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Ma chi erano gli asini e le capre?

Farinata, gli asini e le capre zoppe

Paolo Pianigiani

Gli empolesi ebbero partita vinta, installando candele e lumini a olio sulla testa di pecore e capre, condotte di notte intorno alle mura di San Miniato assediata e costringendo alla resa per manifesta superiorità numerica gli assediati...

(9.07.2005)

Gli asini o i ciuchi, comunque, con Empoli, hanno qualcosa a che fare: del resto anche le capre ma in questo caso con qualche difetto deambulatorio.
Passi per i ciuchi, mi direte, ma le capre?
La vecchia e trita storia di Cantino Cantini e la presa di San Miniato?
II volo del ciuco e le corna porta-lumini delle ingannevoli capre?¹

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Paolo Pianigiani, "Pittura", 1999, tempera su carta, cm 33x25

Questa storia viene direttamente da Palazzo Ghibellino, dirimpetto alla Collegiata di S. Andrea, il protagonista è Farinata degli Uberti, il cronista che ce l’ha raccontata è Giovanni Villani, nel libro sesto, capitolo 82, della sua Cronica.²

II grande Farinata, ci piace immaginarlo maestoso e sferragliante nella sua corazza invulnerabile, (o magari le avevano lasciate all’ingresso, le corazze, appese ad appositi pioli sorvegliati dagli scudieri chiassosi, con i vestiti colorati) difese Firenze, come gli fa dire Dante nel canto X dell’Inferno:

Ma fu’ io solo, là dove sofferto
fu per ciascuno di tòrre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto.

Nell’ultimo verso Dante si sarà fatto prendere la mano, e la penna d’oca, dall’assonanza con Monteaperti, località in quel di Castelnuovo Berardenga (Siena), dove si svolse la celebre battaglia avvenuta il 4 di settembre 1260, un sabato, fatale ai fiorentini guelfi e ai loro alleati (molti erano i lucchesi), che fece da antefatto a quell’incontro nel castello di Empoli.
Lo scopo del parlamento era quello di decidere le sorti della città di Firenze: in particolare il piano era di “abbattere le mura, demolire gli edifici e stabilire quella parte di popolazione, che era rimasta attaccata alla patria terra, in località separate sulle rovine della città o nelle vicinanze.”³

I precedenti oratori avranno illustrato i motivi e le conseguenze positive per i ghibellini di tale decisione, e avranno quindi proposto e quasi deciso di radere al suolo le mura di Firenze e la città intera e sparpagliare per il contado i fiorentini senza più patria.

Ci sarà stata una pausa, terribile; poi Manente di Iacopo degli Uberti, detto Farinata, uomo di indole superba orgogliosa e oltremodo violenta, prese la parola e disse:

"Com’asino sape, sí va capra zoppa, così minuzza rape, se’ lupo non la ‘ntoppa".

Poi avrà proseguito dando seguito, com’era in uso nella retorica di allora, nelle orazioni pubbliche, a svolgere i concetti tesi a sviare la decisione che sembrava ormai imminente, invitando i presenti a più prudenti e meno rovinosi consigli.

Il Villani, commerciante e storico fiorentino quasi contemporaneo e quindi informatissimo, era infatti ventenne a Roma al giubileo del ‘300, ci dice che Farinata rimestì due proverbi in uno; in particolare i due motti popolari erano: “Com’ asino sape, così minuzza rape”, e “ Vassi capra zoppa, se ‘l lupo non l’ntoppa”. Come tali ce li riporta il Giusti fra i suoi “Proverbi Toscani”.

Il senso dei due proverbi, abbastanza immediato, è nel primo: ciascuno si comporta come sa, è inutile pretendere una cosa da chi non è in grado di darla. Nel caso della capra zoppa, il senso è che ognuno (in particolare se debole e di pochi mezzi) procede tranquillamente finché un ostacolo non lo ferma.

Perché Farinata avrà rimestato i due proverbi in una sola frase? Probabilmente per rendere più immediato e convincente il suo intervento, che infatti risulterà vincitore.

Il senso dovrebbe essere “che i convenuti, di poco cervello (com’asino sape...) e deboli, (sí va capra zoppa) non potranno riuscire agevol¬mente nel loro intento dal momento che lui, Farinata, vi si oppone con la spada (se l’ lupo non la ‘ntoppa). Insomma, lui, Farinata Manente di Iacopo da una parte, lupo, e gli asini limitati di ingegno e le capre claudicanti dall’ altra.

Ma chi erano gli asini e le capre?
Presiedeva la riunione Giordano ď Anglona, Conte di Sanseverino, piemontese, vicario dal dicembre 1259 del Re Manfredi e capo assoluto dei ghibellini toscani, che aveva scelto il castello di Empoli per fare ‘parlamento’, ed espressamente (su direttive del Re, che sedeva su di un trono quanto mai traballante) per decidere la rovina e la distruzio¬ne della città nemica Firenze.
Partecipavano al parlamento i rappresentanti delle città vittoriose a Monteaperti: Siena, Arezzo e Pisa, ghibelline e fedeli a Manfredi.

Era presente Guido Novello, dei Conti Guidi di Casentino e Modigliana; a Siena, era stato con Farinata degli Uberti a capo dei ghibellini fuorusciti da Firenze e aveva con lui organizzato il tradimento di alcuni fiorentini (in particolare Bocca degli Abati, che Dante conficcherà nel ghiaccio eterno del lago di Cocito, nel più profondo dell’ inferno) all’ interno dell’ esercito guelfo, che provocò il panico e la ritirata della cavalleria, guidata dal suo ‘consorto’ Conte Guido Guerra, valoroso (non quella volta, però) capitano di parte guelfa. Lasciarono così indifeso il Carroccio del popolo fiorentino con la campana detta la Martinella, e la rotta fu inevitabile, così come la strage della fanteria che rimase coraggiosamente a difenderla: ne furono arrossate le acque del fiume Arbia, in quel caldo settembre quasi in secca.

C’erano il Conte Napoleone Alberti, dei Conti di Mangona, il Conte Ildebrandino da Santa Fiora, da sempre fiero avversario di Firenze, gli Ubaldini dal Mugello.
L’ autore della Cronica, dimostrando acume di storico e di politico, ci precisa come il Conte Giordano considerò il rischio che una rottura così grave (Farinata aveva largo seguito e autorità fra i nobili fiorentini) poteva rappresentare fra le fila ghibelline e convinse gli alleati e, più tardi, il suo Re, che era meglio prendere decisioni meno drastiche.

Del resto ormai i guelfi erano usciti da Firenze gia il 9 settembre e i ghibellini avevano fatto il loro trionfale ingresso dalla porta meridionale della città il 12 dello stesso mese, di domenica, guidati da Guido Novello, Farinata e dal Conte Giordano. Fu probabilmente anche questo aspetto a salvare Firenze dai badili distruttori: la città era diventata la capitale del partito ghibellino, poteva riprendere i suoi lucrosi traffici e fornire appoggio alla causa di Manfredi.

Nel 1266 Carlo ďAngiò, chiamato dal Papa Urbano IV, distruggerà definitivamente le speranze dei ghibellini sconfiggendo Manfredi a Benevento; nello stesso anno i ghibellini uscirono da Firenze, senza aver imparato l’arte di ritornare. Farinata era gia morto nel ’64 e 19 anni dopo, nel 1283, fu accusato postumo di eresia e il suo corpo e quello della moglie Maria Adeletta furono riesumati e i resti dispersi, mentre i beni dei figli Lapo, Federico e Maghinardo furono confiscati e loro stessi mandati in esilio.

Guido Novello, che pure era cognato del Re Manfredi, non parteciperà alla battaglia decisiva, preferendo assistere alle partite di scacchi ’alla cieca’, cioè a mente, senza scacchiera, che in quei giorni si giocavano nel Palazzo del Podestà a Firenze fra un arabo, certo Buzzecca, e i migliori campioni del tempo.

Il Conte Guido Guerra, lo sconfitto di Monteaperti, guidò le truppe guelfe fiorentine sotto lo stendardo del Re francese e si segnalò subito nel primo scontro che i due eserciti ebbero a San Germano.

Evitò la battaglia Azzolino, figlio di Farinata, gia podestà di San Gimignano, perché si attardò a contrattare l’acquisto da quel comune di una tenda da campo che aveva intenzione di usare insieme a un suo fratello in quella campagna.

Il Conte Giordano, fedele al suo Re, combatté coraggiosamente, fu fatto prigioniero e trascinato in catene in Provenza insieme a un cugino di Farinata, Piero Asino degli Uberti, anche lui fiero e spietato capitano dei ghibellini.
Con quesťultimo Asino, però, Empoli questa volta proprio non c’entra.

1) Si fa qui riferimento alla tradizione, tutta empolese, del “volo del ciuco” e a “La presa di Saminiato”, opera in versi di Ippolito Neri, medico poeta (1652-1709), che narra un episodio di guerra, assolutamente inventato, fra i due castelli vicini. Gli empolesi ebbero partita vinta, installando candele e lumini a olio sulla testa di pecore e capre, condotte di notte intorno alle mura di San Miniato assediata e costringendo alla resa per manifesta superiorità numerica gli assediati. Condottiero empolese e autore della burla, nell’opera eroicomica del Neri, è Cantino Cantini, personaggio realmente esistito e capitano della Repubblica Fiorentina intorno alla fine del XIV° secolo.

2) Cronica, di Giovanni Villani, Einaudi Editore, Torino 1979.

3) Storia di Firenze, di Robert Davidsohn, libro II, parte prima, Sansoni Editore, Firenze 1956.

Paolo Pianigiani. Artista, scrittore, redattore di "Transfinito". Firenze.


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19.05.2017