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La poesia dell’esperienza

Bernard Hreglich (1943-1996) : singolare e fiammeggiante

Max Alhau

Questa opera, per quanto scarna, ha molto segnato la poesia francese di questi ultimi decenni. La critica e i lettori l’hanno giustamente riconosciuto. Varrebbe inoltre prenderne di nuovo conoscenza con un certo spirito di curiosità, quello che ebbe sempre Bernard Hreglich verso gli altri. Si scoprirà, per mezzo di una scrittura esigente, sempre tale fu la sua, una poesia lirica di una ricchezza infinita.

(4.07.2005)

Bernard Hreglich fu un poeta singolare che, malgrado la sofferenza, la malattia, seppe fare trionfare i poteri della scrittura e della poesia. Fu soprattutto un poeta discreto che non cercò mai di pubblicare troppo presto.
È nel 1977, all’età di trentaquattro anni che pubblica "Droit d’absence" che vince il premio Max Jacob. Nel 1986, ottiene il premio Jean Malrieu con "Maître visage". La sua salute si è già degradata e la sclerosi a placche che l’ha colpito l’immobilizza a poco a poco.

Tuttavia la scrittura costituisce per lui la sua sola via, l’unico mezzo di sopravvivenza. Esigente, Bernard Hreglich non smette di correggere le sue poesie che non ci tiene a consegnare per la pubblicazione. È gravemente malato quando invia a Gallimard un manoscritto: Un ciel élémentaire, che sarà pubblicato nel 1994 ed otterrà il premio Mallarmé.
Malgrado la sofferenza, si decide a scrivere un altro libro, sarà Autant dire jamais, che sarà pubblicato dallo stesso editore senza che il suo autore abbia avuto la gioia di vederlo. Bernard Hreglich muore nell’agosto 1996.

Grazie alle cure del suo amico François de Boisseuil, gli ultimi testi scritti nel giugno 1996, mentre è ricoverato, saranno pubblicati da un editore-tipografo per i tipi del sergente Fulbert a Cléry vicino a Orléans. Da allora, più niente è venuto alla luce.

Fin da Droit d’absence si afferma la padronanza di una scrittura particolare lontana dalle correnti alla moda. In parte composto di poesie della sua gioventù (l’autore aveva una ventina di anni), questa raccolta mette in evidenza i primi fondamenti della ricerca intellettuale e poetica di Bernard Hreglich.

Certo, questa poesia può sconcertare: la scrittura concreta, elegante si afferma con il gusto per le alleanze insolite, per le metafore talvolta enigmatiche. In questo libro, Bernard Hreglich parla discretamente di sé e del mondo, del nostro mondo sul quale non nutre nessuna illusione, ma che approva senza riserve perché sa che è sorgente di poesia, luogo di radicamento a partire dal quale s’interroga. Ciò che sottolinea è la sua volontà di prendere le distanze dal suo passato perché l’istante gli permette di trasformare la realtà, di adattarla per il gradimento del suo sguardo, che si trasforma per l’obliquità delle parole: “Col passare degli anni non prendo più la pena di rivedere questo vecchio film crivellato di macchie d’inchiostro che è la mia storia: sempre la stessa storia”.

Quello che Bernard Hreglich contempla gli permette d’abbozzare un quadro che sottolinei la crudeltà di un universo fatto dall’uomo e eretto contro di sé. Perciò è come se esprimesse talvolta un desiderio di fuga che, come se nell’allontanarsi sfuggisse all’inumanità di una società di cui, tuttavia, è uno degli spettatori curiosi: “Ho un reale bisogno di fuga. Tutte queste bocche che mi rodono e questi visi di cui il colore si coagula al primo insulto del cielo”.

Parimenti se la scrittura rimane la sua sola preoccupazione, perché l’unica che gli permette di conquistare la realtà, di appropriarsene sotto una forma differente, confessa talvolta il suo desiderio di rimettersi in silenzio: “Dico che bisogna raggiungere il silenzio come una pausa necessaria all’elaborazione di ogni rivolta”. Ma questo libro singolare, come lo saranno pure i successivi, afferma innanzitutto il piacere di Bernard Hreglich per il mondo, per la poesia; e non gli sfugge che questa costituisce il suo unico mezzo di essere presente tra gli uomini, di accostare realtà e immaginario, di confonderli in un stesso movimento.

Con Maître visage si conferma una poesia lievitante, forse anche sconcertante, che poggia sulla realtà, ma non vi si attiene e s’apre sull’irreale, quasi visionario, che fa alternare il gusto per la precisione concreta con il potere dell’immaginazione. In questa alternativa si nota l’attrazione di Bernard Hreglich per i paesaggi terrestri di cui sottolinea la bellezza accentuata dalle parole, con una scrittura fluida che non smette d’affascinare. Tuttavia non è la sola preoccupazione del poeta che, in una seconda parte, celebre la donna, luminosa e integrantesi nel suo paesaggio mentale e fisico : “Sconvolgente con la tua massa aerea di lacrime come una memoria, di cui laceri tutti i tessuti per dire meglio, oggi, quelle parole che sono le mie feste. Non ho trovato mai in te che buona terra”.

Non si saprebbe tuttavia concludere questa breve analisi di Maître visage senza notare un’unità fondamentale, propria all’insieme dell’opera: quella di una solitudine costretta, appena espressa, in corrispondenza col mondo dal quale Bernard Hreglich non si divide mai, e che per altro costituisce la materia della sua poesia.

In Un ciel élémentaire, Bernard Hreglich consegna probabilmente ciò che ha di migliore e che avrà un seguito con Autant dire jamais. La scrittura diventa più densa, più fiammeggiante nel suo lirismo, il verso ampio permette al pensiero, alle immagini di dilatarsi, di affluire come un corso d’acqua in piena a causa della pioggia di un temporale.

L’aspetto barocco della poesia di Bernard Hreglich acquista tutta la sua forza sconcertante e quello che nelle sue precedenti raccolte traspariva, qui si afferma più nettamente. Fin dalle prime pagine, lo sguardo che porta sul mondo si posa in particolare sulla Serbia, sulla Croazia, allora in guerra, e gli avvenimenti sono trasformati dalle parole, per una poesia che coniuga finzione e realtà : “Complice oramai di un’opera ironica, rabbrividisci / Se è questione del padrone serbo e del valletto croato / Isolati nel loro monologo / E nelle lacrime di Sarajevo”.

La visione di un mondo crudele che era precedentemente sottolineata è confermata qui di un modo più forte. La critica della nostra epoca, i sarcasmi che le sono indirizzati non smettono di abbondare: la propensione alla rapina, alla violenza è denunciata con vigore senza che la scrittura perda la sua eleganza, la sua altezza. Essa è lo strumento che permette al poeta di dedicarsi a questo lavoro di denuncia: “Troppi avari scindono il mondo che i grafici sorvegliano”.

“Di un secolo di carnai di cui sappiamo / Che delude i pastori, i Boscimani, gli Zingari / Prima di dare il seno alle corporazioni triviali”. Tuttavia questa apprensione del mondo non impedisce Bernard Hreglich di fare allusione al suo destino personale, di affermare pudicamente le sue sofferenze appena velate da un’espressione che privilegia l’inatteso, la singolarità. La stanchezza, la solitudine traspare al caso delle poesie che sono come altrettante di storie confidate al lettore.

Da quel momento abbondano numerosi quadri che mettono in scena la donna sulla quale lo sguardo di Bernard Hreglich si posa, lucido e crudele. Denuncia questa volta la sua insensibilità, la sua perfidia, per quanto le dichiari il suo amore.

Queste rivendicazioni, queste costanti ritornano regolarmente, costituendo un tema ossessivo. Tuttavia quello che lo pone in movimento in queste poesie è la fede nella scrittura, potere supremo, mentre il poeta diffida di lei e sottolinea di nuovo la tentazione che gli offre il silenzio.

“Si lascia venire nella scrittura fiumi e chimere / E presto delle forme oblunghe che non si nominano / Si percepiscono nella parola delle sonorità arbitrarie che perseguitano".

“Il senso che indurisce il regime di una lingua inaccessibile / Alla specie più comune che turba i disegni / Per corruzione di cadenze e scivolamenti semantici / Fino al giorno in cui più semplice è parlare con le mani”.

Con questo libro, Bernard Hreglich si sforza, in un tentativo irrealizzabile, di dissanguare a bianco la realtà per sostituirla con un’altra, per mezzo di parole passate al vaglio, senza tregua impastate come se fossero colori mischiati sulla tavolozza.

Di Un ciel élémentaire, Charles Dobzynski ha detto nella rivista “Europa” : Tutta l’ambizione, la felicità di scrittura di Bernard Hreglich s’attiene forse a questo: la scelta, contro l’uso corrente, di una lingua ribelle che spinge fino alla fine del suo disegno, della sua combustione. È proprio per la poesia che Bernard Hreglich ardeva e la poesia stessa l’ha accompagnato fino al termine della sua esistenza, una poesia che ha proseguito con Autant dire jamais e con altri testi inediti, testimonianze di una vita devastata dalla sofferenza e sublimata dallo sguardo che si sporgeva su un mondo dal quale non si era mai trincerato. Autant dire jamais prolunga la raccolta precedente, nel senso che si nota la stessa eleganza di stile, un’aria simile, ma il tono diventa più straziante, la sofferenza è mascherata, anche se si percepisce, mediante le parole, spuntare il dolore. Lo stesso sguardo ironico e critico è portato sulla nostra società alla quale il poeta non risparmia nulla e che ravviva il suo desiderio di fuga, il suo augurio di ritrovare un passato barocco:

“Di fronte a tanta prosaicità vorrei rifugiarmi / In un soffitto ideale, popolato di fascinazioni, di dee / Secondo il gusti del secolo sedici”.

Del resto questa epoca così tiepida non è meno crudele e Bernard Hreglich ricorda ancora di più la presenza della guerra in Bosnia, ricordandosi dei suoi antenati che erano originari di questa parte dell’Europa: “I miei avi furono degli avventurieri, dei naufraghi, dei reietti / Degli impenitenti rapaci / Degli slavi che hanno superato le Colonne d’Ercole senza grandi preoccupazioni / Quello che ciascuno ignora”.

Ma i richiami a un’origine straniera non permettono di non prestare attenzione al poeta, a ciò che rievoca di sé. La scrittura esuberante non occulta i frammenti della sua esistenza che consegna al lettore, trasformati con le parole, con lo sguardo che porta su di sé ed intorno a sé:

"Dolore che giunge, scuri segreti, opere di pietra / Prima del lutto c’erano mille colline e bambini / Per cacciare questo vecchio dispiacere”.

È a questo punto che sopraggiunge la tentazione di guardare precisamente intorno a sé, d’interessarsi al mondo dell’infanzia che, come quello della poesia, è sorgente di speranza. Poiché anche se la solitudine, la sofferenza è il premio quotidiano di Bernard Hreglich, resta che non manifesterà la minima amarezza verso questo mondo. Così la meraviglia scaccia il dolore, nello stesso modo che la poesia esalta la fiamma che l’anima con un vigore ineguagliabile. Si constata così in questa opera una continua oscillazione tra le forze malefiche che veicola la nostra società e le altre, più stimolanti, quelle dell’infanzia, della speranza, della tenerezza, del linguaggio esaltato da un poeta dal verbo sontuoso.

In Proses, recueil posthume, per la prima volta Bernard Hreglich ricorre alla poesia in prosa con la stessa espressione elegante nella sua perfezione. La manifestazione della sofferenza, la vicinanza della morte trovano una traduzione in questi testi, mentre egli si fonda sulla scrittura diventata oramai un altro corpo. Non elude più l’assenza che gli è vicina e trova per esprimerla delle formule lapidarie convincenti: “Non ho designato quella che viene, portatrice di cenere e di polvere”.

Perciò l’avvenire rappresenta per lui il punto invisibile verso cui si dirige, condotto da una mano sconosciuta. Pare allora staccarsi dal mondo, affermando con forza la sua insubordinazione e proclamando la sua fiducia nel libro, testimone delle passate civiltà : “Non ho nella mia selvatichezza perso nulla di quei modi frivoli che circolano di secolo in secolo tra i fogli di un volume strappato.

Sino alla fine, Bernard Hreglich si manterrà all’altezza della poesia, che si può affermare sia stata per lui lo strumento essenziale per interrogare il mondo, e scoprirlo nella sua bellezza magnificata sempre dallo sguardo e dal desiderio vegli per rivelarne le infinite possibilità.

Questa opera, per quanto scarna, ha molto segnato la poesia francese di questi ultimi decenni. La critica e i lettori l’hanno giustamente riconosciuto. Varrebbe inoltre prenderne di nuovo conoscenza con un certo spirito di curiosità, quello che ebbe sempre Bernard Hreglich verso gli altri. Si scoprirà, per mezzo di una scrittura esigente, sempre tale fu la sua, una poesia lirica di una ricchezza infinita.

Come ogni autentico poeta Bernard Hreglich ebbe come progetto quello di leggere il mondo, di trascriverlo per restituirgli tutta la sua singolarità. Questo poeta sofferente nel corpo ci dà una lezione di umanità, di coraggio, e ci consegna un messaggio di speranza attraverso un sguardo sempre in attesa di sorprese. Le sue scoperte, che troviamo nei suoi libri, sono anche le nostre.


Bibliografia

Droit d’absence, Belfond, 1977

Maître visage, Sud,1986

Un ciel élémentaire, Gallimard, 1994

Autant dire jamais, Gallimard, 1996

Proses, Presses du sergent Fulbert, 1997

Max Alhau, nato a Parigi nel 1936. È stato professore di letteratura e incaricato di missione per la poesia all’università di Paris X Nanterre. Poeta, ha pubblicato una ventina di raccolte e quattro libri di racconti. È critico di molte riviste: Aujourd’hui Poème, Autre Sud, Europe, La N.R.F.

Questo testo è stato pubblicato inizialmente nella rivista "Aujourd’hui Poème" nel giugno 2004. E successivamente, sempre in versione francese, sul webzine “Combats” di Parigi.

Traduzione dal francese di Giancarlo Calciolari.

Tre poesie in francese e in traduzione italiana

Version française</br


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8.05.2017