, e seguendo un processo logico, il riflesso iniziale d’Alain Borne è il rifiuto. Questa reazione, la prima arbitrariamente, si ritrova a più riprese nella sua opera. Rifiuto veemente che prende l’andatura di una protesta, che eleva la morte al rango di scandalo:

Oh miei complici
miei cilici
aver donato al sangue
tanti tragici profumi
e perderlo ora
e non restare in nulla
[2].

A questa protesta, prossima alla rivolta, la cui l’inutilità è patente, s’aggiunge non solamente la perdita dell’identità, ma più ancora l’oblio che la morte porta con sé. Oblio che consacra il niente o il nulla - non dilunghiamoci a chiosare sulla differenza. Basta questa presa di coscienza che sopravviene senza dubbio al punto più chiaro d’una lucidità dolorosa affinché il tragico si elevi in versi di un lirismo senza ritegno, spalancando la via all’emozione:

Quando sarò morto
non penserete più a me
con me morirà la mia musica
e se le labbra la cantano ancora
saranno loro che amerete
[3].

Il pensiero della morte si muta in una meditazione sulla condizione dello scomparso, su questa vocazione al silenzio eterno che ormai si mostra:

Niente è più povero che un uomo morto
cancellato cento volte dal libro
il suo nome perduto ha lasciato le tombe
e i prati nati dal suo corpo
sono dimenticati da tutto il fieno
[4].

Dimentico di parole, radiato dalla memoria, tale è l’uomo morto agli occhi di chi nega ogni sopravvivenza, ogni resurrezione della carne e s’afferma a sua volta come il futuro e derisorio abitante del niente. Anche, prima o nello stesso tempo di questo rifiuto di scomparire, Alain Borne si sforza di addomesticare la morte. L’attesa, l’avvicinarsi del trapasso costituiscono delle tappe quasi inziatiche o quanto meno si presentano tali, come passaggi obbligati che s’impongono al pensiero del poeta. Brevità della vita, certo, o piuttosto presenza della morte nell’uomo a partire dalla sua presa di coscienza. Un’esistenza a misura del lampo, tale è bene, alla lettura, quello che esprime Alain Borne:

L’uomo non s’innalza oltre la sua misura
e già eccolo sdraiato
con la sua ferita natale
peonia sbocciata sul terriccio del corpo
[5].

Ora, se qualche volta si manifesta il rifiuto della morte, arriva che questa sia contemplata, attesa con calma, come una necessità ineluttabile. Invece di una nota di rassegnazione, vediamo piuttosto l’accettazione di un fenomeno inerente alla condizione umana. Dopo una scrittura e un pensiero in rivolta, un’espressione serena s’impone:

E questa è l’attesa della morte
senza orologio e l’ombra va a suonare la tua ora
guarda il campanile la cui freccia nel tuo cuore
va a fissare l’eterno
[6].

Da allora, solo il poeta si mette in scena indirizzandosi agli altri, esprimendo un augurio al quale si vorrebbe credere:

Non svegliatemi
se un giorno dormo.
non siate tristi
se un giorno
cesserò per sempre d’essere triste
[7].

Attendere la morte, è ugualmente anticiparla, portare l’immaginazione sino al termine dove ogni realtà affonda, dove solo s’afferma la nozione di un divenire costituito d’assenza. Allora la vince l’ignoranza d’un futuro senza avvenire:

Lislei, non so come sarà la morte
come passerò laggiù sotto le scene
con questo corpo di riso sul muto velluto
[8].

Avendo quasi raggiunto la frontiera che separa la vita dalla morte, Alain Borne s’abbandona alla sofferenza, quella di un pensiero che sa che la vita flette davanti a una legge senza appello. Una tale presa di coscienza accresce il dolore, la sobrietà della scrittura, il rifiuto del lirismo, fosse anche tragico, per dire altamente la ferita aperta:

È dal fondo della morte che vi scrivo.
la mia fronte cade sulla pagina bianca
e la sporca di sofferenza
[9].

Acuta visione delle cose che riprende quella, più ombrosa, di una oscura morte intravista come la sola certezza, ecco la constatazione redatta dal poeta. Perché, in queste condizioni, non scavalcare la sofferenza, o almeno tentare di assorbirla attraverso la scrittura, con uno sforzo del pensiero e così rovesciare la situazione? All’orrore del vuoto, al rifiuto del niente, s’oppone in un ammirevole e cosciente soprassalto il desiderio, ovvero la necessità della morte. Non conviene allora di dire addio al mondo, alla bellezza, con un’eleganza esemplare?

Come tutto questo è bello anima mia
che tu abbandoni e calpesti
umano gesto, fragile corpo, mesi leggeri
[10].

Un simile congedo equivale alla negazione della morte: infatti, non si tratta di una illusione ma della refutazione pura e semplice d’una via d’uscita grazie a altri mezzi. L’amore rappresenta sotto questo aspetto un baluardo che s’oppone provvisoriamente a ogni scomparsa:

Posate almeno il vostro seno sui miei palmi
crocefiggetemi ancora di tale dolce sorte
bel campo dove perdurano i miei più freschi colchici (...)
Al fine che io forse non muoia mai
seppellite la mia testa sotto i gigli
[11].

In un movimento d’accompagnamento Alain Borne, senza conoscere l’accecamento, si affida alla donna, all’amore che, come la morte, segue cammini sinuosi. La contraddizione dimora come la manifestazione d’un comportamento, d’un pensiero che non lascia posto al definitivo.
Le prime manifestazioni dell’amore, ciò che saremmo tentati di chiamare l’approccio dell’amore, sono intraviste come un futuro immediato, una necessità inerente alla vita: la donna s’impone ormai al centro dell’esistenza del poeta che si assenta da se stesso:

Per amarti appena(...)
non sopporterò le mie mani
che accarezzando il tuo corpo
appena per non accettare lo spazio che se tu lo occupi
[12].

Anche se l’amore non è che un’idea, una probabilità, resta che almeno richiede dal poeta un’attenzione unica, che significa la speranza nel mentre si trasforma in realtà, come una felice fatalità:

Occorre
occorrerà un giorno
Noi sapremo inventare
Tutto sarà puro come l’inverno
[13] .

Simili voti conducono beninteso all’incontro della donna tanto attesa senza che intervenga il caso. Incontro che sconvolge i dati primordiali della vita. Se la morte si fonda sull’uomo, nell’amore l’uomo si fonda sulla donna. L’esaltazione dell’essere amato non conosce limiti: il canto riunisce il fervore e la sensualità:

Il terribile è giunto
quando dico “amore mio”
non si tratta di due parole leggere
ma di due otri
pieni del nostro sangue mischiato
[14].

Questo amore devastante s’impadronisce totalmente dell’amante, provocando dei cataclismi interiori. Pertanto se questa passione, malgrado la sua forza e la sua autenticità, non fosse che una maschera, un ricorso di fronte alla morte, una specie di raggiro per accecarsi? Poiché l’amore deve finire e che ne seguirà il disincanto, che il dolore strazierà. A dispetto degli slanci del cuore, del corpo, del lavoro delle parole sulla pagina, sopravviene un tempo in cui lo specchio si spezza, la solitudine guadagna terreno, l’altro scompare. Del resto, l’amore era davvero condiviso?

Quando tu mi amerai
io non ti amerò più
e da molti anni
le tue labbra toccheranno le labbra della morte
[15].

L’amore riduce l’amante alla sofferenza: al fuoco segue la cenere oppure la neve:

A forza di parlare d’amore
sentirete sulle vostre labbra questa parola
come neve
piuttosto che sangue
[16].

Come la morte era stata provvisoriamente rigettata, la donna lo sarà altrettanto. Alla tenrezza succede l’odio, domina l’amarezza: un bilancio catastrofico, è ben quello che redige Alain Borne:

Chi amerò nella mia vita. (...)
Io mi rispondo “nessuno”
non c’è bisogno d’amare
non c’è bisogno di continuare
[17].

Ormai la collera, l’odio contro la donna esplodono. La poesia diviene imprecatoria, la donna amante e amata si muta in una prostituta sciupata dalle parole, immagine d’un amore defunto e parodico:

Questa è la sporcizia
schiaccia senza rimorsi questa testa gracchiante
queste mammelle
questa caricatura di un corpo femminile
che t’impone la sua macelleria
[18].

In fin dei conti, come, davanti a un simile quadro, non rivendicare la morte?

Lodata sia la morte dagli occhi chiari
Nessuna fidanzata non sarà lodata con più calore
[19].

Una delle risorse sulle quali Alain Borne aveva poggiato è crollata. Poiché ha “ucciso una delle (sue) grandi illusioni”, che gli resta veramente? Forse l’estate che rianima il corpo e i sensi, ma la cui significazione simbolica è evidente: questa stagione al suo apogeo anticipa la presenza della morte. Nella presa di coscienza dell’estate, il poeta cede alla potenza delle forze cosmiche. Escludendo ogni antropomorfismo, Alain Borne, in un movimento contrario, si assimila a questa stagione, per una sorta di metamorfosi:

Io divengo l’estate
nella forza d’agosto
che mi stritola il pugno
[20].

Ma le primizie della morte, contrappeso della vita, annunciano che nulla attenua. Il lirismo oscuro giunge al suo parossismo nel momento di questa significativa evocazione:

Accetto l’odore immenso sparso ovunque
questo grande grido della morte pesante già nell’essere
all’acme della sua forza
livido piombo del niente
[21].

Il corpo alloggiato al centro dell’estate è chiamato da un’altra forza irresistibile paventata da molto tempo. Se nulla più fa ostacolo alla morte, non è verso Dio che si situerebbe l’ultima risorsa? Nuovamente la posizione d’Alain Borne è ambigua. Il suo cammino non manca di rivelare il combattimento che si svolge tra il rigetto e l’adesione a Dio, tra la rivolta e l’auspicio di un’altra creazione. Per Alain Borne, come accettare un Dio che assomiglia così fortemente all’uomo e di cui approva le azioni? L’indignazione scoppia in questa confessione:

Io ero Dio specchio mentitore [22].

Così, di fronte a una tale desacralizzazione, Alain Borne non può che esprimere la sua delusione, la sua rivolta: l’essenza suprema è ridotta a una semplice esistenza terrena. Dio diviene complice dei misfatti che gli uomini compiono durante le guerre. L’odio traspare allora:

L’uomo di pace sputa la sua rabbia sul vostro volto
Dio degli eserciti padre dei crimini
[23].

Tuttavia Alain Borne non saprebbe dubitare della presenza di Dio. La sua adesione è quella di uno scettico che sogna un universo ideale e inaccessibile, che rimprovera a Dio la sua “umanità”, tanto è manifesto che i rapporti tra Dio e l’uomo non sono sprovvisti di legami carnali. Insomma, sono collegati l’uno all’altro da una sorta di filiazione:

Io voglio credere in Dio per metà mio padre
per metà mio figlio e che se io sono là, è che mi ha
gettato nella nebulosa
[24].

Questo Dio è a immagine dell’essere che Egli ha creato, “di buona volontà”, ma ciò sarebbe sufficiente per accettare il mondo e gli uomini in uno stesso slancio? Il pensiero di Alain Borne si dirige verso un al di là fuori da ogni presa. Egli aspira a un cambiamento radicale:

Io sono di un’altra creazione
di un altro Dio


e i due versi seguenti confermano questo auspicio mai realizzato:

È verso questo Dio che vanno le mie preghiere
Questo Dio bello d’innocenza
[25].

Di fronte a questo spirito utopico, non c’è soluzione. La vita è integralmente votata alla morte. Niente e nessuno potrà fare sbarramento contro una fine inesorabile e quello che maschera la morte non è che sotterfugio. Certo, la donna, e l’amore che suscita, sviano l’uomo dal pensiero della morte per un istante, quello di un miraggio. All’illusione segue il ritorno alla realtà, all’accecamento passionale s’oppone la dolorosa lucidità di colui che non riuscirà mai a sottrarsi alla sua propria fine.

È contro la morte che scrivo
come si scrive contro un muro
[26].

confessa Alain Borne. Questo è senza dubbio quanto spicca di più dalla sua opera, che la giustifica pienamente e le conferisce degli accenti di cui la vita si fa eco: la poesia costituente la trama fragile e effimera di un destino trasparente e senza appello.


1. Il più dolce pugnale, [Le Plus Doux Poignard], Chambelland, 1971.
2. L’ultima linea, [La Dernière Ligne], Club du Poème, 1963.
3. In una sola ingiuria, [En une seule injure], Rougerie, 1953.
4. Id.
5. Ancora, [Encore], Rougerie, 1959.
6. Neve e venti poesie, [Neige et vingt poèmes], Seghers, 1941.
7. Ortiche, [Orties], Henneuse, 1953.
8. Poesie per Lislei, [Poèmes à Lislei], Seghers, 1946.
9. Ancora, [Encore], Rougerie, 1959.
10. Id.
11. Id.
12. 13, P.A.B., 1955
13. La notte mi parla di te, [La nuit me parle de toi], Rougerie, 1964.
14. Id.
15. 13, P.A.B., 1955.
16. Inchiostri, [Encres], Club du Poème, 1969.
17. Indocili, [Indociles], Club du Poème, 1971.
18. Id.
19. Id.
20. Terra d’estate, [Terre de l’été], Laffont, 1946.
21. Id.
22. Controfuoco, [Contre-feu], Cahier du Rhône, 1942.
23. Id.
24. La notte mi parla di te, [La nuit me parle de toi], Rougerie, 1961.
25. Indocili, [Indociles], Club du Poème, 1971.
26. L’ultima linea, [La Dernière Ligne], Club du Poème, 1963.

Max Alhau. Saint-Mandé. Poeta, critico in varie riviste di poesia: Aujourd’hui Poème, Autre Sud, Europe, La N.R.F.
Prima pubblicazione: “La Nouvelle revue française”, n. 491, dicembre 1993, Gallimard, Parigi.
Traduzione dal francese di Giancarlo Calciolari.


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14.02.2017