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Il nuovo spazio comune è contro la diversità culturale

Cultura e civiltà: la linea gotica

Fulvio Caccia

La nostra prima ipotesi è la seguente: la diversità culturale è "kantiana", ovvero è il frutto di negoziazioni in un mondo infine pacificato dal contratto e dal multilateralismo.

(25.10.2009)

L’attuale conflitto americano-iracheno ci rivela per diffrazione una molteplicità di concezioni della cultura nel mondo che merita la nostra attenzione. Potremo dividere queste differenti concezioni in due campi ben distinti.

Da una parte quelli che rivendicano una soluzione pacifica a proposito dell’Iraq; nella maggior parte dei casi questi ultimi si dicono in favore della "diversità culturale". Posizione che è esemplificata dalla Francia il cui presidente si dichiara via via a favore dell’iscrizione della diversità nel diritto internazionale e per una soluzione pacifica al disarmo dell’Iraq.

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Alessandro Taglioni, "La nave"

Dall’altra parte si ritrovano quelli che rivendicano giustamente la difesa della "civiltà" occidentale per giustificare la guerra contro l’Iraq. I termini di "cultura e civiltà" sarebbero antagonisti e rinvierebbero a due tempi differenti.

La nostra prima ipotesi è la seguente: la diversità culturale è "kantiana", ovvero è il frutto di negoziazioni in un mondo infine pacificato dal contratto e dal multilateralismo, come l’Europa che secondo Robert Kagan avrebbe in tal modo rinunciato alla potenza per meglio godere dei suoi privilegi lasciando alla iperpotenza americana la cura di giocare al gendarme del mondo.

Per altro verso, la civiltà apparterrebbe a quella del confronto hobbesiano? Si avrebbero così due mondi: agli europei la sfera pacifica dei simboli, agli americani la cura di esercitare il principio di realtà in un mondo di conflitti e di ineguaglianze.
Se trasponiamo, parola per parola, la discussione nella geopolitica, la diversità sarebbe l’espressione di una "debolezza" consenziente e regolata dal contratto e la "civiltà" (americana) sarebbe la dimostrazione della "forza".

Quindi, l’una sarebbe kantiana e si situerebbe già nel tempo del "post", tale è la postmodernità; l’altra sarebbe di essenza hobbesiana e si situerebbe nel tempo del "pre" e dimorerebbe ancora modernità: apparterrebbe alla prima la decostruzione, il dubbio degli "antichi", e apparterrebbe alla seconda la fede delle "giovani nazioni"; e l’idea del progresso, la perfettibilità dell’umanità sarebbe sempre possibile.

Lo specifico degli imperi è proprio quello di essere sempre sicuri di se stessi e di promuovere le idee. Alessandro, allievo di Aristotele, giustificava la sua azione con il suo desiderio di diffondere le Lumières greche. Napoleone non aveva nessun altro argomento per invadere l’Europa che quello di propagare i frutti della gloriosa rivoluzione francese... Eccetera. Oggi gli USA fanno la stessa cosa...

Vent’anni fa, quando collaboravo nella direzione della rivista "Viceversa" di Montreal, avevo fatto, con i miei amici, l’elogio della "debolezza". Eravamo persuasi che la cultura in movimento che definivamo "transcultura" poteva essere il frutto di questa pace perpetua, contrattualizzata.

Su questo punto eravamo in risonanza con una certa corrente di pensiero italiano che si chiamava giustamente "pensiero debole". Noi avevamo, forse, ragione; oggi aggiungerei "a metà". Poiché non tenevamo conto dell’altro aspetto del reale: lo spazio comune è per definizione quello del conflitto, e quindi quello della potenza. I greci lo sapevano già e anche Machiavelli lo sapeva ben prima di Hobbes, come lo ricorda, per altro, Arendt.

I fondatori delle grandi letterature nazionali non lo ignoravano. Quando Dante teorizzava l’illustre volgare constatava che non c’era corte né potenza suscettibile di imporre il volgare in Italia. Solo allora propose una definizione molto kantiana di lingua "la quale è comune a tutte le città senza appartenere a nessuna". Poteva trovare una migliore definizione della diversità culturale?

Un secolo e mezzo dopo, Du Bellay, confrontato all’ordinanza di Villers-Cottrêts e al re, propose tutt’altra definizione delle lettere e di conseguenza anche della cultura. Suggerisce bellamente di "divorare l’altro", in breve pensa la cultura in termine di "potenza".

La storia gli darà ragione, poiché la letteratura francese diverrà rapidamente la prima grande letteratura nazionale e sorpasserà il latino e l’italiano. Da qui sorge la nostra seconda ipotesi: il dibattito sulla diversità culturale si situa già in un tempo kantiano e giunge all’impasse nel nuovo spazio comune che si elabora e che rimane hobbesiano.

Fulvio Caccia è direttore dell’Osservatorio multilaterale sulla diversità culturale di Parigi.

Aprile 2003


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