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Una breve riflessione

La rivoluzione scientifica: scienza, non epistemologia

Mario Boetti

Distinguendo tra scienza e discorso scientifico, la rivoluzione non è più circolare. E l’epistemologia quale scheggia dell’ontologia rimane il sogno a occhi aperti di fondare la vita sull’inesistente circolarità delle cose.

(7.07.2009)

"Io scopersi pochi anni a dietro, come ben sa l’Altezza Vostra Serenissima, molti particolari nel cielo, stati invisibili sino a questa età; li quali, sì per la novità, sì per alcune conseguenze che da essi dependono, contrarianti ad alcune proposizioni naturali comunemente ricevute dalle scuole de i filosofi, mi eccitorno contro non piccol numero di tali professori; quasi che io di mia mano avessi tali cose collocate nel cielo, per intorpidar la natura e le scienze."

(Galileo Galilei, Le lettere copernicane, 1615)

La rivoluzione si muove lungo il disegno della parola. Proprio per essa l’io non è padrone in casa sua e non può garantire nessuna grammatica. Questa rivoluzione non consente nessuna applicazione di dio o del cielo: segue all’occorrenza la spirale anziché il tempo del ritorno quale ritorno del tempo.

(Armando Verdiglione, La mia industria, 1983)

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Luigi Boni, "Le scaglie", tecnica mista su legno, anni 60, cm 100x100

A guisa di questione

Una frase di Max Planck, fra gli autori e inventori della meccanica quantistica e della termodinamica, è funzionale come premessa per una prima distinzione tra epistemologia e scienza, poiché l’epistemologia non è scienza ma discorso su di essa. Affinché si possa parlare di scienza, nell’accezione originaria, occorre tenere conto che senso, sapere e verità sono effetti che la parola produce. Al contrario, senso, sapere e verità dall’epistemologia sono considerati come causa, dunque pre-linguistici.

Planck annota nell’Autobiografia scientifica, pubblicata postuma, questa frase, apparentemente drammatica:

Una nuova verità scientifica non trionfa convincendo i suoi oppositori, e facendo loro vedere la luce, ma piuttosto perché i suoi oppositori alla fine muoiono, e cresce una nuova generazione che è abituata ad essa.

Un’affermazione certamente ironica, poiché gli oppositori in questo caso sono gli stessi che difendono dalle nuove “eresie” la vecchia dottrina vigente. Nel contempo questa frase vale a affermare che una nuova teoria scientifica poggerebbe sul principio di morte, cioè la morte sancirebbe la fine di una teoria giunta a obsolescenza per assenza di suoi sostenitori o assertori. La morte, autorizzando e confermando l’introduzione di una nuova teoria scientifica, promuoverebbe l’idea progressista della scienza, confermando un adagio che sostiene non l’esistenza di false teorie scientifiche, ma di scienziati maldestri e retrogradi, arroccati sulle proprie posizioni.
Tuttavia l’idea di base, la stessa sostenuta nel libro intitolato La struttura delle rivoluzioni scientifiche di Thomas Kuhn, è proprio che ciascuna nuova teoria scientifica si costituisce confutando i paradigmi delle teorie precedenti. Per Kuhn il paradigma risulta esemplare (paradeigma in greco, exemplum in latino) inteso come un sistema di strutture e credenze che costituisce e forma una comunità scientifica. Il passaggio da un paradigma a un altro è segnato dal modo d’intendere le stesse cose in un’altra forma. Ma occorre aggiungere che nonostante si attui una sorta di cesura, cioè un taglio procedente da una crisi tra la cosiddetta precedente verità scientifica e quella successiva, non avviene una vera e propria sostituzione - cioè una teoria che ne soppianta un’altra - ma una modifica dei presupposti e una nuova lettura dei significanti che sono alla base della teoria stessa. Un esempio, forse il più eclatante, è quello della teoria copernicana rispetto a quella tolemaica. Quest’ultima, affermata da Tolomeo durante il II secolo a.c. e precisata nei quattro secoli successivi, si basava sull’idea che la Terra fosse ferma al centro dell’universo, e che tutti gli altri pianeti, compreso il sole, le girassero attorno. Una rivoluzione scientifica chiamata appunto copernicana, modificò quella precedente nei suoi stessi paradigmi. Il paradigma in questo caso è appunto il sole, che per la teoria tolemaica è un pianeta, mentre per quella copernicana diviene una stella.

L’importanza dei significanti è stata precisata nei primi anni del novecento, specialmente con l’invenzione della linguistica da parte del ginevrino Ferdinand de Saussure (1916), e l’invenzione della glossematica, a opera del Circolo di Copenaghen (1930-50). La linguistica è stata una delle scienze che si è costituita all’inizio del novecento e che ha certamente rivoluzionato le altre scienze. Se l’antica filologia manteneva caratteristiche retoriche intorno agli enunciati scientifici, con la precisazione linguistica, introducendo l’elemento strutturale, si incominciò a fare più attenzione al funzionamento e alla costruzione stessa degli enunciati.

Molte altre scienze e teorie si sono costituite tra la fine dell’ottocento e per tutto il XX secolo: la meccanica quantistica, la logica matematica, l’insiemistica, l’informatica, la sociologia, la psicologia, solo per dirne alcune. Ma è con la psicanalisi e specialmente con la cifrematica che si attua una rivoluzione riguardo a ciascuna teoria scientifica. Parafrasando un famosissimo enunciato freudiano riguardante la psicanalisi, si può dire che la cifrematica, la scienza della parola, si trovi nella condizione di dare non solo un contributo, ma addirittura uno statuto alle altre scienze, anziché riceverlo.

Riguardo al significante rivoluzione, esso inerisce al rivolgimento, al ruotare attorno a qualcosa. Nell’ambito dell’epistemologia una rivoluzione scientifica risulta vera nella misura in cui vengono precisati degli enunciati che procedono da vari esperimenti e verifiche, secondo cui viene modificato il paradigma. Tutto ciò dà luogo alla cosiddetta incommensurabilità tra teorie scientifiche rivali dovuta al loro confronto e precisata da Kuhn; cioè i termini utilizzati, essendo letti altrimenti, negano quel determinismo scientifico che di solito sta alla base del naturalismo. Scrive Thomas Kuhn nella Struttura delle rivoluzioni scientifiche:

Quando ripudia un paradigma passato, una comunità scientifica cessa al tempo stesso di considerare come oggetto di studio adatto per la formazione professionale la maggior parte dei libri e degli articoli in cui quel paradigma era stato incorporato. L’educazione scientifica non fa uso di qualcosa che equivalga ad un museo di opere d’arte o a una biblioteca di classici, e la conseguenza di ciò è talvolta una drastica distorsione dell’immagine che lo scienziato si fa della storia passata della sua disciplina.

Ma una rivoluzione è scientifica in quanto intellettuale. Il rivolgimento, il ruotare attorno, impedisce qualunque passaggio da un paradigma a un altro. Il confronto è con l’assoluto e non relativo a una realtà oggettiva che garantirebbe una oggettività scientifica. Venuto meno, perché fallito, il sistema di traducibilità tra teorie, si tratta costantemente di reinventare nuove proposte, distanti da quello scientismo dottrinale e epistemologico che, poggiando sull’idea che esista il metalinguaggio, ha costituito un esercito di tecnocrati sputasentenze che snocciolano le nuove acquisizioni scientifiche a ritmo giornaliero. Scrive Armando Verdiglione nel Giardino dell’automa:

Nulla di esemplare: ciascun esempio risulta un controesempio perché dimostra quanto c’è d’incompatibile. Ciascun esempio è un paradigma clinico. Nell’innecessità!

Nel sistema epistemologico c’è costantemente una necessità che non può mai essere disattesa, pena l’inammissibilità di una teoria: gli enunciati scientifici hanno una valenza nella misura in cui possono essere dimostrati. La questione sta proprio qui, cioè nell’esigenza costante della dimostrazione e della dimostrabilità. Aristotele distingueva tra ragionamento dimostrativo e ragionamento argomentativo. Il dimostrativo, essendo apodittico-deduttivo, non può essere messo in discussione.
L’argomentativo, o anapodittico, viceversa occorre che sia messo in discussione.

La dimostrazione mediante deduzione è l’elemento più convenzionale dell’epistemologia. Comporta l’idea di fissazione dell’oggetto scientifico, la possibilità di riconoscerlo in quanto tale, di poterlo ritrovare e mostrare nell’ambito sperimentale sempre uguale a se stesso. Alfred Tarski nell’Introduzione alla logica sottolinea come il metodo deduttivo sia “il più perfetto di tutti i metodi impiegati nella costruzione delle scienze”. Scrive Tarski:

L’applicazione del metodo deduttivo darà i risultati richiesti solo se tutte le definizioni e dimostrazioni assolvono completamente al loro compito, cioè, se le definizioni delimitano completamente il significato di tutti i termini da definirsi e se le dimostrazioni ci convincono pienamente della validità dei teoremi da dimostrarsi.

L’esigenza di formalizzazione delle definizioni e delle dimostrazioni comporta l’interscambiabilità del sapere con la verità, entrambi dati come causa. Il problema per l’epistemologia è quando un enunciato scientifico non può in nessun modo essere dimostrato, in quanto l’oggetto sito nella parola è mobile, semovente, incaptabile e invisibile, dunque cinematico.

Matematica e contraddizione

Nello stesso anno in cui fu pubblicata L’interpretazione dei sogni di Freud, il 1900, il matematico David Hilbert tentava una rivoluzione nell’ambito della stessa matematica, un’estrema formalizzazione. Secondo questo autore gli assiomi non devono essere più considerati come il risultato di attività dimostrative ma come punto di partenza del procedimento matematico. Questa teoria assiomatica - meta-matematica come l’ha definita Hilbert - in pieno aristotelismo, stabilisce che l’unico criterio valido per i sistemi assiomatici è la non contraddittorietà del sistema. Il compito principale per stabilire i fondamenti della matematica sarebbe quello di esaminare preliminarmente i discorsi che si fanno intorno agli enti matematici, per accertare che non siano contraddittori, soddisfacendo nel contempo il secondo principio di Aristotele. L’incontro fra matematica dei numeri e logica degli enunciati troverà in Bertrand Russell il suo più famoso assertore.

Ma Kurt Gödel nel 1931, metteva in crisi il progetto utopico di Hilbert in quanto negava la possibilità di formalizzare la dimostrazione di non contraddittorietà. Per altro versante, Freud nel 1915 con la sua Metapsicologia sottolineava che l’inconscio non conosce il principio di non contraddizione. Il teorema di indimostrabilità di Gödel fu equiparato da Willard van Orman Quine al famoso paradosso del mentitore di Epimenide. In altre parole l’arbitrarietà di stabilire un criterio non contraddittorio per dimostrare la verità e la falsità di assiomi logico-matematici sarebbe valida a patto di escludere la messa in discussione del criterio stesso.

Una rivoluzione non è una riforma! Una riforma è una trasformazione per mezzo della tecnica, la rivoluzione no. Una riforma scientifica viene attuata attraverso una legge, la rivoluzione detta una legge. Il computer per esempio ha portato sicuramente a una modificazione di tutta la struttura scientifico-epistemologica, ma non l’ha rivoluzionata. Una riforma porterebbe a scomporre un guanto fino a ricomporlo in modo differente, la rivoluzione lo rivolta completamente per poi distruggerlo e farne uno ex novo, non basandosi sugli elementi precedenti. Ma non si tratta, come sostiene Kuhn, di individuare nel paradigma scientifico l’anomalia, cioè l’ineguale, che introdurrebbe un nuovo paradigma, inficiando a volte quello precedente. Non si tratta neppure di confronto tra teorie rivali che confermerebbe la loro incommensurabilità - per questo già l’anarchia scientifica di Feyerabend sosteneva che ogni teoria, avendo la propria esperienza, impedisce l’attuazione di qualunque confronto tra teorie. Si tratta invece di cogliere l’elemento che comporti una distinzione assoluta, un’eccezione lontana dal verificazionismo , dal rettificazionismo o dalla falsificabilità. Non un criterio di demarcazione tra scienze e non scienze come vorrebbe Popper, ma qualcosa che causi effetti rivoluzionari di senso, di sapere e di verità.

Scrive Armando Verdiglione nell’Altro tempo della psicanalisi:

L’epistemologia non ha trovato finora il suo statuto epistemologico perché il sembiante non può essere isolato: è per questo che ciascun supposto metalinguaggio si può fare oggetto di un altro metalinguaggio. In modo interminabile. Come può l’epistemologia fornire i principi universali della scienza se non cristallizzandosi in una dottrina ovvero rinunciando al lavoro scientifico?

L’epistemologia, e quindi il discorso sulla scienza, poggia proprio sui principi di classificazione. La struttura dell’università si può dire che funzioni in questo modo: ciascuno ha il proprio settore e si occupa di una ricerca ben specifica. Questo conferma il famoso adagio in cui viene sottolineato che ciascuna scienza ha il suo oggetto di indagine. Trovato l’oggetto di indagine, abbiamo la scienza.
Ma la scienza non è l’epistéme, nessuna teoria della conoscenza in quanto la ricerca scientifica non finisce. Il positivismo ottocentesco si era posto il problema della classificazione delle scienze. Ma un conto è il settore della scienza, un conto è la classificazione che implica una suddivisione delle scienze. Scienza: da SCÌENS, part. pres. SCÌRE, rad. SKAD-, SKID- = sscr. CHID-scindere, tagliare, discernere. Nessun taglio epistemologico-classificatorio in quanto la scienza è già taglio!

Certamente la scienza con Leonardo, con Galilei non è più la stessa. La peculiarità rinascimentale di molti autori, come Leonardo, come Freud, come Vico implica un’intersettorialità distantissima dal sapere sulla scienza. Il tedesco Keplero, dovendo calcolare la traiettoria dell’orbita del pianeta Marte, utilizza sia i calcoli tolemaici sia quelli copernicani per riuscire a fare questa precisazione (l’ipotesi formulata da questo autore portò Peirce a citarla come esempio di abduzione). Dunque, nonostante la nuova teoria scientifica, gli elementi della vecchia continuano a sussistere finché, come dice Planck, i suoi assertori non passano ad altra vita.

Scienza e linguaggio

Ciascuna scienza sembra avere il proprio oggetto di indagine: per la linguistica la lingua diviene oggetto di studio e di ricerca; per la medicina l’oggetto è il corpo, la malattia; per la geometria il rapporto tra le grandezze delle linee e dei volumi; per la matematica il calcolo e i numeri, ecc. Ai tre metodi che sono invalsi nel ’900 per dare una definizione di scienza esatta, la rettifica, la verificazione e la falsificazione, occorre aggiungere la riproducibilità, condizione essenziale per il ritrovamento degli stessi effetti per dimostrare la validità della teoria scientifica.
Ma nessuna scienza è al di fuori del linguaggio! Le cose non esistono in quanto tali, ma esistono perché entrano nella parola. Anche ciò che è definito linguaggio non verbale occorre che entri nella parola. La questione è sempre quella della comunicazione, della testimonianza, del messaggio. Sappiamo della comunicazione non verbale sulla base di una formalizzazione linguistica, cioè non al di fuori del linguaggio. Certamente gli enunciati della scienza vanno verificati, ma i criteri di verifica non sono vuote e astratte formule per stabilire la verità o la falsità di un enunciato. Semmai la verifica, anche con il pretesto di un accertamento del vero, apre a un nuovo rilancio dell’enunciato stesso, restando in ciascun caso inadeguata all’oggetto, in una continua sopravvalutazione. La verifica non è la finalizzazione della ricerca, non c’è nessun cerchio da chiudere perché la ricerca, il ruotare intorno, si confronta con l’assoluto e non con il relativo. La stessa lingua, presa e intesa come entità al di fuori della parola, diviene oggetto relativo nell’esempio della scienza linguistica, cioè diviene un metalinguaggio per stabilire, parlando, quali sono le norme, le regole e i motivi della lingua, decidendo se quello che la linguistica dice è vero o falso. È chiaro che l’epistemologia, creando in ciascuna occasione un metalinguaggio, tende a stabilirlo partendo dalla verità come causa. Come se ci fossero già i presupposti ben precisi della scienza, si tratta solo di applicarli per verificare se quello che viene affermato è vero o falso. Tutto ciò perché, sia nella laicità della scienza, sia nella sua religiosità, c’è sempre alla bisogna un dio cartesiano non ingannatore, garante universale. In assenza di una dogmatica, un’affermazione in ambito scientifico diventa opinabile, perché tutto diviene relativo. Per esempio la famosa teoria della relatività sottolinea che la sedia non è immobile come le antiche teorie avrebbero sostenuto, ma anch’essa è in movimento per il semplice fatto che la sedia poggia sulla terra e la terra gira: in base a questa differente prospettiva cui mi rivolgo per l’indagine, si modifica qualche cosa. Non esistono oggetti fermi, immobili. Anche quando entriamo nello specifico in cui è sottolineato che questa sedia è immobile, quello che importa non è tanto la cosiddetta realtà oggettiva, quanto la constatazione che l’enunciato nel suo intervento procede dal contesto, cioè dall’atto di parola, dalla sua apertura.
Per esempio, la linguistica con Jakobson sottolinea come i pronomi personali siano punti di partenza del discorso, ma non c’è niente di più impersonale dell’io, del tu e del lui -non pronomi ma aspetti dell’oggetto nella parola. Considerandoli pronomi, siamo ancora nella logica aristotelica, dove ognuno ha una sua opinione, e questo manterrebbe il pluralismo della scienza in assenza di ricerca. Questo pluralismo della scienza non comporta che ci siano 100 teorie scientifiche, ma solo 100 epistemologie, discorsi sulla scienza.
Dunque di che si tratta? Si tratta di fare un attraversamento, una lettura del testo e di ciò che Armando Verdiglione chiama discorso occidentale per elaborare quegli aspetti, quegli elementi originari che procedono sicuramente dal linguaggio, però tenendo conto che non ci sono blindature o divieti di accesso a questa o a quella teoria scientifica. Non è una questione di sortite nel campo di altre scienze, come scrive Severino, ma semmai di trovare nell’intersettorialità e nell’internazionalità (e non trasversalità come da alcuni anni viene proposta la ricerca scientifica non specifica del proprio settore) la pratica di invenzione e di arte, di cui ciascuno dà testimonianza rispetto alla propria particolarità e al proprio specifico.
Dunque, non si tratta di stabilire se un enunciato sia vero o falso, ma come è svolto, come è precisato, qual è l’originarietà del messaggio, della comunicazione, qual è la novità. Occorre aggiungere che un enunciato scientifico procede dall’inconscio, dunque non c’è più possibilità di poter dirigere o padroneggiare quello che si dice. È chiaro che ogni volta che introduco un elemento nuovo, questo va a confutare e a rimettere in discussione quegli enunciati che sembravano assolutamente validi, a dispetto di quello che poteva essere la loro validità fino a quel momento. Il passaggio dal modo della scienza all’epistemologia è nel momento in cui di una scienza ne faccio una dottrina insegnabile in modo catechetico, ed è quello che avviene costantemente. Quindi anche una dottrina scientifica diventa a tutti gli effetti una dottrina religiosa, cioè ha tutti i presupposti della religione. Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo va a discutere proprio su questo aspetto; il dialogo è appunto tra Salviati, Sagredo e Simplicio, dove quest’ultimo sosteneva le tesi aristoteliche solo su base apodittica (ipse dixit, le ha dette il filosofo) negando l’esperienza in riferimento al movimento stesso della Terra. Già soltanto l’invenzione del cannocchiale ha permesso di modificare quelle che invece erano le credenze comuni in voga. Dunque, trovare non tanto nell’evidenza, quanto nella constatazione che le cose non sono come tali, è questo il criterio della scienza e della ricerca.

I criteri comuni di valutazione dell’epistemologia

Non c’è relazione con l’oggetto, l’epistemologia continua a sostenere una relazione intrinseca con l’oggetto di cui si occupa, come se potesse padroneggiarlo. L’idea di verificazione, com’era professata dal circolo di Vienna, era un tentativo di padroneggiare la parola. Se partiamo dal presupposto che ci sono dei punti fermi (come abbiamo constatato neanche la sedia è ferma), non c’è assolutamente possibilità di prevedere o prevenire qualcosa. Altra cosa è la profezia scevra dal misticismo. Eppure il tentativo di previsione è sempre alla ribalta nel discorso scientifico-epistemologico. Un esempio è la teoria delle catastrofi prospettata da Vladimir Arnol’d e René Thom, teoria inglobata in un sistema epistemologico. Il calcolo effettuato intorno alla catastrofe, cioè la possibilità di prevedere un cambiamento improvviso, rientra in un sistema che può essere elaborato in modo matematico. Ma se interpellato, un sismologo dirà che, nonostante gli infinitesimali calcoli effettuati per stabilire dove avverrà il prossimo terremoto - e specialmente con quale intensità di magnitudo -, resta impossibile qualunque certezza intorno a questa materia. Eppure i calcoli statistici attraversano ciascun ambito della società, scientifica e non: dalle teorie sui fotoni ai titoli di borsa. La questione si è costituita quando la teoria della meccanica quantistica ha sostituito già nei primi anni del 900 la cosiddetta ananké greca, cioè la necessità, che nell’accezione originaria, assoluta, non è ontologica, cioè non riguarda né l’essere né l’avere ma il fare.

Ecco cosa scrive Max Planck in un articolo del 1914, intitolato Leggi dinamiche e leggi statistiche:

La teoria e l’esperienza ci costringono dunque a distinguere fondamentalmente, in fisica, fra necessità e probabilità, ed a chiederci, in presenza di ogni fenomeno che ci paia regolato da determinate leggi, se si tratta di leggi dinamiche o statistiche. [...] Non ci sarebbero più in natura leggi dinamiche, ma solo leggi statistiche: il concetto di necessità assoluta verrebbe eliminato dalla fisica. Ma questo modo di vedere si appalesa per un miope fatale errore anche se non si tiene conto del fatto che tutti i processi reversibili, senza eccezione, sono regolati da leggi dinamiche che non c’è nessun motivo di lasciar cadere. La fisica non può infatti fare a meno della premessa che esistano leggi assolute, come non può farne a meno qualunque altra scienza della natura o dello spirito, e le stesse conclusioni della statistica, di cui stiamo parlando, non avrebbero senza di quelle alcuna base. [...] ogni statistica può dire la prima parola, ma mai l’ultima.

La meccanica quantistica è stata scambiata con il probabilismo, e da qui è nata la cosiddetta scienza statistica; non importa più in quale fenditura il fotone andrà a colpire, importa che nella rosa di queste fenditure comunque qualcosa colpirà. Le scienze statistiche sono anche alla base della televisione, come alla base dell’opinione pubblica e di quella politica: i dati “auditel” sviluppati con sistema statistico, indicano quale programma televisivo ha maggior pubblico, da qui gli investimenti e gli acquisti degli spazi della pubblicità; gli exit-poll compilati durante le elezioni prospettano, con scarti che secondo gli analisti si aggirano intorno all’1%, chi uscirà vincitore dallo spoglio delle schede; allo stesso modo l’influenzamento dei media rispetto a teorie e pratiche riguardanti scienza, scuola, società tout court, hanno valore dominante rispetto al formarsi stesso dell’opinione pubblica. Verità e falsità sono regolate da criteri statistici che determinano il regime imposto dalla massa già prospettato da Elias Canetti in Massa e potere. In altre parole questo regime possiamo chiamarlo la “dittatura della democrazia”.

In tutto ciò, nulla di nuovo. Negli anni settanta del secolo scorso, ma in parte ancora oggi, forse si sarebbe gridato alla dittatura dei pochi che regolano e impongono il bisogno dei molti. Ma una cosa è certa, la scienza statistica e le teorie probabilistiche non tengono conto del caso dell’unico. L’eccezione non conferma la regola ma ne è la condizione. Parafrasando Planck, non c’è nessuna legge senza linguaggio, non esistono leggi senza linguaggio; parlando, gli elementi dell’etica, gli elementi della scienza sono gli stessi di cinquecento anni fa nel Rinascimento, o duemila anni fa durante l’Impero Romano. Sono gli elementi del funzionamento. Gli elementi, indica Verdiglione, sono il nome, il significante e l’Altro.
La cifrematica sottolinea proprio come questi elementi, nella combinazione tra l’arte e la scienza, siano alla base di ciascuna rivoluzione scientifica distante dagli accademismi dottrinari che tentano di padroneggiare la scienza, l’arte e la cultura. Le cose si rivolgono alla cifra, alla qualità. La cifra non ha nulla a che vedere con la significazione. Tolta la significazione, l’epistemologia crollerebbe, per il semplice fatto che non è più necessario che esista un criterio di falsificazione, di verificazione o di rettifica in quanto verità e falsità non sono in contrapposizione esclusiva, cioè non formano un sistema. Vero e falso semmai partecipano del modo di sopravvalutazione, cioè di un’inadeguatezza rispetto all’oggetto della scienza della parola. Solo nell’idea di fine delle cose, come fine del tempo, ci sarebbe significazione. La cifra non è un fine ideale da raggiungere, se così fosse verrebbe tolto il rivolgimento, la rivoluzione. Anche domandandosi in modo pedante e filosofico che cos’è la cifra, la risposta è: l’insignificabile per eccellenza. Senso, sapere e verità sono effetti, non cause.

Dunque gli elementi, così come la tripartizione del segno, sono il nome, il significante e l’Altro - elementi nell’atto, elementi in atto. Nessuna regressione nella scienza, tanto meno nessuna progressione. La ricerca è questo andare intorno, l’oggetto è condizione della ricerca, ma l’oggetto non è conoscibile, a meno che non si faccia dell’epistemologia re-instaurando il concetto, cioè la presa sull’oggetto. La ricerca, ciascuna volta in atto, è infinita.

C’è una frase di Armando Verdiglione che dice:

La scienza è chiamata a produrre e a consacrare la dottrina di una dogmatica generale che sostenga nella semplicità di poche parole la costituzione di una comunità.

Le domande che la scienza si pone, cioè le domande cosiddette fondamentali (quelle che si possono enunciare parodiando: Chi siamo? Dove andiamo? Ecc.) - curiosamente-ironicamente e implicite-esplicite - sono le stesse poste agli esordi di ciascuna disciplina scientifica, spirituale o fisica che sia. Filosofi, scienziati, artisti, sono interpellati costantemente, ma ciò implica la testimonianza di un loro percorso, un loro itinerario che può sfociare anche con un contributo alla civiltà e alla vita, ma in tutto ciò nessuna delega. Questa assenza di delega implica che il senso, il sapere e la verità non sono insegnabili, cioè non costituiscono un sistema di segni da trasmettere senza tradurre e trasporre. Del resto, come può la scienza investire tutto sulla pentecoste, in odore di elusione, scartando babele?

Mario Boetti, cifrematico, ricercatore, presidente dell’Associazione culturale "L’Arca della parola" di Bologna.

1 agosto 2005


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