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L’impossibile genealogia dell’odio

"Private" di Saverio Costanzo

Moira Bruni

Al di là delle rappresentazioni, ciò che mi ha colpito nel profondo è un’unica frase, la stessa, letta in alcune delle interviste effettuate agli attori, palestinesi o israeliani:
“Spero che la gente capisca il perché ho girato questo film”.

(24.07.2005)

Uno, più di ogni altro, è il film che merita di esser visto in questo periodo, per riflettere sugli eventi drammatici degli ultimi giorni e convogliare rabbia e dolore in senso della dignità.
"Private" è il primo lungometraggio di Saverio Costanzo, più noto, ma non ancora per molto speriamo, per essere figlio di Maurizio.
Con questo film, bellissimo in ogni sua parte, il regista e sceneggiatore (in collaborazione con Sayed Qashua, Camilla Costanzo e Alessio Cremonini) ha vinto il Pardo d’oro al 57° Festival di Locarno.

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Hiko Yoshitaka, "Leggere Alexandre Grothendieck", 2007

Il soggetto è tratto da una storia reale, di cui era venuto a conoscenza durante un viaggio in Palestina. Gli attori, Israeliani che interpretano israeliani e Palestinesi nel ruolo di palestinesi, probabilmente condividono davvero tensioni e reazioni così ben rappresentate nel film.

La sinossi è il quadro di ciò che da decenni imperversa nei telegiornali di tutto il mondo: militari dell’esercito israeliano penetrano con la forza nell’abitazione di una famiglia e ne fanno il loro quartier generale. Da qui la costrizione ad abbandonare la casa o a rimanere, subendo le imposizioni dettate da chi ha le armi.

Il punto di vista è palestinese.
Una camera a spalla ci porta negli occhi e nelle vite dei protagonisti senza dar l’impressione di tesserne il copione ma semplicemente cogliendo i guizzi di rabbia e di ribellione, intravedendo semmai ciò che potrebbe o non potrebbe accadere di loro.

Ciascuno ha un modo di reagire che lo distingue dagli altri. Ciascuno, a modo proprio, si ribella.
Che si riesca a rappresentare, senza psicologismi, pacifismi o ideologismi, il quadro della varietà delle reazioni, buone o cattive, sperate o respinte, che sottendono la vita di chi vive a confine con la morte, ogni giorno, senza averlo scelto per missione, già questo è degno di nota verso chi ha avuto il coraggio di farlo.

Che poi si rasenti il capolavoro grazie agli occhi, ai volti, i capelli spettinati, i chiari e gli scuri, questo, sì, fa finalmente pensare ad un cinema d’autore. Che inoltre sia italiano (anche la location, filmata per cinque settimane in un Sud triste e vuoto), che sia “giovane”, riempie ancora più di orgoglio. Che sia, infine, condivisa l’idea centrale alla base del confronto (o dei confronti) rappresentato, questo invece mi riempie di speranza.

Il film inizia con un fatto scatenante ed ha solo apparentemente una fine, quella con cui si ricomincerebbe un’altra storia, la stessa di prima, con un motivo di speranza di più (la figlia maggiore, dopo aver a lungo contrastato il padre, assieme alla madre e agli altri fratelli, si convince, grazie all’aver vissuto, in prima persona, l’esperienza che l’altro da te, quello che combatti e ti combatte, non è solo fonte di morte) ma sempre nella consapevolezza che basti una, seppur piccola, solitaria deviazione di pensiero ad annullare tutti i motivi per cui scegliere una resistenza non violenta rispetto alla ricerca del sangue.

L’azione generata dall’odio, infatti, riesce a generare più facilmente altro sangue, anche laddove il terreno è ottimale, dove l’esempio è illuminante, dove tutto sembra funzionare.
Per generare il disastro, basta il gesto sconsiderato di uno, anche contro tutti.
E infatti, come nella vita, non si salva colui che ha deciso di non farlo ma anche coloro, molti, che avevano scelto vie diverse.

Al di là delle rappresentazioni, ciò che mi ha colpito nel profondo è un’unica frase, la stessa, letta in alcune delle interviste effettuate agli attori, palestinesi o israeliani:
“Spero che la gente capisca il perché ho girato questo film”.
In quei posti, realizzare un film non significa, infatti, come qui, sfidare semplicemente il botteghino.

Lamporecchio, 21 Luglio 2005

Moira Bruni, poeta, lettrice d’arte e di cinema.


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