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L’affermazione del made in Italy

Anzi se vai a Siena, dì tu vada a Lucca

Alberto Cavicchiolo

"Non sapevano - con i loro bisticci e pasticci, con il vino e i cantuccini che si portavano per addolcire il compratore - di avviare un processo che portò, secoli dopo, all’affermazione del Made in Italy in vari continenti."

(13.12.2005)

“Se vai in alcuno luogo di rischio, muoviti a tua posta,
e va sanza dirlo a persona dove vada; anzi se vai a Siena, dì tu vada a Lucca”

(Paolo di Certaldo, 1362)

Da quando l’impresa è rientrata nella definizione pleonastica di impresa moderna, per decenni gli imperfetti imprenditori italiani hanno ricevuto la pressione pedagogica di quanti, nella consulenza e nell’audit suggerivano loro la ricetta gnostica.
Partite doppie, lacci semantici, griglie terapeutiche, schemi aziendali di sicuro futuro, moschettoni per garantire il salvataggio della produzione dell’industria, interpretazioni morali sopra il lavoro di chi aveva inventato mercati nuovi ma non previsti dalle mappe della crescita equilibrata.
Questa pedagogia verso l’impresa italiana come collettivo, ha un riscontro del dopoguerra, in quanto a correzione e messa in quadro, nella applicazione della psichiatria moderna all’individuo e alle sue alterazioni.
Entrambi ispirati alla logica dello psicofarmaco, queste pratiche professionali si sono spartite il campo in modo algebrico, l’una mirando a contenere le eccedenze e le invenzioni dei tanti laboratori per occorrenza, sorti in italiana dagli anni cinquanta in poi. L’altra garantendo la contenzione nel letto e nell’individuo. Garantendo con farmaci ispirati a una religione della morte che la calma avrebbe infine prevalso sulle tante intemperanze ambientali e familiari.

I mercanti toscani del trecento erano approssimativi e inventivi. Trovarono le vie della seta e della “mercatantia” e i mezzi di formalizzazione che saranno le basi della banca e dell’assicurazione. La scrittura civile è letteraria e commerciale.
Un libro mirabile non riesce a stare nel cassetto e rifiorisce alla lettura, “Mercanti scrittori”, curato da Vittore Branca. Lui con Armando Sapori e altri studiosi della materia e della qualità italiana intesero che non c’è dicotomia nel viaggio. Viaggio di mercatura e di scambio, viaggio letterario e di scrittura. Viaggio di raccolta fonti, di fiori e primizie freschi. Viaggio intellettuale.

Paolo di Certaldo. Le sue note sono inauguratici di un motto civile che apre a una città come cifra di una pragmatica. “La villa fa buone bestie e cattivi uomini, e però usala poco: sta a città e favvi o arte o mercatantia, e capiterai bene. Se pur ti conviene usare la villa guarti a non ti raunare i dì de le feste.”
“Quegli è ricco che s’appaga; quegli è povero che sempre agogna l’altrui bene”. Nel suo “Libro dei buoni costumi” Paolo di Certaldo si avventura e trova l’appagamento nella sua adiacenza con il pagamento. E con l’impossibilità di delegare all’altro sia l’uno sia l’altro.

“Colui di cui dice la gente bene, possiede molti beni”: tenta anche una sineddoche curiosa, puntando sulla sopravvalutazione. E questo oggi sarebbe scambiato come un atto al limite dell’aggiotaggio.

Un mercante nel labirinto è Goro Dati che lascia un diario autentico, fitto di impegni e di responsabilità mantenute. Un diario di battaglie e di percorsi mai facili. Un diario di riscontri di viaggi dal destino incerto, dal risultato non garantito.
Il suo dio è un punto ideale. “Se non fosse per l’aiuto della grazia di Dio, il quale condiscende alla nostra debilità per la sua misericordia con il mostrarci a il nostro intelletto quello che dobiamo fare e col sostenerci, ogni dì periremmo”. E la minaccia funge da espediente retorico, assieme a altri scongiuri e
La festa per lui è una consegna, con la premessa che “ non fidandomi di me medesimo” aggiunge “in perpetuo mai in alcuno dì di festa e comandata dalla santa Chiesa io non debo stare a bottega, né andarvi a fare alcuno esercizio, né consentire o comandare che altri per me li faccia d’opera di guadagno o utile temporale”.

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Hiko Yoshitaka, "Texte", 2005, tecnica mista su tela, cm 20x18,8

La testimonianza della sua avventura riguarda una contesa col compagno Piero anche andò a “accusarlo alla Mercatantia per cessante” ossia per dichiararlo fallito “e farmi dar bando con la trombetta”. Ma il compagno Piero non riuscì a farlo cessare: “non ebe forza d’averne sentenzia né farmi pronunziare”
Il seguito a un affare mancato in Spagna (le cose traverze da Barzalona) racconta un apice di difficoltà “mancandoci il credito fu nicistà racogliersi e ritrarsi per pagare ognuno, e accattare danari da amici e operare con ogni ingegno, con danni e interessi e spesa, per non fallire e per non avere vergogna.”
La dignità è assoluta. Il debito è della legge e non personale. Goro sta al gioco, e rigioca, saldando la partita e riprendendo la ventura.

Francesco Datini, Pagolo Morelli, Paolo di Certaldo, Goro Dati: i mercanti pratesi, fiorentini e senesi del trecento erano approssimativi, spesso irregolari e pasticcioni. Lo si evince dai loro accorati diari, in cui appaiono i timori di sbagliare e di non arrivare a destinazione, o di essere banditi dalla corporazione. Ma essi in effetti innovavano e inventavano mirabilmente, sia nel prodotto, sia nelle modalità di negoziazione e di pagamento. Non sapevano - con i loro bisticci e pasticci, con il vino e i cantuccini che si portavano per addolcire il compratore - di avviare un processo che portò, secoli dopo, all’affermazione del Made in Italy in vari continenti.

Una nota di lettura di
"Mercanti scrittori" (a cura di Vittore Branca)
Rusconi 1986

Alberto Cavicchiolo, Milano, cifrante, psicanalista, imprenditore


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26.04.2017