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"Africani in Africa". Introduzione alla mostra

Lara-Vinca Masini

"Africani in Africa": Museo d’Arte Moderna "Mario Rimoldi", Casa delle Regole - Corso Italia - Cortina d’Ampezzo (BL) 18 Dicembre 2005 - 8 Gennaio 2006
Orario: 10 - 12,30 / 16 - 20; Ingresso: libero; Info: Tel. 0436 866222 - www.nationalgalleryfirenze.it

(15.12.2005)

L’Africa, come, oggi, quasi tutti i paesi extraeuropei, è ancora terra di
conquista: di che genere di conquista, se militare, economica, culturale, non ha poi tanta importanza. Una volta lo è stata anche l’America, oggi il più grande impero del mondo e, certo, il più grande conquistatore. Per quanto riguarda l’Europa basterà pensare all’Inghilterra nei confronti degli Aborigeni australiani (ne abbiamo visto a Firenze una bellissima mostra, lo scorso anno, pure ordinata da Luca Faccenda e Marco Parri).

Gli Stati Uniti hanno espresso questa vocazione anche nei confronti degli americanissimi graffitisti, giovanissimi negri e portoricani dei sobborghi di New York, soprattutto del Bronx, quando questi hanno tentato, con le loro "tags" nere, una rivincita culturale degli emarginati contro la cultura dei bianchi, con un soffio di nuova energia, di nuova creatività, con quel tanto di eversivo, di proibito, di cui il mercato, quando c’è stato bisogno di un ricambio, ha fatto un fiore all’occhiello della New York "bene".

Un ricambio che è durato pochissimi anni, quanto è bastato a distruggere la carica innovativa, ma troppo ingenua, dei giovani "underground", facendoli letteralmente fuori. Tranne nel caso di quei pochissimi (pensiamo a Keith
Häring
) che si sono imposti sul mercato mondiale.
Dell’Africa l’Occidente ha continuato a ignorare, se non a favorire, le numerose, sanguinose lotte tra le diverse etnie, le diverse regioni. (Divide et impera non era la regola del più grande impero dell’antichità?). E il mercato delle armi, il controllo del petrolio non possono davvero esser considerati alibi sufficienti. E mi viene in mente la frase, tristemente riportata in auge anche durante la guerra del Vietnam, di Tacito, riportata in "Agricola", 30: "Desertum fecerunt et pacem appellaverunt".

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Benard Asante, "Fishes in Love", 2004, Acrilici ed emulsioni poliuretaniche su tela - cm. 71,5 x 43,2, coll. Gabriella Vitrugno, Prato

Oggi queste popolazioni tentano la riscoperta della propria identità culturale, attualizzandola al contemporaneo, con un’arte che, mentre cerca nella ricchezza della propria tradizione la forza per liberarsi dall’omologazione che l’Occidente impone, viene strumentalizzata dallo stesso Occidente. Il quale, come sempre, trova un altro mezzo per cercare di trasformare questa ricchezza spirituale e poetica in un ulteriore strumento di sfruttamento economico. Una politica che in parte ha aiutato alcuni artisti già noti all’estero e già con quotazioni altissime, ma che risulta deleteria, con poche eccezioni, per quegli artisti che vivono le contraddizioni di un’urbanizzazione già al massimo della sua degenerazione.
Degenerazione che in Occidente è frutto di secoli e qui, forse, di una sola generazione.

Rispetto a molte altre mostre viste anche in Italia, questa rassegna curata da Faccenda e Parri per Firenze ha, secondo me, il merito di rivolgersi ad artisti che vivono le inquietudini del loro paese, ne esprimono e ne denunciano la condizione senza rinunciare alle proprie radici, e vogliono dimostrare la forza di una loro energia autoctona, attualizzando il portato di una cultura "altra", in nome di una propria africanità. Che non vuol dire, sia ben chiaro, primitivismo, o cultura "minore", come si è amato credere per tanto tempo, anche quando, come è ormai più che noto, le avanguardie storiche occidentali, dagli Espressionisti, a Picasso, ai Surrealisti e ben oltre se ne entusiasmavano, trovando in quella cultura lo stimolo per la rivitalizzazione dell’arte occidentale.
Gli artisti presenti in questa mostra, quasi tutti giovanissimi, sono, per la maggior parte, colti, aggiornatissimi, vivono le tragedie delle guerre e dei genocidi, lo stress di città convulse, nelle quali si è cercato di "esportare" civiltà e democrazia, che cercano una loro autonomia, anche di espressione, rifacendosi alla propria, profonda cultura atavica e alla propria tradizione, e di mettersi, a pieno diritto, in una gara alla pari con l’Occidente.

E l’Occidente si fa in quattro per acquisirne i lavori, in cerca di un etnico che, spesso, è diventato spurio, in un mondo che va globalizzandosi sempre più, annullando le differenze, a meno che non gli servano. E in genere si cerca di imporre agli artisti quella falsa ripetizione di motivi nei quali si riconoscono le tracce dell’antica espressione etnica. Che anzi, spesso, sono sollecitate fino a creare un’accademia dell’etnico stesso.

Mi sembra che questa mostra segua un’altra linea. Sono stati scelti artisti che, per la maggior parte, esprimono la propria attualità, denunciano la propria condizione, raccontano la propria "popular art" cittadina, che non è la Pop americana; la loro esperienza non è quella delle immagini di consumo di massa, ma quella di una vita che, pure nelle città, tenta di mantenere dimensioni di quartiere o di villaggio, pur rapportate a quelli che sono oggi i problemi di tutto il mondo, qui, ovviamente, esasperati. E sono quelli della fame, delle malattie, delle superstizioni, della distruzione della fauna selvatica, della degenerazione del costume, delle guerre. E ci sono anche note di vita quotidiana, ricorsi alla memoria atavica, legata alla propria religione, ai riti tribali, alla spiritualità, al mito.

Ed ecco, secondo queste direzioni, le opere di Lukawu, diplomato presso l’Académie des Beaux Arts di Kinshasa, che lotta contro l’accademismo, contro gli abusi e il disagio cui è abbandonato il popolo nelle città (Il mercato delle teste), un popolatissimo mercatino nel quale le donne mettono in vendita, accanto alla merce alimentare, le teste dei propri uomini, con chiara allusione alle violenze subite durante la loro storia; Alt, una grande mano alzata contro la continua devastazione provocata dall’AIDS, per la quale gli occidentali si rifiutano di fornire medicinali troppo cari, e che continua a uccidere tanti innocenti, bambini qui raffigurati come dolcissimi, piccoli angeli neri).

E ancora, in questa direzione, i lavori di Ekunde, che abita a Brazaville, capitale della Repubblica Popolare del Congo, in continua lotta con la Repubblica Democratica congolese, la cui capitale, Kinshasa, Ekunde stigmatizza per la decadenza morale, in un’opera narrativa, La vita nel quartiere Ngwaka a Kin., che mostra in una scena animatissima, il quartiere a luci rosse della città, con prostitute, ubriachi, poliziotti in agguato.

E, veramente bellissimi, di una drammaticità intensa, i quadri di Wanjau, uno che presenta personaggi immersi nella miseria più squallida, una miseria che non potrà che perpetuarsi nei figli che la madre continuerà a generare, accanto a quelli sfiniti, che la guardano, coi loro piccoli, scheletrici animali; un altro, angosciante, dinamicissimo, nel quale una vecchia, col coltello da infibulazione in mano, cerca di allontanare una madre che intende salvare una figlia, a terra, pronta all’inutile e sadico sacrificio (oppure si tratta di un’altra ragazza che cerca di sfuggire allo spregio?).

Si pensi ai lavori di Benard Asante, animalista, che unisce una coscienza da avvertito, moderno ecologista, all’uso di un procedimento legato ad alcune antichissime credenze magiche del popolo Asante come quella di cancellare il segno descrittivo dell’animale al fine di salvaguardarlo dagli spiriti avversi nascondendolo. L’immagine chiarissima degli animali, quasi sempre in posizione marginale nel quadro, si configura in lavori di grande libertà e di estrema raffinatezza. Anche Lukawu denuncia la minaccia di estinzione della fauna locale, in un quadro, La fine dell’Africa selvaggia, che vede un grande teschio attorno al quale si dispongono sagome quasi simboliche di animali e piccole figurette di guerrieri armati di lancia. E Cheff Mwai, con le sue gustosissime tavolette che incide a evidenziarne, in altorilievo, ritratti di generali, di Aerei che lanciano bombe sulla foresta per uccidere i Mau Mau, a ricordo della guerra dei primi decenni del Novecento contro l’Inghilterra, che spesso ancora continua in movimenti di insurrezione politico-religiosi, nei quali lo stesso Mwai ha combattuto, mentre usava il suo talento per intagliare calci di fucile e di pistola; c’è perfino un decorativissimo Ritratto di Keniatta.

Ma non dimentichiamo le scene di costume, le divertenti insegne (corrispondenti paesani della grande cartellonistica americana pre-pop), di
Souley: l’insegna del parrucchiere da uomo, che usa la chioma di un albero come tetto del suo negozio all’aperto esponendo le immagini delle acconciature, con in alto la scritta: "Souley Moustapha Coiffeur diplomé, diplomé de Paris"; e l’insegna di un medico "de l’hospital principal Dakar, medicine de tout le corps", con gustose immagini dei colpiti dalle diverse malattie ("Maladies du ventre, du coeur et des poumons; maladies de la tête; maladies de l’amour; maladies de la peau; maladies des os". Insegne, come dichiara la scheda, la cui "informazione deve raggiungere semplicemente l’ambito del villaggio tribale ma essere letta, e il più possibile, nella grande città, possibilmente nello stato".

E che dire del lavoro di Abdallah Salim, keniota, che racconta l’esperienza quotidiana di un villaggio di pescatori, nei suoi tredici grandi elementi lignei, traforati (di cui due in mostra), in particolare ne Il salto degli ostacoli, dove un giovane cavalca un’antilope, un pezzo che non ha niente da invidiare, nella sua originalità, a certe straordinarie raffigurazioni dell’arte egea. C’è poi il lavoro di uno dei più "arrivati" artisti, George Lilanga, che si riporta ai graffitisti americani.

Ma ci sono anche artisti che raffigurano, simbolicamente, le conquiste della tecnologia, come Younouss Gueye, senegalese, presidente di "Art Net", che raffigura, in due quadri di libera astrazione, Internet e Sinapsi; ma allo stesso tempo presenta, in un intrigante, misterioso Rito del fuoco, il suo legame diretto con la tradizione mitico-religiosa del suo paese.
E su questo settore ancora molte opere interessantissime, dalla deliziosa scultura-rilievo in legno di Jean-Michel Moukeba, che si firma Djambo, che si riporta alla scultura lignea tribale, di una delicata, dolce intenzionalità nella figura di una madre che spinge il figlio verso la fronda di un albero (Figlio mio, sali sempre più in alto). Sullo stesso tema, con una carica più mistica e forse anche esoterica e simbolica, L’iniziazione di Djesse, di Brazzaville, che recupera la tradizione del suo paese dove anche le maschere tribali assumono una delicata astrattezza spirituale. E il riferimento alla religione copta dell’opera L’occhio di Dio, detto l’occhio di Ra, di una straordinaria intensità emotiva, dell’etiope Engdaget Legesse.
Sono questi i temi che si riportano alla grande tradizione della cultura africana.

E ancora i forti, bellissimi graffiti di Mendy’s Meninwa, le sue realizzazioni ispirate alla cultura Mama, a forma di falce di luna, che si fanno straordinaria interpretazione attuale della cultura antica, e i suoi riferimenti agli idoli dei Chamba, nel raffinato ritratto de La Principessa della perla rossa (Canto di notte) e simbolo, anche lievemente ironico, nel ritratto abbinato delle due nipotine.
E non parlo dei grandi, forti, enormi pesci in legno, coloratissimi (nella parte retrostante, bianca e nera, il simbolo scheletrico dell’anima) di Solomon Uwuenwa, raffiguranti gli Spiriti dei luoghi.
E ancora i grandi scudi, come quello di Uwuenwa, Il Totem della foresta, raffigurante da un lato una figura maschile, dall’altro una femminile, dolcissima, con i piccoli seni in rilievo, il sesso rappresentato da una bianca, piccola, delicatissima conchiglia.

Alcuni artisti, di peso notevolissimo, si riportano più direttamente alla cultura contemporanea occidentale, con estrema libertà. Penso al senegalese Amadou Makhtar Mbaye (Tita), che ha sempre tentato di riallacciare rapporti con la realtà etnica tribale del suo paese, trovando nel teatro il luogo ideale per questo scopo, ma che, contemporaneamente, si riappropria di materiali di rifiuto, in chiave con le intenzioni che sono state del Nouveau Réalisme, facendoli rivivere in opere di forte impatto, come in Classe de musique-Ce fut le premier Jour de Classe. Tu connaîtra Dieu et le Livre Saint, un bellissimo lavoro con un percussionista, tutto costruito di pezzi di ferro, di latta bruciati, di scarto, che fa pensare anche a certi materiali di un Burri; e alle opere raffinatissime, di estrema eleganza, di Margaret Mayo, tra le fondatrici del "Woman Club", che racconta storie tribali esprimendone i simboli su tappi di bottiglie di soda, disposti in sequenza uno accanto all’altro, in un quadro quasi sempre in bianco e nero, cornice compresa.

Ho tralasciato molte sezioni e molti nomi. E non ho inteso tracciare un percorso critico. Campo, in questo caso, che non mi spetta. Ho riportato alcune mie impressioni da semplice spettatrice, solo per trarne alcune
conclusioni: la cultura europea è vecchia; quella americana, da come vanno le cose e la continua accelerazione del nostro tempo, sta per diventare precocemente vecchia. Occorrerà forse, prima di quanto si pensi, ricominciare da zero. Non credo che l’Africa rappresenti questo zero, ma mi sembra che abbia mantenuto una carica di energia allo stato puro, e la capacità di rifarsi alle proprie origini, che, a differenza di tutti noi, gli Africani sono riusciti a mantenere intatte. E sono arrabbiata perché non vorrei vederle andare in fumo per colpa nostra; ma so che, inevitabilmente e inesorabilmente, accadrà.

"Africani in Africa": Museo d’Arte Moderna "Mario Rimoldi", Casa delle Regole - Corso Italia - Cortina d’Ampezzo (BL) 18 Dicembre 2005 - 8 Gennaio 2006
Orario: 10 - 12,30 / 16 - 20; Ingresso: libero; Info: Tel. 0436 866222 - www.nationalgalleryfirenze.it/info; Ufficio stampa: Lorenza Berengo, Comune di Firenze Tel.0552616799 email: l.berengo@comune.fi.it Cell.: 3293811453


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30.07.2017