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A proposito di "Vile, tu uccidi un uomo morto!"

Maramaldo, la coda dei gatti e gli occhiali

Paolo Pianigiani

Mai cambiò bandiera, in cambio di denaro. Fece il suo mestiere, che non era quello di frate predicatore, ma era quello, cruentissimo, di uomo d’armi e di guerra.

(14.08.2005)

Pochi personaggi storici hanno avuto una stampa così cattiva come Fabrizio Maramaldo (1494 - 1552), l’assassino di Francesco Ferrucci (1489 - 1530), in quel di Gavinana, nell’appennino Pistoiese, il 3 agosto del 1530. Il suo nome è rimasto nella lingua italiana, fino nei vocabolari, a significare viltà, prepotenza e crudeltà verso gli inermi e gli indifesi. La frase pronunciata dal capitano fiorentino, prestato alla guerra da necessità di patria, ma anche da scelta di mestiere, gli si è appiccicata addosso come un marchio a fuoco: - Vile, tu uccidi un uomo morto!

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Luigi Boni, "Luce e forma", tecnica mista su legno, anni 60, cm 100x70

Il dover trovare, nel passato anche remoto, eroi ad hoc, in vista dell’unità d’Italia prossima e ventura, ha generato, in particolare nell’ottocento, una pubblicistica di parte, che ha scandito ancora di più i profili dei due comandanti d’arme: Francesco eroe puro e indomito, Fabrizio, venduto al soldo del nemico, mercenario, violento e feroce. E da lì romanzoni e drammi storici, per non dire di quei brutti versi che figurano, verso la fine, nel nostro inno nazionale.

In effetti, leggendo testi e documenti di quell’epoca, che ricostruiscono gli avvenimenti senza il filtro risorgimentale, le due figure finiscono per assomigliarsi: tutti e due erano figli dei loro tempi.
Erano tempi tristi, violenti, dove i valori umani risplendevano solo nelle opere dei grandi artisti del Rinascimento, come Michelangelo Buonarroti, che pure, essendo di parte repubblicana, dovette occuparsi in Firenze, durante l’assedio degli imperiali, di architetture militari a difesa della città. E lo fece da par suo.

Nonostante il terribile il sacco di Roma, che infuriò nel maggio del 1927 e al quale partecipò lo stesso Maramaldo, al comando di truppe italianissime, anche se militavano sotto le bandiere asburgiche, Carlo V e il Papa Clemente VII (che era figlio illegittimo di Giuliano dei Medici) in seguito si accordarono, come succede sempre fra i potenti, e fra le varie clausole stese nelle pergamene ricche di bolli e di cerelacche del trattato di Barcellona (1929), misero anche la restituzione ai Medici della città di Firenze, che si era da poco, dal 17 maggio 1927, costituita in liberissima Repubblica.

Da qui l’assedio subito portato dalle truppe imperiali alla Repubblica Fiorentina, che si difese con tutte le sue forze, in quella guerra che la vedeva nel ruolo eroico quanto si vuole, ma estremamente scomodo, di Davide contro Golia. Una guerra dall’esito scontato, ma ci volle un tradimento, anzi più di uno, per deciderla.

La fulminante carriera militare di Francesco Ferrucci, fiorentino del popolo di San Frediano, era cominciata fra le fila dell’esercito di Odette de Foix, visconte di Lautrec, durante la guerra fra le lega di Cognac (Papato, Francia, Firenze e Venezia) contro l’Imperatore Carlo V. Inizialmente fu addetto alle paghe, poi si dedicò direttamente al maneggio delle armi e alle strategie di guerra.

Durante il mese di agosto del 1528 i due futuri nemici si scontrarono per la prima volta: fu a Capua, occupata da una guarnigione francese e conquistata da Maramaldo. Nell’espugnare il castello vennero fatti prigionieri, fra gli altri, Giuliano Strozzi e Francesco Ferrucci. Incarcerati, furono liberati, come si usava, solo dopo adeguato riscatto. Fabrizio Maramaldo, più giovane di 5 anni, aveva già alle spalle alcuni anni di esperienza militare.

Fra l’altro, nel 1522, a Napoli, aveva avuto anche il tempo di ammazzare la moglie, che si era stancata di aspettarlo. Ne seguì una precipitosa fuga e il relativo bando, condonatogli direttamente dall’imperatore Carlo V, su intercessione del marchese di Mantova, Federigo Gonzaga.

Nel 1929, durante l’assedio di Firenze, il Ferrucci fu nominato commissario di Empoli, e tenne con successo la posizione, attraverso continue azioni di guerriglia, alle quali partecipava in prima persona. Ma quando gli fu ordinato di riprendere i castelli di San Miniato e di Volterra, fu costretto a lasciare il comando del castello al Giugni e all’Orlandini, suoi luogotenenti, che in seguito tradirono per denaro, e provocarono la caduta del castello di Empoli e il conseguente sacco da parte degli imperiali.

Fu a Volterra, riconquistata e difesa dal Ferrucci e inutilmente assediata dal Maramaldo, che i due si ritrovarono di fronte. L’assediante inviò un araldo ( o come si diceva allora, un “tamburino”) per chiedere la resa al Ferrucci, che per tutta risposta glielo fece impiccare, con il suo tamburo al collo, ed esporre alle finestre di porta San Francesco, davanti alla quale il Maramaldo aveva disposto il campo e le batterie dei cannoni.

Gli storici di parte fiorentina diranno che addosso all’araldo erano state trovate lettere di fuorusciti volterrani, e pertanto si erano applicate le leggi di guerra che riguardavano le spie. Non fu comunque un bel gesto: gli ambasciatori, come tutti sanno, non portano pena!

E il Maramaldo, come si vedrà, se la legò al dito. Non contento di avergli ammazzato il tamburino, il Ferrucci prese a ingiuriare il capitano nemico: storpiò il suo cognome in un miagolio e a rendere più sonora l’ingiuria fece appendere (si immagina per la coda) alle finestre della città assediata quanti più gatti fu possibile trovare, con il concerto che ne seguì, a maggior danno e scorno del rivale. Visto inutile l’assedio di Volterra, anche per diversità di vedute sul come organizzare l’attacco finale, con il marchese di Vasto Alfonso d’Avalos, giunto con nuove truppe e cannoni per dargli man forte, il Maramaldo si diresse con 1.000 fanti alla volta di San Gimignano. I fiorentini, in una sortita, trovarono 60 spagnoli feriti rifugiati in una chiesa: bruciarono tutto, chiesa e spagnoli.

Nonostante i successi del Ferrucci, le cose per la Repubblica Fiorentina si mettevano male: gli imperiali: una volta distrutto il castello di Empoli, avevano chiuso la via dei rifornimenti alla città assediata. Fu deciso, in un ultimo disperato tentativo, di affidare tutte le operazioni militari al Ferrucci, nominandolo Commissario Generale e ordinandogli di tornare, con le forze che rimanevano, verso Firenze, per prendere alle spalle gli assedianti. Ma l’altro capitano fiorentino, Malatesta Baglioni, informò gli imperiali delle mosse del Ferrucci e fu subito mandato il Maramaldo, insieme al principe d’Orange e al Vitelli, ad intercettarlo e a tagliargli la strada verso Firenze.

Lo scontro si ebbe a Gavinana, il 3 di agosto 1530 e, dopo un iniziale successo dei fiorentini, l’arrivo di 2.000 lanzichenecchi tenuti di riserva, fecero pendere decisamente le sorti per i nemici della Repubblica Fiorentina. Il loro comandante supremo, però, Filiberto di Chalon, Principe d’Orange, ci lasciò la pelle, grazie a due archibugiate che lo centrarono in pieno, nel mentre si mostrava spavaldo fra le avanguardie imperiali.

Francesco Ferrucci, dopo aver combattuto fino alla fine, dovette arrendersi e, ferito e spogliato della sua armatura, fu trascinato in piazza, di fronte al Maramaldo, che subito lo apostrofò così:
"Ammazzate lo poltrone, per l’anima dello tamburrino che impiccò a Volterra!
".
E, infuriato per le parole sprezzanti del rivale, quelle che, sole, sono rimaste alla storia, subito lo colpì al collo con un pugnale, lasciandolo finire ai suoi soldati, che molto temevano e odiavano il capitano fiorentino.

La frase ingiuriosa del comandante imperiale rispecchia una terminologia tipica dei tempi. Lo stesso termine “poltrone” si ritrova per esempio, usato più volte ad oltraggiare, nella Vita del Cellini, l’autobiografia dell’autore del Perseo, che racconta fatti contemporanei a questi.

Dopo la sconfitta di Gavinana Firenze si arrese, e il Papa Clemente VII rimise la sua casata, nella persona di Alessandro dei Medici, creato per l’occasione Duca da Carlo V, al comando della ex Repubblica. La nuova situazione fu garantita all’inizio da una banda di lanzichenecchi, che trovò alloggio e sede nella Loggia dell’Orcagna, davanti a Palazzo Vecchio. Da allora mutò nome e si chiamò, appunto, Loggia dei Lanzi.

E il Maramaldo?

Continuò il suo lavoro di condottiero per gli imperiali, con alterne fortune, arrivando a combattere fino in Ungheria, scontrandosi questa volta contro le scimitarre dei turchi. Colmato d’onori e di denaro da Carlo V, che lo nominò suo ciambellano, finì per ritirarsi a Napoli, dove terminò i suoi giorni (alla fine del 1552) in preda a manie religiose alternate ai piaceri della corte del viceré spagnolo, don Pietro di Toledo. Lascerà una buona parte dei suoi denari a congregazioni religiose. Tutte ringraziarono, meno quella dei Teatini, che rimandarono il conquibus al mittente, reo di aver partecipato al davvero poco cristiano sacco: quello di Roma.

Fabrizio Maramaldo fu sepolto nella tomba di famiglia, a Napoli, nella chiesa di Santa Maria Maggiore. Alcuni lo vogliono di origini non napoletane, ma calabresi. Comunque suddito fedelissimo, anche se ben retribuito, dell’imperatore Carlo V e dei suoi alleati. Mai cambiò bandiera, in cambio di denaro. Fece il suo mestiere, che non era quello di frate predicatore, ma era quello, cruentissimo, di uomo d’armi e di guerra. Un‘ultima nota curiosa, per la cronaca e per chiudere: Fabrizio Maramaldo era miope, e si aiutava, specialmente negli ultimi anni napoletani, portando un paio di vistosissimi occhiali.

Paolo Pianigiani, artista, scrittore, redattore di "Transfinito".


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19.05.2017