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Oltre la visibilità e la non visibilità sociale

La singolare pittura di Hiko Yoshitaka

Juhani Harakka

Materia pittorica che disattende la speranza facile, radicalmente impossibile, di una critica artistica che annuncerebbe di ogni pittura se sia autentica o no. Hiko Yoshitaka disattende dunque gli effetti di nomenclatura delle genealogie di potere.

(13.01.2009)

Noi siamo sempre già nella pittura con Hiko Yoshitaka. Anche a posteriori, dopo l’analisi della sua pittura, noi siamo ancora nella sua stessa pittura. Come se riuscisse ciascuna volta, Hiko Yoshitaka, a portare a compimento il progetto di Françis Bacon, quello di una pittura che va dritta al cervello, che non avendo più nessuna pretesa di naturalità, è nella sua più schietta natura naturata intellettuale.
C’è nello sforzo della critica nel sovrastare (per fargli indossare i suoi panni) o nel coprire quanto meno la pittura di Hiko Yoshitaka come una disperazione, poiché mai tale critica raggiunge la sua pittura per esaurirla in un codice semiologico corporativo.

C’è sempre, per la critica d’arte, sotto molti aspetti, la stessa speranza di trasparenza, sempre rinnovata e sempre delusa. Perché la critica ammette di partire dall’uno che si divide in due (per questo riesce a farsi in quattro per i “suoi” autori) e che tenta poi di unificarsi, nella mitologica congiunzione degli opposti, per “apporsi” e affiggersi in una trasparenza impossibile.

La materia pittorica di Hiko Yoshitaka resiste allo sforzo, a priori disperato per quanto socialmente utile, di chi tenta di descrivere il suo dispositivo pittorico sino nei tratti più minuti e nei suoi effetti di campo più globali.
Materia pittorica che disattende la speranza facile, radicalmente impossibile, di una critica artistica che annuncerebbe di ogni pittura se sia autentica o no. Hiko Yoshitaka disattende dunque gli effetti di nomenclatura delle genealogie di potere. E come Fausto De Marinis non appone la data alle sue opere, così Hiko Yoshitaka non appone il prezzo. Le sue opere non hanno prezzo: sono doni. Non regali che instaurano il ciclo del debito.

Hiko Yoshitaka non regala le sue opere a buon rendere. Il rendimento delle sue opere è irriflessivo. Non ritorna nelle tasche dell’autore, e questo mantiene distinti il valore artistico dal valore di mercato (dato dalla vendita di alcune sue opere donate).
Nessuna pressione sociale può esercitarsi sulla produzione artistica di Hiko Yoshitaka, che non è quindi frutto della sua epoca. Hiko Yoshitaka non è figlio del suo tempo. Nell’atto pittorico, le cose cominciano per la funzione di padre, solo così il figlio procede dal padre senza più farsi soggetto, senza più la credenza nell’ideologia giapponese del seppuku.

E in quella che viene chiamata l’imitazione delle opere di altri artisti (e altra è la questione delle citazioni di opere in un’altra opera), c’è forse la folle speranza della matematica di stabilire un omeomorfismo, nel contempo vano e utile, con la sorgente autentica, con l’originario, per uscire una volta e per tutte dal mondo delle copie. Il risultato è l’appiattimento e l’impossibile strip-tease dell’opera facendo un’opera dell’opera. Ovvero la critica d’arte, tenta di incasellare l’opera di Hiko Yoshitaka in una casistica totalmente prevista, in modo che ogni caso possibile (ma il caso non sottostà alla legge del possibile e dell’impossibile) sia compreso affinché la legge legale delle genealogie di potere del mercato artistico si compia totalmente.

La verità è che l’opera di Hiko Yoshitaka è intotalizzabile, inservibile per la chiacchera politicamente corretta o scorretta. Certamente, Jacques Lacan ha introdotto nella psicanalisi una metafora della non-totalizzazione, insistendo a più riprese sul “pas-tout”. Infatti, in varie opere di Hiko Yoshitaka, il tutto è una parte del niente, in particolare del niente da vedere. Le opere di Hiko Yoshitaka non sono visibili socialmente, ossia non sono leggibili con le semiologie convenzionali e anticonvenzionali. Risulta inevitabile la questione intellettuale di come vivere, confrontandosi con la sua pittura.

Hiko Yoshitaka scardina la credenza nel monologismo e nella sua altra faccia, il plurilogismo. La sua pittura è forse la risposta giapponese e anche francese all’aforisma di Armando Verdiglione: a ciascuno la sua logica.

Juhani Harakka, psicanalista. Helsinki.

Traduzione dal finlandese di Pia Kiiskinen

Prima pubblicazione: 15 luglio 2005


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