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Un contributo essenziale per intendere la direzione del terzo millennio

Cultura e povertà. Leggere Ezequiel Martínez Estrada

Zenda Liendivit

Per gentile concessione della rivista "Contratiempo" di Buenos Aires, pubblichiamo il testo di Zenda Liendivit sull’intellettuale Ezequiel Martínez Estrada, seguito dalla traduzione di alcuni passi della sua opera "Analisi funzionale della cultura". Scomparso nel 1964, Estrada ha lasciato una lettura politica ancora attuale per l’Argentina e per ciascun paese "occidentale".

(25.07.2005)

Ezequiel Martínez Estrada non era molto ottimista quando analizzava la situazione e il destino della cultura nel mondo occidentale. Diceva che l’unificazione delle forze libere dell’anima costituiva una possibile forma di resistenza a quel catastrofico stato di cose in cui la civiltà aveva sommerso l’uomo. Pensava alla capacità che le forze libere possedevano per disorganizzare le rigide strutture nelle quali erano prese. Si fidava delle riserve insospettate che annidano impercettibili in mezzo al disastro e, in ultima istanza, nelle infallibili leggi del caso.

Gli era molto chiaro, tuttavia, che la lotta era impari: la civiltà e i suoi sostenitori costituivano nemici troppo poderosi per una cultura organica e vitale, basata sulla libertà spirituale dell’individuo. Per questo affermava che, per qualunque potere, rappresentava minore pericolo un uomo libero economicamente che uno intellettualmente libero. Tale confusione di termini, ossia prendere una libertà per un’altra, non sarebbe allora che un’altra strategia di sottomissione. L’uomo non ha coscienza della sua schiavitú, e neanche che è egli stesso il suo padrone più terribile. Da qui il desiderio degli Stati di mantenere i paesi nella più completa ignoranza, benché questa sia manifesto; da qui la cultura di massa, l’abbrutimento sistematico e gli educatori educati per tali fini ( anche quelli che si autoproclamano progressisti). Da qui, infine, una cultura lontana dai valori fondamentali e trasformata in merce e in veicolo di servitù.
Educazione, cultura, povertà, disoccupazione e fame sembrerebbero essere nell’Argentina i frammenti di un difficile rompicapo, una sfida la cui risoluzione, come molte altre cose, non mirerebbe oltre l’ordine del discorso, di un’enunciazione più o meno felice di una parola armata.

Questa impressione aggiornerebbe in qualche modo le parole di Martínez Estrada, quando cita Simone Weil, sull’opinione che normalmente hanno del popolo tanto lo Stato come i suoi educatori, una massa incapace di capire e di sentire al di sopra di un certo livello molto basso di eccellenza. Confondere, o indurre il pubblico a farlo, le parole con i fatti è il migliore meccanismo per tranquillizzare coscienze già abbrutite, per smantellare qualunque tentativo critico e per mantenere quella realtà il più lontano possibile. Dall’inizio alla fine, la finzione è sempre più attraente della realtà e muoversi in entrambi i terreni, senza avere coscienza dei limiti precisi, non può essere altro che un vantaggio quando la distanza tra esse è insuperabile.
Tuttavia, siccome molto difficilmente la lingua, o la dinamica che la mantiene ribelle e viva, secondo Steiner, assiste a congressi in lussuosi teatri, neanche la cultura critica starà lì dove ufficialmente le è stato decretato di domiciliare.

Martínez Estrada è stato un intellettuale argentino che ha pensato il suo tempo, che ha riflettuto sulle complesse relazioni tra la cultura e lo stato, la società, la politica e l’economia; fortunatamente, non ha creato nessuna scuola (il doppio cognome lo ha salvato anche da idolatri e da prosecutori).

Lontano dall’omaggio riduttivo e sterile, il recupero - e la lettura - della sua opera potrebbe illuminare la nostra epoca, potrebbe farci pensare a questo anno che se ne sta andando con le richieste dei docenti di Buenos Aires in difesa di una migliore educazione pubblica, con gli operai di Zanon e di Pirelli che avanzano richieste sulle loro fonti di lavoro, con i muratori che trasformano, e perché no: rivitalizzano, un’altra volta l’assopito paesaggio di Buenos Aires, con le province che chiedono con grida, con minacce o silenziosamente - pane e lavoro, con una desolante sensazione di malessere che trascende largamente il piano economico per colpire, per fortuna, anche il campo spirituale.
Ora che sono trascorsi 40 anni dalla morte di Ezequiel Martínez Estrada e che ci troviamo nel quarto anno di vita di “Contratiempo", riproduciamo alcuni passi della sua opera Analisi funzionale della cultura.

Zenda Liendivit, dicembre 2004.

Ezequiel Martìnez Estrada, dal libro Analisi funzionale della cultura, C.E.A.L., Buenos Aires, 1967:

Cultura e società

In linea generale è necessario considerare due forme specifiche di organizzazione delle società: quella che opera organicamente, per evoluzione biologica che dà l’ominide, e quella che opera per pressione modellatrice di norme politiche che dà l’umano.

Le istituzioni culturali sono sempre simmetriche alle istituzioni politiche, e gli studiosi delle società primitive, tra i quali, Lowie, Linton, Benedict e Malinowski, hanno trovato discrepanze notevoli tra l’organizzazione e il funzionamento dello stato politico e le comunità dirette con precetti religiosi e etici, e solo secondariamente legali. Malinowski, in tutta la sua teoria funzionale della cultura, stabilisce l’assioma che essa è un prodotto istituzionale.

A una certo livello delle conoscenze tecniche e degli interessi economici, lo Stato si trasforma in un artefatto che unisce il libero sviluppo della società (tale è l’opinione di Godwin, Jefferson, Thoreau, Tolstoi) e la quotazione dei suoi valori spirituali, agendo sull’educazione popolare - che è una forma della cultura organizzata - nel senso di orientarla nelle motivazioni e nella propria destinazione.

Così si genera il sapere vicario che fortifica le strutture di potere a detrimento delle strutture di sapere. Crea un tipo di cultura meccanica e statica, antagonistica in molti aspetti della cultura organica e funzionale, che è quella che il sociologo, il filosofo e l’etnologo devono tenere in maggior conto.

Nelle sue due massime espressioni storiche entrambi i tipi antagonistici di cultura sono rappresentati a Oriente (India, Cina, Persia, Israele) e a Occidente (Inghilterra, Germania, Nord America). A questo ultimo tipo corrisponde meglio la designazione di Civiltà, determinandola più concretamente con le qualifiche di industriale e tecnologica. La cultura occidentale si inserisce nel sistema più ampio di civiltà, e inversamente, la civiltà orientale si inserisce nel sistema più ampio di cultura. Il carattere dell’Occidente è positivista, razionale e economico; quello dell’Oriente è metafisico, religioso e speculativo.

Quando si parla di società si capisce che si tratta di un’entità astratta, configurata politicamente e che, pertanto, come tale rappresentata per lo Stato. Di conseguenza non è facile concepire un tipo di cultura sociale, umana e semplicemente gregaria unita dal semplice istinto di associazione e di mutuo sostegno, senza attribuirle dei connotati politici. Nonostante ciò, tale tipo di cultura esiste in numerosi paesi non alfabetizzati, e giudicata con criterio equanime e assiologico manifesta valori assoluti molto alti. Tale è il carattere di prototipo delle culture occidentali che ostacola l’equa stima delle culture i cui modelli non sono quelli, bensì altri basati sul senso panico della vita o su credenze che si fondano più su quello che ancora ignoriamo piuttosto che su quello che pensiamo di essere giunti a conoscere. La civiltà appartiene allo Stato, la cultura alla società.

Le masse hanno cominciato a partecipare alla vita culturale delle nazioni a partire dai gradini più bassi e per mezzo degli organi di acculturazione più percutanti: arte folcloristica, stampa commerciale, letteratura polpolare e, finalmente, cinema, radio, televisione. Anche come consumatori in grande scala.

Questi media passati in mano ai nemici dell’uomo hanno reso possibile ai governi autocratici di somministrare alle masse una specie di droga snervante o eccitante di politica economica e statale, negli eccipienti della cultura. Contrattempo che è accaduto per essersi dimenticati che la civiltà dello spirito ha altri fini e necessariamente deve avere altri mezzi di azione che quelli della civiltà delle cose.

Quando la cultura occorre intenderla in senso lato, etnologico, risulta uno strumento essenziale e non accessorio della vita. La società, secondo i suoi modelli di convivenza e di condotta, condiziona una possibilità di tipo di cultura, e precisamente la forma di cultura più aderente alla vita; senza mai evadere dalla sfera dell’utilità o del piacere eudemonistico e lucido, in quella che consiste specificamente la sua linfa umana. A questa condizione di essere la cultura inerente benché anche accessoria della vita, ricorsero quelli che la considerarono un bene sociale commercializzabile, simile a ogni altra merce, e l’amministrazione controllata di un tipo basso di cultura non solo fu il migliore modo per mantenere sicuri gli interessi dello Stato, bensì il più adatto per essere piaciuto e compreso dalla massa. Ancora di più: per essere adottata e difesa come propria e adeguata al tipo di vita senza ozi, che imposero nei beni dello spirito a titolo di divulgazione e comproprietà del paese gli organizzatori della sottomissione scientifica, il cui sommo pontefice è stato il dottore Joseph Goebbels.

La relazione tra cultura e società che troviamo fusa in un blocco ai nostri giorni ha le sue origini in Grecia, e uno dei suoi aspetti l’abbiamo già enunciato. Le masse non potevano avere esigenze rispetto alla cultura, che era un lusso tra i molti altri, e ne furono private per secoli e secoli sotto tutti i sistemi di governo. Grecia (dobbiamo intendere con questa parola le grandi città metropolitane e coloniali: Atene, Sparta, Corinto, Mileto, Siracusa) tentò l’instaurazione di una cultura generale in ragione del limitato numero di cittadini liberi per i quali si legiferava, e che organizzarono la polis come quartieri di famiglie. Ma anche così, il caso di Sparta dimostra la possibilità di una forma disciplinare e servizievole della cultura ai fini politici dello Stato (Tirteo); e è di Sparta la città dalla quale gli italiani, i tedeschi e i russi, ventitre secoli dopo Platone, presero il suo ideale oligarchico di governo e di cultura. Ma questa cultura spartana - solo nel senso razziale e patriottico - differisce dell’ateniese, non solo in quasi tutti i punti di vista, e diametralmente, ma presenta un aspetto nuovo in ogni problema sociale attuale che è quello dell’area o quantità di spazio e del numero di cittadini che comprende l’acculturazione della massa.

La cultura ateniese aveva come limiti massimi la polis; con un determinato ambito spirituale, classificando i cittadini funzionalmente qualificati per le cariche pubbliche. La politica era allora, come si legge nella Repubblica di Platone, un sistema educativo enciclopedico. La società intera poteva gestirsi, con norme individuali, familiari, come meglio voleva. Dopo Platone, Aristotele concepisce la politica come un’organizzazione domestica, cioè di piccoli gruppi, in spazi ridotti, come la polis ateniese. Da tutto questo non si passa ai regimi totalitari, bensì alla forza di dominio che possiede in sé l’intelligenza disciplinata. L’educazione estetica dell’uomo, che Schiller prende dalla paideia per la dignità, si trasforma nell’ammaestramento per la servitù soddisfatta.

La cultura spartana è di conquista, ciò vuole dire capace di assorbire nuove genti e territori senza che i suoi precetti perdano di valore. È già la cultura emancipata che diviene quella dei genitori dell’Europa del Rinascimento, e molto più dell’Europa colonizzatrice di fine del secolo XVIII che si delinea già come un saggio artefatto di dominio.

Ma la cosa curiosa è che Atene ha potuto aspirare ugualmente alla colonizzazione del mondo (si nota in Tucidide, La guerra del Peloponneso, e in Senofonte, Le Elleniche), come quella che realizzò più tardi Roma, ma a condizione che le genti incorporate nell’impero lo fossero in qualità di sudditi senza che mai si raggiungesse la cittadinanza.

Il sistema spartano non doveva sottomettere la conquista, poiché già il proprio paese di Sparta era sottomesso, e il governo di classe, quello della casta militare-finanziaria, si adattava tanto alla piccola comunità, come al grande Stato o all’impero universale. La servitù non ha frontiere.

Tra le forme democratiche della cultura a Atene devono distinguersi: il governo costituito democraticamente e l’educazione del paese. Tutto era organizzato per l’educazione integrale del cittadino (Cfr. Paideia, di Werner Jaeger), ma si nota già come l’educazione davvero libera e non sottomessa ai principi dello Stato fu repentina e tragicamente imposta nella persona di Socrate. Ancora oggi si condanna con la cicuta - o con surrogati acerbi - coloro che si propongono l’educazione del paese con la verità, la giustizia e la libertà. Dal caso di Socrate possiamo estrarre preziosi insegnamenti. Devo attardarmi un istante su questa prospettiva.

C’è un interesse, oggi più grande, per un caso, che non anticamente, nel mantenere la specie umana in un stato crepuscolare di intelligenza sottosviluppata piuttosto che mantenerla sottomessa con la pressione economica. I predicatori della libertà economica servono gli interessi degli oppressori, quali siano le tattiche che usino nell’addomesticare e nell’inservilire la mente del popolo, imbastardendone i suoi sentimenti.

È naturale che esista il circolo vizioso che i pianificatori dell’utilizzazione delle energie psichiche sono stati modellati dallo stesso addomesticamento, come si può ben notare.

L’uomo economicamente libero non è tanto pericoloso per un status di ingiustizia come l’uomo intellettualmente libero. Se in qualche paese si ottenesse la liberazione economica dell’uomo senza la sua liberazione intellettuale ed etica, la specie intera rimarrebbe sottomessa, schiavizzata e chissà anche soddisfatta, come in ogni allevamento. Accadde così durante migliaia e centinaia di migliaia di anni, quando la specie umana condivideva la comunità zoologica dei beni naturali.

Non c’è in queste parole nessun tipo di retorica, né della politica né della filosofia; proprio perché se l’ingiustizia sociale esiste non è solo per la differenza di classi economiche, ma anche per la differenza del grado di cultura e di coscienza del bene e del male nel senso socratico. Siamo ingiusti perché siamo ignoranti e malvagi, e questa non è una questione economica, come Marx lo sapeva perfettamente bene e i suoi proseliti lo dimenticano.

Precisamente questo è marxismo: creare la coscienza della schiavitú dell’uomo rispetto ai suoi fantasmi, che sono i suoi peggiori padroni, molto più dei padroni e del capitalismo. L’uomo è lo schiavizzatore di se stesso perché non sa quello che fa, né gli duole, e per questo l’educano.

Il marxismo frainteso, chiamato "marxismo volgare" dai teorici, non si sofferma a considerare che l’emancipazione delle classi lavoratrici non significa nulla di desiderabile se non le si emancipano dalla concezione teocratica, metafisica e anche utilitaria della vita, che le mantiene soggiogate. Perché sono soggiogate? Perché non possono ragionare sensatamente, rettamente, cioè, con libertà. Per alleviare questa mancanza, Marx, che era umanista prima che economista, immaginò una complicata teoria del capitalismo e di tutta l’Economia Politica. Il vero marxismo vuole liberare l’uomo da se stesso tanto quanto dal padrone, perché normalmente l’uomo è peggiore del suo padrone, egli è "padrone" di se stesso, e questo padrone lo sottomette e lo depreda. Il fine del marxismo è la libertà, e per ottenere la libertà umana proclama la necessità della libertà economica. La cultura per il popolo non può andare contro questi sacri fini.

Bene: c’è un "sistema capitalista dell’abbrutimento" che non è meno nocivo e tenebroso di quello economico, e in questo compito sono anche oggi implicati gli educatori e i liberatori. Così per mantenere il dislivello sociale delle classi economiche esiste tutto il complesso meccanismo del comando e dell’obbedienza, i prezzi, le giornate e i guadagni; e affinché il lavoratore rimanga con la palla al piede esistono complicati meccanismi di giornali, radio, letteratura, arte, spettacolo e perfino scienze applicate e ricreative.

Educare male il paese è sottometterlo. Sono già ingabbiati i bambini da quando imparano a leggere, in un sistema educativo che predica l’obbedienza passiva invece che il ragionamento libero e la libera iniziativa. Poi vengono loro messi i catenacci alla gabbia quando gli si insegna che acquisiscono un sapere col quale potranno dominare quelli che non sanno, e servire gli interessi dei potenti contro gli indifesi. È tutta una cultura della servitù dogmatica per il progresso e non della giustizia. Attraverso questi meccanismi s’invilisce l’anima dal bambino, dell’adolescente e dell’adulto. Per questo si sono impiantate scientificamente grandi imprese o industrie dell’abbrutimento schiavizzatore di massa; questo è il sistema di servitù nella libertà o, come disse Max Weber, "di schiavitú senza padroni".

Direttamente o indirettamente queste imprese sono protette quando non anche sovvenzionate dallo Stato, ciò equivale a dire che il popolo, quando si rifiuta di pagare i suoi padroni deve accettare il pagamento di quelli che servono i suoi padroni. Il popolo che deve emanciparsi non è un popolo schiavizzato ma imbrogliato.

Tutta questa costellazione di servitù di ciechi senza padrone si nutre con la cosiddetta cultura di massa, e la si considera un ramo, il più basso, dell’albero della scienza e della vita. E c’è une relazione, ma non è la stessa cosa, con altre forme imbastardite e asservite della cultura, come quella che pretende di essere raffinata e è semplicemente presuntuosa. È una forma apocrifa di incultura, come osserva Scheler: "La cultura superba, il sapere orgoglioso è a priori incultura, e più spesso è la presunzione."

La “bassa” cultura alla quale mi riferisco non implica necessariamente che sia popolare, neanche adeguata al popolo. All’origine e correntemente non appartiene al popolo bensì alla borghesia, e la si trova con più frequenza nelle classi patrizie che nelle plebee. Perché la cosa “inferiore” si trova anche contenuta nella cultura di élite. Non è che determinati individui, per la loro posizione economica, le loro conoscenze, il loro grado di istruzione, siano membri di una massa di credenti o di amatori; è che c’è una classe di cervelli, ovvero un modo di essere e di vivere, che genera la sua propria maniera di sapere e di credere, tanto naturalmente come l’ape secerne cera o il fiore profumo. Ci sono persone umili (spesso tra gli indigeni del Messico, Perù, Ecuador e Bolivia) di spirito delicato e gentile, come ci sono grandi spiriti di offensiva ordinarietà, o teologi di una sacrilega fraudolenza mentale.

L’esprit de finesse ha poco a che vedere con l’esprit de géomètrie. Le opere di Julien Benda abbondano di accuse di questo genere, e in Belfagor cita l’opinione di Madame Lambert per la quale era plebeo tutto l’ordinario, del quale aggiungeva: "era piena la Corte."

Cultura e politica

Sulla possibilità di ripristinare gli ideali delle antiche culture ecumeniche il cui paradigma è quella greca, portandola senza sfigurare al popolo con metodi e mezzi adeguati, la conosco appena; non posso dirne niente. In generale coloro chi si sono occupati dell’educazione del popolo hanno pensato direttamente e esclusivamente a una classe inferiore di educazione, "tramonto" alla sua portata, ossia snaturata nella sua essenza stessa per scorretto adeguamento.

È la posizione degli educatori, che si trovano sparsi nella docenza e nel giornalismo. Si potrebbe tentare invece di trasportare da un piano a un altro, senza sfigurarlo, un sapere di massima gerarchia, non appena ciò fosse possibile. A mio giudizio - fedele alle convinzioni di Charles Péguy e di Simone Weil - ciò è possibile se prima educhiamo gli educatori e li liberiamo dal pregiudizio di considerare il popolo come massa incapace di capire e di sentire al di sopra di un certo livello decisamente basso di eccellenza. Si confonde povertà con abiezione, ignoranza con stoltezza.

L’accesso delle masse alla cultura superiore è stato molto più efficiente quando queste hanno potuto organizzarsi la base dei propri ideali umani, quando i popoli avevano un vigore più rigoglioso. Forse così nacquero tutte le grandi culture, fino a che la stratificazione delle classi sociali gettò il maggiore numero al margine, ai suburbi della civiltà. Da allora che senso può avere una cultura che è stata elaborata prescindendo da quella forza vitale rigogliosa?

Oggi la "cultura per il popolo” è condizionata come sottoprodotto del potere politico, militare e mercantile, come prima lo era del potere religioso. Nella forma volgare di divulgazione delle scienze, le lettere e le arti ha acquisito un potere vicario o settario, perché serve interessi che di solito usano tattiche di persuasione o intimidazione, che contribuiscono a offuscare il sano giudizio delle genti, a esacerbare i suoi pregiudizi, a spingere l’opinione pubblica in direzione di quegli interessi.

Il coefficiente di educazione e di istruzione è tanto equivoco e discutibile come l’alfabetismo, quando conduce a una formazione culturale che generalmente equivale a un abbrutimento per la lettura. L’uso che della stampa e della radio fecero i governi totalitari ha rivelato la grandezza di quel potere demoniaco, e nei paesi democratici del tipo di quelli ispano-americani è comune trovare che gli stessi difensori dell’autonomia e della libertà, che sono indispensabili nel mondo dello spirito, propongono una certa forma delicata e maligna per sottomettere la cultura ai propri fini e agli interessi delle potenze colonizzatrici che governano i governi.

L’accesso delle moltitudini e del pubblico alfabetizzato alla cultura qualificata e il piacere degli primi fruitori della scienza (sempre considerati come consumatori) non si è verificato se non indirettamente sul piano della qualità, e l’arte si è instaurata solo come incentivo per la vendita di merci. I sostenitori in blocco del progresso registrano i guadagni globali dell’impresa, ma non il deficit morale e estetico che ne costituisce il prezzo. La realizzazione degli ideali democratici ha comportato, come conseguenza, la confusione della socializzazione con la volgarità, e della cultura popolare con l’ordinarietà; fenomeno acutamente notato da Tocqueville nel descrivere la grandezza della democrazia nord-americana. Simone Weil ha notato con chiarezza questo malinteso. Dice in Radici dell’esistere: "La ricerca di modi di trasmettere la cultura al popolo sarebbe ancora più salutare per la cultura che per il popolo. Sarebbe uno stimolo infinitamente prezioso. Così uscirebbe dalla pesante atmosfera nella quale è rinchiusa. Smetterebbe di essere una cosa per specialisti. Come lo è attualmente, dall’alto in basso, degradando nella misura in cui si dirige verso il basso. Così, come si trattano gli operai come alunni di liceo un po’ tonti, si trattano gli alunni di liceo come studenti universitari molto stanchi, e gli studenti come professori che abbiano sofferto di amnesia e bisognosi di una rieducazione. La cultura è un strumento maneggiato da professori che a loro volta fabbricheranno professori."

In ultima istanza, la cultura dovrebbe avere la politica come strumento, e non l’inverso, come accade attualmente. Questo si è creduto possibile, fino a che la democrazia ha adottato le brutte abitudini della borghesia e ha smesso di fidarsi delle doti naturali dell’uomo della strada. Perché nelle sue mani la politica come strumento ha proseguito a rispondere con le sue motivazioni e tecniche ai maggiori interessi organizzati. In realtà, non ha mai smesso di essere strumento del potere, creata con una finalità molto concreta e applicata all’azione di governo più che alla salute morale della società. Come sistema strumentale politico, Malinowsky la definisce così: "A: La cultura è essenzialmente un patrimonio strumentale affinché l’uomo sia trovi nella migliore posizione per risolvere i problemi concreti e specifici che affronta all’interno del suo ambiente, nel corso della soddisfazione di tali necessità. B: è un sistema di oggetti, di attività e atteggiamenti nel quale ogni parte esiste come mezzo per un fine. C: È un insieme integrale in cui i vari elementi sono interdipendenti. D: Tali attività, atteggiamenti e oggetti sono organizzati attorno a importanti e vitali compiti di istituzioni come la famiglia, il clan, la comunità locale, la tribù e le squadre organizzate per la cooperazione economica e l’attività politica, giuridica e educativa. E: Da un punto di vista dinamico, con riferimento al tipo di attività, la cultura può essere analizzata in un certo numero di aspetti come l’educazione, il controllo sociale, l’economia, i sistemi di conoscenza, credenza e moralità, e come modi di espressione artistica e creatrice."

L’indole del potere politico era già, per la sua organizzazione tecnica, contraria alla vera cultura, quella umanistica, che esigeva di prendere in considerazione valori molto alti. Invece la tecnologica si accontentava di bassi valori di mercato. L’uomo non era una meta per tale indole, ma un mezzo, benché proclamasse un’altra cosa. Una politica di cultura è vitale solo in una società organizzata per il benessere spirituale e eudemonistico di tutti gli uomini e le donne, presi come un fine. Questo è un tema di somma importanza, tendenziosamente trattato dalla quasi generalità degli statisti e dei sociologi.

Devo ricorrere a un ricercatore imparziale, Malinowski, le cui opinioni rispondono all’osservazione diretta di fatti fondamentali che riappaiono oggi modificati nelle civiltà avanzate. Il menzionato etnologo formula in questo ordine di idee le seguenti osservazioni che coincidono con quelle di altri scienziati della sua stessa specialità: "Tutti i problemi di governo e d’uso della forza politica risultano in opposizione all’organizzazione culturale di una comunità. È il problema di “Stato contro Nazione”. Una preliminare analisi antropologica può portare a una piena comprensione di quello che significa la nazionalità come opposta alla cittadinanza, e quale sia l’essenza del nazionalismo, come è apparso durante l’ultimo secolo e mezzo di storia.

Si evidenzierebbe che la nazionalità è un principio molto più antico e fondamentale dell’organizzazione politica di un sistema poliziesco, di una tribù-stato o di un impero. Mostrerebbe anche che l’autonomia culturale delle nostre nazioni moderne si arricchirebbe e si vivificherebbe con la limitazione della sovranità politica, specialmente non appena si riferisse all’autodeterminazione militare dello Stato. "Sono completamente d’accordo coi risultati dell’analisi del professore Lowie, nel suo libro sull’origine dello Stato, nel senso che tali raggruppamenti politici sono assenti tra le culture più primitive, quelle accessibili all’osservazione etnografica. Tuttavia, esistono lì dei raggruppamenti culturali". Concorda col giudizio di Malinowski quello di Spranger: “Il maggiore pericolo per un Stato portatore di cultura è la massificazione degli uomini”. Sia come massa omogenea che come massa che serve da strumento a ciechi poteri del destino, la massa non ha sempre coscienza.

Se si assicura la libertà della persona con la libertà politica, rimangono ancora due cose da fare: la prima è di natura politica-tecnica, e perciò non più importante di ogni altra tecnica nella vita. Se intendiamo per democrazia una costituzione libera, questa richiede i metodi ricercati sempre da Rousseau per portare alla luce la vera "volontà generale". Ma questo significa che la lotta dei programmi culturali che rivaleggiano tra di loro, e che appaiono nella forma di partiti e eventualmente anche di Stati, deve realizzarsi in forma pacifica. E ci sono differenti strade possibili. Su questo devono riflettere i politici. La seconda è di natura etica e per questo motivo è di urgente importanza. La più bella democrazia non serve a niente se gli uomini non vivono secondo la loro coscienza o, chissà, se non abbiano coscienza alcuna.

Nonostante una tecnica molto precisa della formazione del potere, non si può rimediarsi alla malattia se si attacca alla vita politica. Occorre l’educazione per la vita di coscienza, per una politica moralmente motivata. Come questo si possa fare, devono pensarlo gli educatori. Sempre che gli educatori non facciano parte della politica al servizio dei nemici della cultura,performare partedellefalangiindisciplinatecreatrici e distruttrici di valori. E in realtà non è questo il compito né il proposito realista dell’insegnamento ufficiale che utilizza la cultura, la condiziona e l’amministra conformemente al suo programma di governo.

La malattia che la cultura soffre nel nostro tempo ha, senza nessun dubbio, una delle sue cause nel potere smisurato degli Stati. Il suo sintomo esterno più percettibile è che impone un’obbedienza politica all’allievo, come essere qualificato che deve servire d’ora in poi agli stessi schemi che l’hanno configurato. E queste riflessioni convalidano l’opinione che la cultura si genera, si trasmette e si perpetua fuori delle aule, nella scuola della vita, contro la quale stanno all’erta tutti gli organi che servono lo Stato contro l’individuo, e tutte le istituzioni contro la società. Tentare in modo estremo lo Stato costò la vita a Socrate e a Giordano Bruno.

Inquadrato concretamente in questa cornice il problema, devo riprodurre alcuni paragrafi decisivi dello studio di Spranger nel citato opuscolo: "L’industria esigeva progressi straordinari della tecnica, e questa tecnica produsse contemporaneamente i mezzi tecnici più perfetti di distruzione. Contro i tranquilli ideali di Herbert Spencer, la grande industria ha distrutto nel modo più grave l’equilibrio della cultura". "Non si può sottrarsi all’impressione che la cultura europea non abbia nemmeno cercato di mantenersi integra dalla marcia trionfale dell’industria, che è cominciata al più tardi agli inizi del secolo XIV nel continente. La grande industria ha prodotto la smisurata estensione dell’economia mondiale, e per quanto ci sia assicurato che gli interessi economici uniscono i paesi, l’unica cosa che hanno fatto è quella di scatenare guerre."

La situazione che i governi dittatoriali impongono al popolo, non appena ci si riferisce alla cultura popolare, è molto complicata. Da un lato, restringono la libertà di acquisire e diffondere un certo tipo di cultura che capiscono sfavorevole ai loro propositi politici, e per un’altra infondono forzatamente la validità obbligatoria di un tipo di cultura diretta che conforta questi propositi. Tuttavia, ancora non si è legiferato l’introduzione di un tipo di cultura che sia correlativa agli attanti dell’orbe industrializzato, è certo; ma in realtà si sono andati collocando al margine delle forme di pensiero consentite dai regimi di forza. Il monopolio degli organi diffusori di cultura ha compiuto praticamente un sacrifico più lesivo, rendendo obbligatorio l’uso di valori nominali rappresentativi della cultura, come l’ha fatto con la carta moneta.

La cultura rimase equiparata al denaro, anche per un’infinità di circostanze, non imposte per decreto bensì risultanti dal contesto della vita sociale, esposta, quindi, a sperimentare le fluttuazioni dell’inflazione monetaria, con la perdita intrinseca del suo valore effettivo, non conservando altro che il valore imposto di una mercanzia di monopolio. Questo tipo di cultura non è programmato dagli istituti fiscali incaricati dell’insegnamento che semplicemente si limitano a condizionarla e a controllarla; mentre i suoi contenuti sostanziali e le sue forme di coltivazione e di propagazione continuano a essere patrimonio delle nazioni. Basta loro il veto delle forme che non si combinano con lo spirito dell’impresa di governo e con l’applicazione dei suoi limitati mezzi di protezione poliziesca e pecuniaria agli organi ascritti allo Stato. Questo si evidenzia prendendo in considerazione l’insegnamento universitario o superiore. Per il resto, solo per un settore molto ridotto della popolazione realmente colta di un paese di tali basse condizioni, è sensibile la svalutazione della cultura di qualità, perché numerose popolazioni analfabete o semialfabete proseguono il loro standard di vita senza deficit.

L’alta cultura non è mai stata patrimonio dei popoli; piuttosto è stata l’indice superiore rivelatore della sua organizzazione come un tutto autonomo, confermando giustamente una nozione di distanza o allontanamento tra l’uomo superiore e la massa. Col risultato che ancora nei popoli non alfabetizzati si esprima un tono vitale più che un tono spirituale nelle loro culture. In modo che se si considera la civiltà occidentale come uno status, la cultura potrebbe ancora scemare moltissimo, a gradi sempre più bassi, senza detrimento per il funzionamento regolare del suo macchinario. Fino a che sia possibile che quel poco che abbiamo capito della cultura non abbia un’applicazione utile in una classe di organizzazione della vita sociale, il cui automatismo richieda invece un tipo di conoscenze pratiche di misurazione estraneo a un’assiologia propriamente detta.

È percettibile che alla prima fase di consolidamento dei governi fascisti sia corrisposta un lotta bruciante contro la cultura; il rogo di libri, l’espulsione dei rappresentanti del sapere più elevato, il confino in circoli sempre di più chiusi per gli eruditi e i ricercatori, considerati come bizantini e eterodossi. Più tardi l’eliminazione e la scomunica si sono prodotte con mezzi abitudinari, imponendosi con il beneplacito dei semialfabeti di un tipo di cultura confezionata, che già cominciava a condividere le caratteristiche proprie delle merci standarizzate. Una livellazione secondo comuni denominatori, per coloro che hanno lavorato di comune accordo, dagli iconoclasti politici e religiosi agli ammaestratori di gioventù. Entrambi cooperavano per fare indossare i beni dello spirito del mercato persino nelle cantine dei quartieri.

Dicembre 2004.

Zenda Liendivit, architetto, dirige la rivista “Contratiempo” di Buenos Aires.

Traduzione dallo spagnolo di Giancarlo Calciolari, direttore di “Transfinito”.


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6.10.2016