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Intervista inedita del luglio 2002

Giuseppe Pontiggia. Intervista sulla psicanalisi e la filosofia

Giancarlo Calciolari

"A me interessa la letteratura più radicale nell’invenzione, nel senso del ritrovamento, anche nel senso heideggeriano, della verità che è depositata nel linguaggio; ma tutti la ignorano, ma l’uomo la ignora".

(18.07.2005)

Qual è l’influenza intellettuale, nel tuo itinerario, di alcuni pensatori dei tempi moderni? Quali sono gli autori essenziali con cui occorre confrontarsi, con cui ti sei confrontato, con cui ti confronti? Freud, Jung, Heidegger?

Direi che questi sono quelli che hanno avuto un’influenza maggiore sia sulla scrittura sia sulle prospettive, per lo meno subito dopo l’adolescenza. Mi soffermo brevemente su altri che hanno avuto influenza, ma meno importante.

Croce è stata una lettura che mi aveva entusiasmato intorno ai quattordici anni. Ho fatto una lettura sistematica e approfondita che mi aveva dato l’illusione di una chiarezza rassicurante, quasi definitiva nell’ambito della prospettiva estetica. Poi questa visione è entrata rapidamente in crisi attorno ai venti anni. Sia imbattendomi in autori straordinariamente complessi e problematici, sia studiando a fondo la poesia moderna, che Croce aveva radicalmente frainteso. E poi, aderendo al gruppo del “Verri” di Anceschi, leggendo i suoi poeti, avevo colto limiti così profondi nell’orizzonte crociano, e mi avevano invece interessato moltissimo gli apporti di altre scuole di pensiero, come il romanzo ottocentesco, e mi ero laureato nel 1959 con una tesi sulla tecnica narrativa di Svevo, che partiva come premessa dal superamento dell’idea crociana che la tecnica fosse un semplice diaframma pratico tra l’intuizione e l’espressione. Avevo avuto una sorta di rigetto verso Croce. Nell’ultimo decennio, invece, ho recuperato l’importanza di Croce, seppure sfrondato da questa illusione di sistemazione definitiva. L’ho recuperato come pensatore radicale, in fondo non molto diverso nelle sue aporie da Wittgenstein. Croce ha una apparente semplicità, un’apparente chiarezza. In realtà se lo si approfondisce rivela problematicità speculative insormontabili, però anche molto interessanti.

Un esempio?

Croce non faceva una differenza qualitativa tra le espressioni poetiche di Petrarca e quelle di una lettera di un innamorato. C’era una differenza quantitativa. Entrambi erano un’espressione poetica dei sentimenti. Questa era già una posizione. Poi la posizione radicale: la parola come creazione unica. Ogni volta la parola era una creazione unica. Parola poetica. E anche questo pone problemi grandissimi sul piano della comunicazione e della traduzione. Poi mi ha interessato molto anche la sua idea di letteratura, di espressione letteraria, che mi aveva colpito e affascinato da ragazzo, e ne ho ripreso la ricchezza in tempi recenti.

Ho fatto un saggio su Pareto, scrittore, e una parte di questo saggio è dedicata - per contrastarla ma anche per accettarla - alla teoria di Croce dell’espressione letteraria diversa dall’espressione poetica, dall’espressione oratoria; l’idea che lui aveva messo a punto nel volume La poesia del 1936.
Poi, tra i pensatori, mi avevano affascinato Williams James, le varie forme della coscienza religiosa, l’idea che la verità etica religiosa la si rivela nei frutti.

Ecco per me era stata proprio una folgorazione l’incontro con Freud. Questo è avvenuto a ventidue anni. L’incontro era stato differito di alcuni anni da una lettura che avevo fatto, e che è il Sommario di psicoanalisi di Cesare Musatti. L’avevo cominciato, ero andato avanti e poi a un certo punto... l’ho trovato insopportabile. Riconosco i suoi meriti storici, ma da un punto di vista...

Lo hai trovato “sommario”. Il suo era Trattato di...

Ho anche ammirazione per Musatti, ma la sua lettura di Freud non mi aveva affatto coinvolto, tanto è vero che ho smesso. È servito per farmi capire la differenza tra il genio e l’epigono. Il genio scopre il continente, l’epigono disegna dei posti, magari con maggiore precisione. Il primo comunica l’esaltazione della scoperta, comunica una forza, una energia che si irradia sulle sue pagine, mentre l’epigono può riprendere e sviluppare i concetti. Mentre il primo è una fonte irradiante, il secondo è uno specchio opaco.
Mi ero imbattuto nel Compendio di psicoanalisi di Freud, e l’avevo trovato folgorante, anche sul piano stilistico. Poi mi sono buttato a leggere tutto quello che potevo trovare di Freud. Tutto quello che era reperibile. Questo mi aveva suscitato un entusiasmo, una forma di brama maniacale di leggere tutti gli scritti di Freud. Ero soggiogato dalla sua intensità di scrittura, poi dalla complessità della sua analisi, e anche dalla sua luce cupa, torbida. Uno scienziato geniale, ma anche visionario, e anche per momenti tragico.
Mi aveva comunicato un tale entusiasmo per la psicanalisi che avevo anche pensato di fare lo psicanalista, e durante il servizio militare avevo fatto il corso ufficiali perché pensavo che consentisse di leggere di più. Viceversa consentiva di leggere meno. Però io ero talmente deciso a leggere che sono riuscito a leggere cinquanta sessanta pagine al giorno, e ho sopra tutto letto Freud. Potevo anche, dopo la lettura dell’Interpretazione dei sogni, ascoltare i sogni di alcuni commilitoni e li spiegavo loro e al tempo stesso chiedevo precisazioni. E mi ricordo di aver fatto due o tre interpretazioni che li avevano lasciati stupefatti.

Ero molto contento di avere questi strumenti che offrissero chiavi interpretative. Poi non so quanto fondate; comunque al momento mi avevano dato una conferma. Poi mi ricordo dell’ufficiale medico che avvertiva la mia lettura come una sorta di competizione, mi diceva che avevo una preparazione sulla psicanalisi, su Freud ma che non sapevo che cosa fosse una cellula. Freud consigliava la preparazione medica, anche se non ne faceva una questione didattica. Però gli ho riconosciuto questa competenza medica che non avevo.

Tra i libri di Freud ce n’è qualcuno che emerge per importanza?

L’interpretazione dei sogni, il Compendio di psicanalisi, la Psicopatologia della vita quotidiana, Mosè e il monoteismo. I casi clinici sono importanti. Anche Inibizione, sintomo e angoscia... Poi ho approfondito, leggendo l’epistolario, la corrispondenza con Fliess, la biografia di Jones... E poi, però, mi ero imbattuto in Jung e questo aveva determinato un cambiamento. Vedevo in Jung una dilatazione del paesaggio interiore, e poi una interpretazione diversa dell’inconscio, che per Freud è individuale e per Jung invece è proiettato intorno alla comunità. Questa cosa mi sembrava un’interpretazione, non dico più rassicurante, ma più vicina a quella dinamica di cui scoprivo la presenza.
Una lettura per me capitale di Jung è stata quella dei Tipi psicologici. E poi ho letto gli altri libri, tra i quali, Simboli e trasformazioni della libido, gli scritti sull’alchimia...

Qual è per te la lezione di Freud? E quella di Jung?

La lezione di Freud è quella appunto di avere scoperto un continente. Anche la stessa parola inconscio era stata usata da Hartmann, ma Freud è stato quello che ne ha fatto il centro motore della vita psichica. E poi la sua genialità di scrittore. La cosa che mi affascinava in Freud era lo stesso determinismo, lui parla di una infallibile catena, e la forza visionaria anche nel dimostrare questa concatenazione, anche se a un certo punto della costruzione è immaginaria.
Jung mi ha spalancato altri scenari. Innanzi tutto le connessioni con la storia e la cultura mi sembravano molto più sottili, ramificate, e affascinanti in Jung che in Freud. La teoria dell’orda primitiva e quella di Mosè e il monoteismo non mi persuadevano.

È un mito.

Un mito scientifico, positivistico, l’uccisione del padre... Mentre la descrizione dei tipi psicologici applicata alla storia cultura, Origene, il sacrificium... queste cose le trovavo straordinariamente illuminanti. Tanto che mi sono rimaste impresse. In fondo sono letture di quarant’anni fa, e ricordo ancora la sensibilità, l’intuizione, il sentimento, la ragione, le connessioni.

L’inconscio di Jung è collettivo...

Anche la teoria degli archetipi mi attirava perché la vedevo come modalità di accesso alla comprensione del mito. Freud, a distanza di tempo, lo vedo sempre come uno speleologo della psiche, di una profondità inquietante. E Jung lo vedo come un grande interprete della vita interiore, forse più suggestivo che persuasivo. Però le sue categorie hanno avuto anche su di me una presa importante. A distanza di tempo mi sembrano a volte capziose, ben giocate, ma in un’area più culturale che esistenziale.
Freud, pur con i suoi radicalismi e anche i suoi dogmatismi, lo vedo un genio del caso umano. E Jung lo vedo come un rapsodo, molto sottile e anche molto brillante nelle connessioni tra la vita psichica e la storia culturale. Però alcuni libri di Jung mi avevano molto influenzato, come Il problema dell’inconscio nella cultura moderna. Hanno avuto un’influenza durevole, se ancora ne parlo.

C’è qualche connessione con l’aver scritto la tesi di laurea su Italo Svevo, che storicamente pare sia stato il primo in Italia a introdurre il tema della psicanalisi nel romanzo?

No, c’è stata una convergenza. Io, Svevo, l’avevo scelto perché intuivo che era un autore importante, poi avevo studiato in quegli stessi anni in cui a scuola avevo scoperto Freud. Mi ero laureato su Svevo e nella tesi parlo dei rapporti paradossali del protagonista con la psicanalisi, e poi anche del rapporto di Svevo con Weiss a Trieste.
Per La coscienza di Zeno, due o tre idee le ha prese direttamente dalla psicanalisi, per esempio il lapsus di seguire il funerale di un altro. Svevo stesso aveva il senso ironico della psicanalisi, e io capivo che quello era anche un atteggiamento che aveva la sua giustificazione, non solo letteraria, non solo strumentale ma anche ideale. E infatti in quegli anni ho cominciato a staccarmi dalla psicanalisi, nel senso che prima mi appariva in un certo senso la chiave di accesso al sapere, all’universo.

La chiave della scienza della vita?

Sì. Anzi, la chiave della stessa storia di un uomo. L’antropologia. Poi ho capito che le ambizioni smisurate di Freud - che lui comunica al lettore, lo fa partecipe di questa ricerca totale - non avevano invece un corrispettivo nella mia esperienza. La psicanalisi rivelava i suoi limiti, pur essendo une tendenza fondamentale come esplorazione dell’interiorità. Da allora ho coltivato l’interesse per Sigmund Freud, ho studiato altri psicanalisti, come Adler, Matté Blanco, ma non più nella prospettiva totalizzante che mi aveva interessato tra il ’55 e il ’65.
Contemporaneamente alla lettura di Freud c’è stata la lettura del Mondo come volontà di rappresentazione, nel ’59. Anche quella molto importante, la volontà di vivere come forza motrice, e poi l’esemplificazione splendida che mi offriva la lettura di Schopenhauer. Una lettura molto importante.
Poi letture episodiche ma importanti: Montaigne, che mi ha colpito anche come scrittore.

A metà degli anni sessanta è importante la lettura di Nietzsche, che ho studiato sistematicamente, in coincidenza con la pubblicazione delle sue opere da Adelphi. Pochi anni prima ero arrivato casualmente a Heidegger, perché avevo preso Essere e tempo su una bancarella, un’edizione Bocca, e avevo cominciato a leggerlo non sapendo quasi niente. Allora in Italia non era noto. Avevo cominciato a leggerlo ed ero stato talmente preso da qualcosa di inesorabile e di ineluttabile per cui non dovevo saltare non solo una riga ma nemmeno una parola. E cercavo di capire tutto quello che era comprensibile e in effetti ci sono riuscito. Ho avuto l’illusione di capire. Poi in realtà sappiamo che la comprensione è senza fine; però c’è stata una applicazione maniacale che è durata otto mesi. In questo modo ho anche acquisito quel suo lessico che è una necessità, un rigore.

Qual è il tuo interesse per questo pensiero?

Mi ha interessato, da un punto di vista emotivo, il sensoriale. Io dò molta importanza al sentire. La concezione di essere su una soglia di una scoperta ultima, definitiva; che poi è la sua idea che la filosofia sia dell’essere, della totalità, che sia il fondamento di tutta la scienza, di tutto il sapere. La sua percezione di avvicinarsi al segreto dell’essere. In realtà, Heidegger ci offre un’immagine dell’esserci che mi aveva molto impressionato. Anche l’analisi degli stati d’animo, la paura, la cura come modalità di essere al mondo. L’inautenticità del mondo della chiacchiera l’avevo trovata di una precisione mirabile, sia sul piano speculativo, sia sul piano stilistico, letterario. I capitoli che lui dedica al mondo della conversazione, alla mondanità, per me sono stati decisivi per capire nel senso più profondo. E poi anche l’angoscia, l’essere per la morte, le avevo fatte subito mie, citando Heidegger. Nella prefazione alla Falsaria di Lucano, era uscita da Adelphi a metà degli anni sessanta. Era che stata accolta bene dai critici e anche da qualche filologo classico.
Mi ricordo un filologo belga che aveva scritto una critica, e queste poche pagine erano state per lui importanti. Mentre era stata stroncata da un filologo italiano, che aveva detto che io applicavo a Lucano le categorie di Heidegger senza rendermi conto della distanza temporale, storica che esisteva. È una cosa grottesca. Non è che io trasformassi Lucano in un heideggeriano. L’inautentico, per esempio, quando viene vissuto da Lucano. Le narrazioni di Heidegger sono importanti per capire Lucano.

E Nietzsche?

Nietzsche per me è stato un pensatore che ogni volta che lo leggevo mi dava una carica esaltante, non tanto per le sue idee guida di fondo, come l’eterno ritorno, il superuomo.

Non ti ha dato la sensazione come Heidegger di detenere il bandolo della matassa?

No. Mi ha molto colpito con un’opera breve, Ecce homo, ma anche per il pathos che c’è dentro. Tuttora lo leggo così, proprio anche per gli stimoli che dà, perché è un formidabile aiuto a pensare. Nietzsche è un pensatore che fa pensare. E Heidegger è qualcosa di diverso, mostra, fa vedere, mentre Nietzsche mette in moto le energie, destabilizza, mette radicalmente in discussione anche convincimenti profondi. E quello aiuta a un’autosuperamento continuo.
Tra l’altro, per tornare a Heidegger, anche a quello di Sentieri interrotti, degli scritti sul linguaggio, sulla metafisica, successivamente ho fatto come per Freud.
Un pensatore che ho letto in quegli stessi anni è Wittgenstein, meno forte di Heidegger, però anche qui la percezione di essere in prossimità di una relazione radicale con l’invisibile. Una cosa curiosa che io provavo in quegli anni era che Wittgenstein fosse un pensatore mistico, e non mi fidavo di questa intuizione, ma poi ho visto che aveva un fondamento, anche se non può essere considerato solo in questo modo.
Ecco una cosa, ho letto il Tractatus abbastanza rapidamente, quindi non l’ho capito, perché non avevo più la pazienza di leggerlo come Heidegger. Di Heidegger non ho perso una parola. Il Tractatus l’ho letto, ma attento solo agli stimoli che mi dava, ma non volendo capirlo tutto.

Questi autori, Freud, Heidegger, Wittgenstein, sembrano approssimarsi alla logica fondamentale della vita. Allora, la scienza della vita è solo un’esca per qualcuno, anche per lo scrittore, oppure c’è anche qualcosa di questa logica particolare? Il romanzo, la narrazione come si pone dinanzi a questa istanza?

Esiste illusoriamente quando ci si addentra nei pensatori radicali. Hai la percezione, come un presentimento, di una visione totalizzante. Poi ti accorgi che invece è una logica che ha i suoi limiti, che può essere posta accanto a altre logiche. Ha una universalità, una sua autonomia, quando tu la affronti ti da l’impressione di prevalere su tutti. A distanza di tempo la collochi su un altro sfondo. Per lo meno a me capita così. Immagino che uno che rimanga heideggeriano tutta la vita continua a pensare che Heidegger in un certo senso sia la chiave esplicativa. Ho avuto ogni volta che mi sono appassionato a un pensatore questa speranza e ogni volta l’ho persa; ma naturalmente ho acquisito cose fondamentali, alcune delle quali rimangono, altre rivelano proprio una loro temporalità riduttiva. Altre pure conservando questa presenza devono fare i conti con altre presenze, e quindi non hanno più quel carattere totale.
Nell’Arte delle fuga ho ripreso Heidegger in due o tre punti. Non se n’è accorto quasi nessuno, perché nessuno in quegli anni lo leggeva, e poi perché generalmente i letterati non leggono Heidegger.
Ero stato molto influenzato scrivendo l’Arte della fuga dalla presenza di Heidegger. Ci sono intere sequenze che si possono capire meglio se si fa riferimento all’orizzonte di angoscia che, per Heidegger, il mondo si apre all’esserci. Dopo ho capito che dovevo liberarmi se volevo scrivere come mi proponevo in chiave realistica, pur conservando le ambizioni che avevo di andare a fondo delle cose. Ho avuto una folle ambizione su Heidegger a partire dal sessantotto fino, ma dovevo prendere le distanze.

I pensatori ti hanno dato delle influenze tematiche?

Freud, sì, nei casi clinici, per esempio, ha avuto influenza sulle Vite di uomini non illustri. Ma anche la Psychopathia sexualis di Kraft-Ebing ha avuto influenza.
Penso che l’importanza della letteratura provenga da acquisizioni di verità fondamentali sull’esistenza. Penso che la letteratura ponga domande fondamentali e risposte altrettanto fondamentali. Anche qui non assolute, che però danno l’illusione di assolute quando si scrive un racconto. Se ci si immerge nella lettura di Platone, di Joyce, di Proust si ha la sensazione di un universo che include tutti gli altri. Poi ci si accorge di no.
Un narratore lavora con strumenti diversi, con le immagini, con le parole. Le parole in un senso quasi psicotico, con connotazioni molteplici.
Nella letteratura la posta in gioco è radicale. Però i grandi pensatori sono anche grandi scrittori. Anche in loro c’è una ricchezza espressiva molto forte.
La parola del narratore ha una ricchezza significativa che non ha uguali.

Io ho sempre avuto un interesse enorme per la filosofia, e l’ho anche manifestato in saggi, ed è presente nel mio lavoro narrativo.
Una cosa importante è stata l’influenza del pensiero taoista, e questo fin da bambino. Ho letto Lao-Tse nella traduzione di Castellani, poi ho imparato a memoria quasi tutto di quella traduzione e ha avuto molta influenza sia sui miei comportamenti: non agire, non accettarsi, non... E poi la visione un po’ antitetica del tao che non è il tao... Un pensiero paradossale.

Queste cose hanno avuto influenza poi anche nella narrativa. Pochi se ne accorgono, o non hanno interesse per la filosofia orientale, o non hanno interesse per la mia opera, o non hanno interesse per entrambe. Ma in realtà chi ha interessi per la cultura coglierebbe questi aspetti. Io ogni tanto ho parlato del non agire, a proposito di Rex Stout, ho fatto un saggio su di lui, il detective che si mantiene immobile.

E rispetto ai pensatori antichi?

Eraclito è stato quello...

Più taoista?

È il più taoista. Eraclito, l’ho letto dai venticinque anni in avanti. Poi Epicuro sul piano del benessere, della malinconia e della civiltà. I sofisti sono una miniera alla quale ha attinto Platone. Mi ha più colpito Eraclito che Platone.

Aristotele che formalizza Platone espunge la contraddizione, espunge Eraclito.

Certo. Tutta la nostra lettura dei platonici e dei presocratici, come anche la lettura della retorica, è molto condizionata dai dialoghi di Platone. Poi, naturalmente, Gorgia è uno dei pensatori che più mi ha appassionato, che ho studiato di più. La retorica l’ho studiata a fondo; ho letto molti libri sulla retorica. E tuttora mi sento stimolato dalla sua lettura. Ovviamente non ti dà l’emozione di Heidegger.

Dalle tue letture e dai tuoi interessi pare emergere il paradosso come motore del tuo modo di scrivere, il due inconciliabile, come testimonia Nati due volte.

Io vedo una completezza emotiva e tematica verso il paradosso, la sorpresa, lo spiazzamento. Se parliamo del percorso speculativo, appunto, io vedo sempre il pensiero nella sua accezione più importante, il desiderio di conquista dell’ultima soglia e l’impossibilità di arrivarci; anche se, studiando ancora, questa ultima soglia viene sempre spostata ulteriormente. Io però non voglio dimostrare che la meta è paradossale. Questo è già dimostrato, in un certo senso. Ma mi interessa invece scoprire le forme incarnate sul piano essenziale dal paradosso, quelle che più aprono orizzonti, permettono conoscenza. In Nati due volte, il padre è molte volte sorpreso, dal sapere del figlio, della propria stupidità, della propria inadeguatezza. Però questo segna un’ulteriore acquisizione.

È un pretesto la paradossalità? Le cose cominciano dal paradosso senza più essere paradossali?

Ammettiamo il paradosso per dire che la realtà ci sfugge costantemente. Il paradosso esige una realtà dell’esperienza che va al di là di quello che noi pensiamo. Il paradosso mi interessa di scoprirlo in nuove verità, non per dimostrare che la vita è paradossale. Ma per scoprire queste verità.
Una narrativa che racconti l’esperienza partendo da premesse razionalistiche, storiche, concettuali, non mi interessa. Mi interessa una narrativa che scopra ogni volta imprevedibili importanti e banali. Imprevedibile che illumina l’uomo sulla sua ricchezza, e illumina la nostra esperienza.
Quello che a volte trovo debole in Pirandello, con tutta l’ammirazione che ho per la sua opera, è che a volte è un po’ appiedato dal desiderio di dimostrare che la vita è una moltiplicazione infinita delle illusioni, dei falsi rispecchiamenti, e a volte dimentica che la cosa più importante invece è il trattare questa intuizione speculativa in personaggi che consentano un ulteriore arricchimento. Intendiamoci, lo fa molte volte, però c’è anche questo aspetto.

Allora, è proprio la letteratura come invenzione a trovare i suoi strumenti per strada?

A me interessa la letteratura più radicale nell’invenzione, nel senso del ritrovamento, anche nel senso heideggeriano, della verità che è depositata nel linguaggio; ma tutti la ignorano, ma l’uomo la ignora. Però nel linguaggio comune già c’è la verità, la occulta, ma in un certo senso la mette in rilievo: come nelle parole “uomo”, “mortale”... non contengono la verità ultima però... Si tratta di scoprire ciò che nello stesso tempo viene celato.

Io sono continuamente tentato quando scrivo dalla percezione che la realtà è radicalmente paradossale, nel senso che elude continuamente le nostre possibilità di controllo, di previsione, di possesso. Quindi qualsiasi forma di dominio esercitato dal linguaggio è fine, tale che nei momenti di autenticità la realtà si presenta come caleidoscopica, antitetica, conflittuale, apparentemente contraddittoria. In realtà non è contraddittoria: risulta contraddittoria la realtà che noi vorremmo univoca. Secondo le immagini di Eraclito la realtà è contraddittoria, conflittuale, lotta di opposti.
Nella narrativa mi interessa mettere in luce questa continua lotta di opposti. Ad esempio in Nati due volte questo aspetto che riguarda varie parole ha molto colpito i lettori, perché erano abituati a letture univoche e rassicuranti. Il padre buono, il figlio più o meno amato... I lettori hanno percepito una realtà più radicale. L’arte è compresenza di tutto.

Certamente ci sono anche altri pensatori dei quali non hai parlato.

Ci sono altri pensatori che mi hanno interessato e dei quali non ho parlato. Vorrei citarne qualcuno: Hume è un pensatore per me fondamentale, che mi ha affascinato; e per partire dalla filosofia moderna c’è Nicola Cusano.

E Giordano Bruno?

Giordano Bruno l’ho affrontato più di una volta, ma non mi ha mai preso. Non so se è perché non l’ho affrontato. Mi attirerebbe molto come pensiero. Ma la lettura dei suoi testi non mi prende. Ho una resistenza al suo pensiero, pur riconoscendo una potenza sconcertante alle sue immagini. Mentre in Hume il pensiero è credibile. Lo stesso vale per altri pensatori - come Bergson, che mi ha affascinato - ma non hanno la stessa importanza di Hume.
Un altro pensatore moderno che mi ha interessato è Taubès. È un rabbino che vive un rapporto anche conflittuale con la tradizione ebraica, con la tradizione cristiana. Viene giudicato un pensatore quasi antitetico ai filosofi...

Taubès?

Jacob Taubès ha pubblicato Escatologia occidentale e Messianesimo e cultura da Garzanti e La teologia politica di San Paolo da Aldelphi. Ecco, mi interessa Taubès perché ha una volontà di pensiero radicale enorme. È una lettura emozionante. È un pensatore forte. Anche Rosenzweig comunica questa impazienza. Sono pensatori impazienti. Offrono qualcosa in cui credere e riconoscersi seppure nella sconfitta. E Taubès comunica questa esperienza.
Ce ne sarebbero ancora molti altri. Kierkegaard. Anche il suo è un pensiero problematico, antitetico, di forza stilistica.

E Leopardi filosofo?

Sì, sopra tutto come poeta, però, della vitalità. Quello che mi interessa è una lettura vitalistica di Leopardi. Comunica l’amore, la bellezza, il paesaggio. Mi interessa in questa chiave. Poi come pensatore è profondo, però a volte è anche di una analiticità a misura di una selezione.
Anche Ortega. È uno dei maggiori interpreti della società...


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19.05.2017