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La nuda vita di Lucian Freud

Lisa Lazzaro

Le opere di Lucian Freud costituiscono la formulazione più limpida della nuda vita, la vita autentica, originaria. Mentre gli epigoni inseguono la copia perfetta del maestro per impastare di briciola in briciola il pane della loro schiavitù.

(13.06.2010)

L’affaire di Lucian Freud è quello della pittura, della vita, della fiction, poiché non si può dire la verità sulla vita. La vita rimane irrappresentabile e questo è il paradosso della pittura.

La guerra della verità ha luogo attraverso la pittura, operando nel campo testuale dell’origine, con lo svelamento; e è tutto il dispositivo dell’interdizione della nudità che si trova scosso. Appunto dalla fiction, letteraria o pittorica.

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Lucian Freud, "Reflection (self portrait), 1985, cm 56,2x51,2, private collection

Non è un caso che la pittura come finzione dell’origine sia oggi una delle poste in gioco del conflitto più importante della credenza e dell’identità nel mondo d’oggi, quello religioso. I sistemi teologico militari sempre hanno orrore della fiction.

Poiché a causa della pittura come scrittura originaria che dissipa le varie scritture originali, più note come religioni monoteiste, che è la verità del corpo, è il corpo della verità che determina i limiti specifici di un sistema, ma anche di un gruppo, di una persona, che si trovano messi in causa. Poiché non esistono i padroni e gli schiavi della verità.

La pittura di Lucian Freud tocca il motivo più cruciale per pensare i rapporti nel mondo e tra i mondi, che sono dipinti realisticamente, fuori dalle finestre degli interni dove si gioca il disfacimento dell’epoca nella sua impossibile nudità.
Scabroso infatti è il disfacimento, per l’epoca dell’edificazione degli ismi, decostruzionismo compreso.

I nudi di Lucian Freud non sono cattolici, per quanto l’assenza di erotismo caratterizzi questi ultimi. Sono nudi scabrosi, quasi dipinti in tre zone erogene: il volto, il sesso, i piedi.

La desistituzione dei corpi, ma senza compiacimento delle estetiche negative. La pittura di Lucian Freud è d’interposizione: pratica l’interdizione come interpittura. Non l’interdizione degli uni o degli altri.

L’interposizione pittorica arriva sino a sfatare la credenza nell’interponente universale e affermare l’inesistenza di un padrone della pittura della vita. La vita stessa. E l’altra vita.

Non c’è altro che la pittura d’interposizione a vanificare la credenza nell’interdizione delle interdizioni (la teoria unificata standard della teologia, che definirla politica è pleonastico).

Le opere di Lucian Freud costituiscono la formulazione più limpida della nuda vita, la vita autentica, originaria. Mentre gli epigoni inseguono la copia perfetta del maestro per impastare di briciola in briciola il pane della loro schiavitù.

Freud, Lucian (1922- ). German-born British painter. He was born in Berlin, a grandson of Sigmund Freud, came to England with his parents in 1931, and acquired British nationality in 1939. His earliest love was drawing, and he began to work full time as an artist after being invalided out of the Merchant Navy in 1942. In 1951 his Interior at Paddington (Walker Art Gallery, Liverpool) won a prize at the Festival of Britain, and since then he has built up a formidable reputation as one of the most powerful contemporary figurative painters. Portraits and nudes are his specialities, often observed in arresting close-up. His early work was meticulously painted, so he has sometimes been described as a `Realist’ (or rather absurdly as a Superrealist), but the subjectivity and intensity of his work has always set him apart from the sober tradition characteristic of most British figurative art since the Second World War. In his later work (from the late 1950s) his handling became much broader.

Lisa Lazzaro, Londra. Scrittrice, lettrice d’arte.



30 giugno 2005


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