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Leggendo le opere di Hiko Yoshitaka

Originario

Sybille Chouraqui

Le icone di Hiko Yoshitaka distruggono ogni pretesa di costituzione della soggettività magica e dell’oggettività ipnotica dell’epoca. Oggettività ipnotica sulla quale si basa il mercato dell’arte.

(18.06.2005)

Il lavoro di Yoshitaka testimonia del reale dell’icona, della sua indicalità rispetto al reale della vita. Nel senso che l’icona, ossia l’immagine giunta alla qualità e alla conclusione, va dritta al cervello delle cose, più che in quello dei presunti soggetti, come fantasticava, ma non a torto, Francis Bacon.

Le icone di Hiko Yoshitaka distruggono ogni pretesa di costituzione della soggettività magica e dell’oggettività ipnotica dell’epoca. Oggettività ipnotica sulla quale si basa il mercato dell’arte, che per l’appunto è oggi in concorrenza con le case farmaceutiche produttrici di antipsicotici, ovvero di psicotici divoratori di psicofarmaci.

Nutrirsi delle immagini oggettivate, copie di icone, simulazioni della vita originaria, comporta la psicotizzazione degli umani, e spalanca la via ai farmaci contro la psicosi, che invece è la materia della vita.

Una sola casa farmaceutica vende un antipsicotico per più di quattro miliardi di dollari all’anno (dati del 2004) malgrado, come afferma lo psichiatra Thomas Szasz, la malattia mentale non esista, e Hiko Yoshitaka non abbia ancora venduto una sua opera originaria, intellettuale, autentica.

In tal senso la provocazione intellettuale di Hiko Yoshitaka è altissima. E occorre dire che qualora vendesse qualcosa della sua produzione sarebbe il segnale di un cedimento rispetto al mondo delle copie, l’unico dove le merci vanno al mercato per essere vendute come droghe o come farmaci.

Qualora l’esempio dell’antispicotico non sia chiaro, lo precisiamo: si vendono oltre quattro miliardi di dollari all’anno di un antichimerico, di un antiballodisanvito, di un antistregoneria, malgrado le chimere, il ballo di San Vito e le streghe non siano mai esistite.

E le opere di Hiko Yoshitaka non si vendono non perché non esistano, ma perché l’effetto intellettuale è impareggiabile e sgretola la finzione delle origini, anche quelle del mercato e della storia dell’arte.

Occorre che la provocazione della non accettazione della vendita delle sue opere, spinga il lavoro di Hiko Yoshitaka non nell’assenza dichiarata di valore commerciale delle sue tele, ma verso l’inestimabile. L’invendibile. Come oggi la “Gioconda”, più volte rimaneggiata, di Leonardo da Vinci.

Così la pittura di Hiko Yoshitaka, esponendosi alla sua illeggibilità secondo il canone occidentale, rimane indelebile, incancellabile, ovvero si qualifica come qualcosa che rimane. Un resto irriducibile.

Leggiano l’opera in ceramica, L’abrogazione dell’origine. Intrecci, nodi, stringhe, corde, lacci e il fondo, di un blu quasi kleiniano, che balza sull’orlo della superficie, come il capovolgimento di prospettiva di alcune illusioni ottiche, per altro insegnate in ogni manuale di bizzarrie. Il titolo dell’opera è fuorviante: già l’opera è insignificabile e il titolo risulta improprio, alludendo, ciascuna volta a un’altra proprietà, che sicuramente non è il possesso dell’opera d’arte. E l’uso dell’argilla grezza (originale?) è ironico.

Lettore di teologia di testi in lingua francese, la lingua che per prima gli è stata insegnata dalla madre, Hiko Yoshitaka trova i titoli delle sue opere nei libri.
In questo caso, da una conversazione con l’artista, emerge la referenza, che quasi sempre resta occultata, proprio perché non strizza l’occhio alle citazioni che tutti sanno riconoscere, quelle che indicano l’assenza di lettura autentica.

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"Quasi la vittoria", tecnica mista su tela, 2004

L’abrogazione dell’origine indica per un gruppo di ricercatori in teologia islamica, il lavoro dell’egiziano Assan Al-banna (1906-1949) e dell’afgano Abû Alâ Mawdûdî (1903-1976), che ha fornito le basi per la costituzione della dottrina la cui idea centrale è quella che i musulmani sarebbero ritornati al tempo della jâhiliya, ovvero l’epoca che precede la fondazione islamica, o la pre-origine.

È come se le opere stesse di Hiko Yoshitaka, anche attraverso i titoli che appartengono alle opere stesse, si costituissero come nodi. Indissolubili. Dai quali procedere. Non risponde alla questione, in questo caso dell’abrogazione dell’origine, ma rende ineludibile la citazione e la questione posta.

Certamente in quanto pittura dell’esperienza, ciascuna opera di Hiko Yoshitaka dissolve la credenza dell’origine, che comporterebbe la genealogia degli originali e quella delle copie. E pare quasi impossibile che un titolo così arbitrario e lontano, apparentemente, dall’opera di Yoshitaka, si ritrovi al cuore della vita.

La presunta geometria dei caratteri dei vari alfabeti che si trovano sulle superfici delle opere, come in Quasi la vittoria, è sfatata da Hiko Yoshitaka, non solo per l’invenzione di alfabeti che pur sembrando significativi non significano nulla, ma anche per l’indagine sull’icona della lettere e dei numeri, prima dell’origine. Sino all’impiego paradossale di lettere di alfabeti esistenti, ma come in una cabala in cui il Delegato superiore del senso si è imboscato nello spazio, come ironizzava Guy de Maupassant.

In filosofia, questa lettura è quella di Jean-Pierre Faye, che cerca l’impossibile soglia tra la narrazione e il concetto.

Quanto a chiedersi che cosa indichi la soglia tra l’informe e la forma, o tra l’indice e il simbolo è come chiedersi che cosa indichi la soglia tra la misura del tempo prima e dopo di Cristo. Questione aperta.

Forse le opere di Hiko Yoshitaka convocano alla apertura, senza paura per le coperture sociali e i suoi attanti.

Sybille Chouraqui, lettrice d’arte e di teologia. Vive a Nizza.

Traduzione dal francese di Giancarlo Calciolari.


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30.07.2017