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C’è un Dracula in ognuno di noi, dice la vulgata

Gli ultimi vampiri

Giancarlo Calciolari

Se il tempo finisce le cose sono corruttibili. E le merci fuori dalla parola diventano sostanze, valore di scambio: il vampiro quando ne tocca una non sa più cosa farsene un attimo dopo.

(1.10.2001)

C’è un Dracula in ognuno di noi, dice la vulgata. "Ognuno" è tale in quanto appartenente al gruppo, alla comunità virtuale, alla schiera dei fratelli, quelli che Freud menziona comme assassini del padre dell’orda primitiva. "Ciascuno", non "chiunque", è seguace del tempo e non della mamma, come preda ambita dopo la morte del padre, al cui altare s’inscrive il tabù. Ciascuno facendo trova la ricchezza, il lusso, il piacere.

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Hiko Yoshitaka, "Una crocefissione triviale tra le altre", 2000, pastelli a olio su carta, cm 23x30

Invece la rinuncia crea l’uomo qualunque come sospinto a succhiare ad altri amore, ricchezza, energia - quando si pensa padrone; oppure si fa succhiare il sangue, spremere come un limone, si lascia ridurre a uno straccio - quando si pensa schiavo, servo della parola.

Il vampiro, senza tempo come logica, ma solo come risveglio dalla notte del tempo circolare, indossa la divisione delle cose: si vede fare, si vede tradire, camuffare per ingannare il desiderio dell’altro. E distrugge il suo desiderio ingannando l’altro, toglie la forza dalla pulsione e non ce la fa più. Gli manca il sangue della vita e la morte minaccia di distruggerlo se non fa in fretta. E dopo tutto questo "non sa più chi è", qual è il suo desiderio. Allo specchio non si riflette. L’attrazione della donna gli è fatale.

Lui, il vero maschilista, che mette la donna al posto dell’oggetto, la crea come donna-oggetto, come punto pieno da svuotare, per rifarsi dal prosciugamento dell’energia, svenevole e effimera com’è la sua esistenza. Il vampiro è distruttore perché non ne vuol saper niente del desiderio e tanto meno della sua indistruttibilità, custodita dalla pulsione di morte. In tutte le sue metamorfosi sociali, da tiranno che lentamente dissangua il popolo all’amante egoista che priva il partner di ogni ambizione e volontà, fino ad essere incapace di intendere e di volere. La vampira invece vuole. Sa quel che vuole, vuole l’unico, il principe. Svende tutto per succhiarselo fino al midollo. E lui, il principe, poi la dà in pasto ai suoi simili, che odiano il pasto d’amore del padrone e lo fanno per l’appunto nell’odio: la violentano.

Il vampiro cerca la materia nel sembiante del sangue, mentre la vampira cerca il fallo. E quando le va male viene impalata, secondo la falloforia maschile per eccellenza. Può, talvolta, redimersi, tornare alla famiglia, alla riproduzione del simile, ovvero alla vampirizzazione sociale ammessa. Giacché il vampiro quando morde crea un altro vampiro: si tratta del simile, del suo doppio come resto vagante dello specchio. La donna fatale, anche nella sua variante postmoderna di femminista, vissuta come una fatalità, è paragonata alla succhiatrice di sangue (la libidine sfrenata che viene loro attribuita è creata nello stesso modo), sino a cancellare il maschile, che tanto è già in lei come donna "fallica". La vittima predestinata invece, domesticamente piena e candida, avverte il vampiro, lo sente arrivare, annunciato per la debolezza in cui è presa. Già cede al desiderio del vampiro, bambola animale del suo gioco, cede alla bestialità erotica dell’altro.

La donna normale cede il posto all’altra donna, quella infoiata, animale sessuale pericoloso e inquietante (la "svergognata" passione di Romilda, moglie del longobardo Gisulfo, duca del Friuli, nel vedere la "fiorente" giovinezza del capo Unno).

Chiedersi se Dracula sia un fantasma maschile o femminile è una questione che pone solo il guerrafondaio sessuale, che appunto sostituisce alla differenza sessuale la diversità. Così "il fascino oscuro della seduzione sessuale da parte dello sconosciuto", annotato anche come "desiderio della violenza maschile" da parte delle donne è la proiezione dell’esperto di letteratura di "massa", accomunato nella necessità di una sessualità predatoria.

Tolto il tempo, non restano che le pratiche dell’inganno. E il transfinito e la finanza volgono nel finito e nel contrabbando. Se il tempo finisce le cose sono corruttibili. E le merci fuori dalla parola diventano sostanze, valore di scambio: il vampiro quando ne tocca una non sa più cosa farsene un attimo dopo.

Così gli ultimi vampiri, quelli metropolitani o della periferia infinita dell’impero occidentale, rigorosamente dark e punk, usano il sesso in maniera esplicita e secondo i moduli dell’erotismo e della pornografia estremi, poiché il valore d’uso è irrimediabilmente perso. Le usure della parola, metafora, metonimia e catacresi, ricreate (vampirizzate) come corruzioni della parola lasciano il sesso all’uso senza valore. Le donne come cose volteggiano, rapide, nell’allucinazione che lo scambio vorticoso possa assomigliare appena, nella sensazione, a quella della sopravvalutazione sessuale, che nel tono dell’incontro rilascia il piacere.

Oppure sorge il buon samaritano, l’altruista, il femminista, l’inquisitore che agisce per il bene della donna, per la dignità della sua anima. La interroga persino con la tortura, il corpo deve dire la verità del desiderio (che è un inganno del diavolo) e si propone quindi di liberare l’anima della donna dal suo corpo, perché a causa del suo sesso si lascia facilmente possedere, vampirizzare. Il femminista sogna la donna come vizio privato e pubblica virtù, cerca la moglie ideale e l’amante assatanata, la botte piena e la moglie ubriaca... Don Giovanni passa il tempo a contare le donne, nominandole; mentre Casanova passa il tempo a contarsi per ciascuna donna, nominandosi. In ogni caso c’è il tentatico di serializzare le donne, di instaurare il nome del nome, di negare l’indice dell’innominabilità dei nomi.

C’è la Bella, l’unica e non la sua serializzazione. L’unica, la vergine, invampirizzabile, inoggettualizzabile, indomabile, non soggetta alla logica del pieno e del vuoto, del pieno da usare e del vuoto da rendere. Nome preso in una funzione, che al primo tentativo d’essere funzionalizzato - come nome del padre, che è la stessa cosa di dire come madre fallica - minaccia la castrazione. L’orrore del vampiro che vive nella notte senza nomi. Nel più completo anonimato. Servo dei servi. Altroché ribelle; se non fosse per l’appunto che il ribelle è la figura eccellente dello schiavo.

(1994)

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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30.07.2017