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La pittura del silenzio

Zoran Music. Il silenzio, la Dalmazia, Venezia, Parigi.

Francesca Bruni

Le interviste che Michael Peppiatt ha fatto a Zoran Music tra il 1988 e il 1998, incontrandolo nei suoi atelier di Parigi e di Venezia, dove, molto generosamente, Music lo accoglieva sempre e dove restavano seduti in silenzio.

(15.06.2005)

“Alto, fine e silenzioso, è seduto davanti a voi, visibilmente a disagio... Qualunque cosa gli domandiate, la reazione resta la stessa... La persona cambia di posizione sulla sedia, tenta a più riprese di rispondere, per poi annullare quello che gli viene da dire... e ripiombare in un silenzio imbarazzato. I minuti passano, carichi di questioni non espresse... Alla punta di un momento lungo, l’artista prende tra le mani la sua testa bella e grande, dagli occhi bruni profondi e dalla pelle sorprendentemente liscia, e si mette a gemere dolcemente. ’Non posso dire niente... È così. Non ho niente da dire sulla pittura’”.

Anton Zoran Music, "Nous ne sommes pas les derniers", 1979, acrilico su tela, cm 92x73

Questo l’esordio della breve introduzione alle interviste che Michael Peppiatt ha fatto a Zoran Music tra il 1988 e il 1998, incontrandolo nei suoi atelier di Parigi e di Venezia, dove, molto generosamente, Music lo accoglieva sempre e dove restavano seduti in silenzio. Per Music, “il silenzio è più importante di tutte le parole”.
A Michael Peppiatt racconta di una lunga passeggiata a piedi, fatta una notte con Alberto Giacometti, in cui non si erano scambiati una parola.

Una persona senza fissa dimora, si definiva Music, “bizantino” per la sua “ascendenza slovena”, nato a Gorizia - allora parte dell’Impero austro-ungarico e a due passi dal confine italiano -, studia a Zagabria e viaggia a Vienna e a Cracovia.
Soggiorna a lungo in Spagna, che lascia allo scoppio della guerra civile, e si trasferisce in Dalmazia. “Sono di cultura austro-ungarica o dell’Europa Centrale, ma essa non esiste più!”. Ma l’influenza si amplia, quando dice: “Sono stato marcato dalla cultura mitteleuropea, bizantina, veneziana, spagnola e francese”.
Arriva a Venezia nel 1943, dove espone dei Motivi dalmati e altre opere e dove ritornerà più avanti, aprendo il suo atelier.

Jean Clair, nel libro su Music a Dachau (dove l’artista era stato deportato per un periodo, per presunta attività anti-tedesca) riporta il modo in cui parla dei cadaveri impilati nel campo, come se ne cogliesse una sorta di tremenda bellezza, che va oltre alla cruda visione dello scempio: “bianchi come la neve sulle montagne”, o “come gabbiani al mare”.
Nel campo, Music disegna dappertutto, appena poteva, rubando i fogli nella fabbrica dove lavorava, o nell’infermeria. “Là era una realtà terribile. Io dico che era un paesaggio, ma non è l’espressione giusta. Dico ’paesaggio’ per esprimere qualcosa di terribile...”, “Tutto era confuso, come la neve vista da lontano”.

Una volta liberato, Music torna a Venezia e si mette a dipingere dolcemente le cose che gli si presentano davanti: i cavalli, i paesaggi dalmati, le donne dalmate. Riprende i temi della vita, della gioia di vivere, ma in modo molto differente dopo l’esperienza del campo. “Ero interessato solo dalle immagini ridotte alla loro essenza... al cuore stesso delle cose. Se sono attratto dai secchi paesaggi di montagna e dalle pietre è perché ... sono state ridotte all’essenziale”.
E dice pure: “Non scelgo coscientemente il soggetto da dipingere. Di solito, mi accade di vedere qualcosa che mi smuove - un paesaggio o un bastimento per esempio - e me lo dimentico. Poi, un po’ più avanti, questo può ritornare, trasfigurato, spogliato di tutto il superfluo”.

Non si può far niente in pittura con la volontà, dice Music a Michael Peppiatt. “Bisogna attendere che le cose arrivino, da sole, non si sa mai come o quando esse si producano”. Quando le immagini arrivano è meraviglioso, aggiunge Music. Le vede uscire sulla tela e le dipinge così, senza cambiare niente.

“Sono stato abbagliato dalla luce di Venezia, dal cielo che pure si estende lontano, da quest’orizzonte immenso intorno alla laguna...”. Anche a Parigi, Music tiene il suo atelier per molti anni, in rue des Vignes e proprio in Francia, nel 1995, è insignito della Legion d’onore.

Michael Peppiat, Zoran Music. Entretiens 1988-1998, L’Échoppe 2000.

Jean Clair, La barbarie ordinaria. Music a Dachau , Umberto Allemandi & C. 2001.

Prima pubblicazione sul sito "Art Valley".


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23.01.2019