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Arte in villa

Paolo Pianigiani
(2.08.2005)

Due eventi attraversano in questi giorni la distratta estate fiorentina, organizzati dal Quartiere 4 negli splendidi scenari di due ville storiche, recuperate alla fruibilità del mondo e scampate alle speculazioni edilizie: villa Vogel e villa Strozzi, nell’immediata periferia, dove non ti aspetti che esistano ancora spazi così belli.
Entrambi curati da Lara-Vinca Masini, questi interventi sono un’occasione di avvicinare il lavoro di due giovani artisti, diversissimi fra loro ma legati da una comune sensibilità comunicativa, Nea a Villa Vogel e Stefano Tondo a Villa Strozzi.

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Maurizio Faggi, "Senza titolo", foto Giampaolo Fanini

Nel giardino di villa Vogel ti accoglie il lavoro di Maurizio Faggi, che riprende il gusto antico di disseminare i giardini di sculture in pietra arenaria o di cemento (nei tempi più recenti e sbrigativi). Le sue statue sono coloratissimi satiri, o giottesche pecorelle dal muso nero, o il cavallino bianco che nasce dal nulla e si dirige verso la poltrona regale.

Nea, un viaggio nell’anima

NEA, che è nome d’arte, vive fra Firenze (dove ha studiato alla scuola d’arte di Porta Romana), e Colonia. È di origine olandese, essendo nata a Venlo, ed è venuta in Italia giovanissima.

Scorrendo il suo curriculum e l’elenco delle esposizioni, si avvicina e si immagina il suo percorso artistico, legato a scelte di contenuto e di racconto: si parte dal 1992 con una installazione a Prato, dal titolo Twilight, per arrivare a quella recentissima del 2004, Anima, presentata a Gropiusbau, Berlino e a Bonn. Nel mezzo un operare per installazioni, fra le quali il Testimone del ’93 a Colonia, il Labyrinth del ’95 a Berlino, le Interferenze del 2002 a Colonia. NEAnima ha titolo l’installazione del chiostro di Villa Vogel, che riprende, ma solo in parte, quelle di Berlino e Bonn.

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Nea, "NEAnima", foto Giampaolo Fanini

Ogni opera nasce di nuovo, prende vita e spazio dalle strutture che la contengono e le danno confini e vita. Il chiostro è un concentrarsi di spazio che si apre nel cielo. Una stupefacente base di lancio. Le stanze intorno hanno respiro rinascimentale, le volte ci parlano del Brunelleschi, di architetture armoniose, di colonne corinzie, di tempo senza tempo. Le pareti del chiostro, verso l’alto, presentano finestre, alcune vere, altre solo dipinte: già qui l’ambiguo dialogo delle aperture. Incontro l’artista dopo un giorno di pioggia, leggermente preoccupata per l’impatto dell’elemento liquido con le superfici, previsto, ma non prevedibile nelle sue conseguenze.

La forma che NEA ha pensato per questo luogo ha base di sale, animato da pigmento di colore blu cobalto, che è la parte materiale, terrestre e forse umana. Una collina a cono che vive, si consuma e cambia natura, a contatto con l’aria e la pioggia, che dall’alto inesorabile cade, a consumare a cambiare, a portare diluizione e smarrimento.
Sulla prima collina un duplice velo, sempre a forma di cono, a seguire i primi contorni, a stratificare superficie e spazio. Dove si proiettano immagini di nuvole, di cieli in movimento. Insieme alla musica, destrutturata e magica, creata in simbiosi per questo evento da James Reynolds: bellissima.

La garza per NEA è linguaggio e strumento, contiene e limita, ma leggera e aerea non divide: si lascia attraversare e leggermente muovere dal vento, regala trasparenze e sfumature alla luce e al colore. È una sottile e leggera metamorfosi che mai si conclude, che vibra al suono delle nostre emozioni. I tre coni, con la base in comune e terrestre, si uniscono al culmine e si rilanciano nello spazio, a cercare l’infinito e l’assenza di tempo. Un cono rovesciato, sempre dello stesso sottile materiale tramato, si diparte vibrante e luminoso a incontrare la luce dei riflettori e il mondo altrove.
NEA mi guarda emozionata perché mi vede emozionato, coinvolto nel suo sottile gioco racconto che lei ha regalato a Firenze. Le chiedo di rompere il silenzio (la musica a un certo punto diventa parte dell’immagine e sparisce), di raccontarmi cosa prova...

Mi parla della sua ansia di ritrovare Firenze, di confrontarsi con uno spazio pieno di storia, mi parla delle difficoltà realizzative, della staticità instabile che ha creato fra le pareti del chiostro.

E adesso cosa farai, dopo aver creato un’opera tanto bella?

"La smonterò, quando finirà questa esposizione, per mai più ripresentarla. Ha vissuto, ha raccontato, ha trasmesso il mio messaggio".

E già i suoi occhi guardano lontano, alla prossima creazione.

Ha qualcosa del divino il mestiere antico degli artisti, si arricchisce ogni volta del terribile obbligo del ripartire, da zero, verso l’infinito realizzarsi del pensiero.

L’In/cognito di Stefano Tondo

A Stefano Tondo è stata affidata la Limonaia di villa Strozzi. Riprogettata a metà ottocento da Giuseppe Poggi, che dieci anni dopo “scolpirà” la collina che sovrasta Firenze, Villa Strozzi ha corso il rischio di diventare una delle tante speculazioni edilizie che hanno impoverito Firenze negli ultimi anni. Acquistata dal Comune, negli anni 70, la villa e il parco sono diventati invece e per fortuna sede per attività didattiche legate alla moda e opportunità per spazi destinati a manifestazioni culturali.

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Stefano Tondo, "IN/COGNITO", foto Giampaolo Fanini

Stefano Tondo ha origini pugliesi e ha studiato all’Accademia di Firenze. Il suo lavoro guarda dentro l’uomo, alla ricerca di aspetti e percorsi che ci toccano da vicino. Ha lavorato nel settore della foto pubblicitaria, è un mago dell’immagine, che conosce a fondo nei suoi valori semantici ed evocativi. E sa usare il linguaggio visivo con ironia e consapevolezza. Come dice Lara-Vinca Masini nel presentarlo, “sembra voler scavare, in un rapporto diretto, fisico, nella profondità della materia come nell’intimità più segreta delle nostre angosce”.

La Limonaia, rielaborata al suo interno da Michelucci, che qui ha forse con troppa attenzione al fine dell’utilizzo, un teatro, sconvolto la struttura pensata dal Poggi, è stata utilizzata da Stefano Tondo come contenitore di un sogno.

Dall’esterno, le grandi finestre e l’architettura che si richiama a forme classiche ti fanno pensare che all’interno troverai spazi infiniti e la luce. Alla fine di un breve percorso, seguendo una passerella sull’acqua di un quasi fossato che circonda la costruzione, ti trovi dentro una piccola saletta bianca davanti a te stesso, figura stupita dentro uno specchio. Appena hai il tempo di riprenderti dalla sorpresa e riconoscerti come immagine, che cominciano ad apparire intorno a te figure evanescenti, che prendono vita dentro il gioco ottico della superficie riflessa. Lo spazio si affonda e diventa a tre dimensioni, va a cercare nuove immagini, che vogliono essere e sono evocazioni, personaggi-icona, non un racconto di persone definite e definibili. Il tuo volto viene a confrontarsi con altri e perdi per un attimo la tua identità.

"Ho sfumato i contorni, volevo creare un incontro con immagini imprecisate, illusioni sfumate", mi dice Stefano Tondo riflesso accanto a me.
"Voglio che chi entra, nella solitudine di un momento, sia portato a riflettere sul proprio io più profondo".

In un mondo che è sempre più superficie e esteriorità, il lavoro di Stefano ci porta a ritrovare interiorità, ci proietta nelle segrete stanze dell’essere, dove il mistero e il sogno hanno dimora.

Di fronte a lavori di questa intensità, il mestiere di chi li deve raccontare, del critico insomma, vacilla nelle sue basi. Viene in mente una frase di un grande poeta fiorentino quasi sconosciuto ancora, Emanuel Carnevali, che nel suo unico libro, Il primo Dio, sussurra piano:

“I critici sono foglie morte che giacciono immobili, mentre lassù, in alto, infuria l’uragano.”

Paolo Pianigiani, artista, scrittore, redattore di "Transfinito".


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19.05.2017