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A proposito di Hannah Arendt

Nel mondo comune

Rosaria Parri

Nasciamo nello spazio pubblico, dice Arendt. Una seconda nascita guidata dall’azione e dalla parola. Ed è qui che si apre l’imprevedibile, l’inedito, il nuovo. Qui, nello spazio comune dell’azione e della parola si designano le possibilità di un futuro nuovo, sempre rinnovabile, assolutamente incompiuto e infinito.

(23.12.2005)

“Temo di dover cominciare con una protesta. Io non appartengo alla cerchia dei filosofi. La mia professione (Beruf), per parlare in generale, è la teoria politica. Non mi sento in alcun modo una filosofa, e non credo nemmeno di essere stata accettata nella cerchia dei filosofi”(Was Bleibt? Es bleibt die Mutter Sprache, 1964). Hannah Arendt si presenta così, sottraendo se stessa alla tradizione della filosofia occidentale e mostrando quella femminile determinazione a combattere il pensiero auto-referenziale, tenacemente orientato su se stesso, volto a crearsi un proprio regno separato dalla realtà.

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Alberta Marchi, "Esser distratti", 2003, acrilico su tela

Ebrea, tedesca per formazione e americana per cittadinanza, Arendt assume nell’ambito della cultura europea e americana contemporanea una posizione atipica. A trent’anni dalla sua morte a New York, l’affascinante donna del novecento continua a far parlare di sé. Refrattaria a tutte le tradizioni consolidate e irriducibile a qualunque griglia interpretativa in cui siamo abituati a incasellare pensieri e linguaggi, Arendt mostra ancora, con le sue innumerevoli opere, il rifiuto di etichette. Non a destra, non a sinistra, né conservatrice, né progressista, né autoritaria, né liberale. “Io non appartengo a nessun gruppo, diceva, ho solo desiderio di comprendere” (Truth and Politics, 1968). Mondo minacciato, mondo desiderabile: ma quale mondo? Il XX secolo è il secolo dell’eccellenza degli uomini, ma anche dei progressi affannosi della tecnica, della bomba atomica, della Shoah.

Arendt non si nasconde nelle stanze della speculazione contemplativa ma si lascia assorbire dal suo tempo e di fronte ai due totalitarismi scommette sull’azione politica, come espressione di libertà, capacità di affermare la dignità umana, possibilità di responsabilizzarsi. La sua proposta è la rivalutazione del senso politico come “gusto” di mostrare, di osservare, di ricordarsi e di raccontare. Un gesto radicale, il suo, tutto rivolto a difendere l’agire in comune, troppo spesso appannato e più spesso sfigurato da dispositivi concettuali come sovranità, volontà generale, rappresentanza. Un pensiero che suona come provocazione rispetto allo spirito dei tempi: il mondo non è dell’uomo ma degli uomini. Quindi l’isolamento, l’estraniazione, l’individualismo danneggiano il razionale organizzarsi della società e delle sue funzioni politiche. L’uomo esiste solo come pluralità e nella pluralità.

Con-vive. Perciò solo nella politica, nel potere condiviso, nell’impegno, la sua esistenza diventa autentica. E’ nello spazio pubblico, nell’infra, nello stare tra gli altri, che l’uomo ha la possibilità di far apparire se stesso, di esser visto e sentito da tutti. Questo grido arendtiano risuona, oggi più che mai, nel silenzio della politica attuale. Professionisti come venditori, i politici delle società democratiche sembrano aver perso l’amore per il mondo. Amministrazione ristretta e spesso legata agli interessi individuali, la politica, per Arendt, ha perso il suo senso. Il senso del pubblico, ciò che determina l’area di quanto è comune e comunicabile. Fondato su di una fenomenologia, esso designa un’irriducibile pluralità di prospettive la cui diversità è il pegno del politico.

In un testo dedicato a Lessing, Arendt dice di preferire, all’inumanità della verità unica, l’ “infinità delle opinioni possibili in cui si riflette il dibattito degli uomini sul mondo” (Men in Dark Times, 1968). S’instaura così un confronto, prova di una pluralizzazione che sfocia in quella imparzialità che è l’optimum del sapere politico. Un sapere fondato sulla parola, sulle parole. Non chiacchiera heideggeriana ma parola rivelatrice, nominazione che è appello all’essere, che trae fuori dall’oblio l’esistente. L’indicibile chi dell’attore è ciò che la parola è adatta a rivelare ancor più della prassi.

Nel discorso ci abbandoniamo agli altri, non come cosa tra le cose ma come irripetibile ipseità. Nasciamo nello spazio pubblico, dice Arendt. Una seconda nascita guidata dall’azione e dalla parola. Ed è qui che si apre l’imprevedibile, l’inedito, il nuovo. Qui, nello spazio comune dell’azione e della parola si designano le possibilità di un futuro nuovo, sempre rinnovabile, assolutamente incompiuto e infinito.

Rosaria Parri, Vinci (FI), filosofo.


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12.01.2017