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Il disagio come virtù

"Il volo di Rust". Il disagio giovanile

Giancarlo Calciolari

Tremila anni di morte teorizzata e applicata non si dissolvono solo con il contributo di Freud e di pochi altri. Non basta la lezione di civiltà dell’arte, della cultura e della scienza: occorre che la civiltà acquisisca questa lezione. Anche leggendo, senza pagare dazi ideologici.

(1.10.2001)

Il disagio non è il segno della fine, non è il dispaccio della morte annunciata. Il disagio è una virtù del principio della vita poetica, artificiale, non nel senso di artificiosità, ma in quello di arte, della poesia da inventare che non ha nulla d’animale e non richiede né anima né animazione.

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Hiko Yoshitaka, "La croce, i ladroni, l’assenza", 1999, pastelli a olio su carta, cm 23x30

L’uomo non è un animale razionale o politico, come scrive Aristotele. Per non restare terra a terra, occorre leggere il mito di Adamo (che letteralmente è il "terrestre") con il mito di Gesù (l’etimo rimanda a quello di medico), senza rendere omaggio al teismo e all’ateismo, ossia senza i razionalismi e gli irrazionalismi che - pur non esistendo nella logica della vita, ma nella sua negazione - appartengono all’animale uomo. La prima forma di animalizzazione di cui parla la Bibbia è il serpente: Adamo e Eva, mangiando il frutto dell’albero proibito, quello della conoscenza del bene e del male, si animalizzano, percepiscono loro nudità, come quella del serpente. Non sono più ad imaginem Dei, ma ad bestias! Occorre notare che dalla traduzione della Torah ebraica alla versione canonica della Bibbia, il serpente perde la nudità e acquista già i caratteri umani, razionali: è la bestia la più astuta. La questione rimane: quando l’uomo cede alla tentazione della via facile, del frutto che pare a portata di mano (di rapina e di violenza), si animalizza. In effetti è esistita anche la setta degli Ofiti, che adoravano il dio serpente.

Stranamente, il paradiso non ha nulla di paradisiaco, non è quello della vita facile. Richiede la difficoltà, il frutto incoglibile, immangiabile, irrapresentabile. Non è per nulla agiato vivere in paradiso. E se Adamo crede alla possibilità dell’agio, di pascolare beato mangiando ciò che vuole, viene cacciato. Perde il paradiso. Solo con Cristo il paradiso non è più terrestre: il regno dell’Uomo non è di questa terra.

E il mito non può essere trattato con realismo, poiché negarlo vale a realizzarlo in forma economica, diciamo prendendosi per l’AntiCristo. È il caso di Lenin che vuole portare il cielo in terra, con il risultato che la terra celestiale è sempre e solo quella del terrore e degli atterriti. Leggere il disagio come una virtù del principio, come la tentazione intellettuale, come l’aria e la leggerezza, corrisponde a dotarsi degli strumenti culturali per dissolvere la mitologia del naturalismo, del conformismo in materia di società.

Solo credendo nell’animalità dell’uomo si crea la differenza tra infanzia, adolescenza, maturità e vecchiaia, come se si trattasse di un’evoluzione naturale, quando invece si tratta, per ciascuna età, di dispositivi artificiali, poetici, di produzione, d’invenzione, di direzione, di scrittura, di governo. In tal senso il disagio non è giovanile, non è una prerogativa dei giovani. E non è il caso di generalizzare e di banalizzare ancora di più la questione dicendo che c’è il disagio dei bambini, degli adulti, ecc.

Che cos’è allora il cosiddetto disagio giovanile? L’occasione è offerta dal libro di Enrico Magni, Il volo di Rust: il disagio giovanile dentro e fuori il mito (Bertani Editore, Verona 1998, pp. 260, lire 26.500). Tra la terra pietrificata e il cielo di piombo, tra la riduzione in polvere del corpo e il pulviscolo atomico della scena, il volo di Rust eccheggia il folle volo di Icaro: un bel colpo di testa; e offre la vita a colpi... di fulmine, di droga, di farmaco, di crimine e di grazia.

Non basta la negazione estrema dell’humana conditio, fatta di guerre e di stupri, di pesantezza e di lacerazioni. Non basta negare il male, il negativo, il peccato. Qual è il progetto e il programa di Rust? Non lo sappiamo oggi a quale punto dell’itinerario della sua vita sia arrivato il giovane che è atterrato sulla piazza Rossa con un aereo da turismo. Il giovane candido, puro (che talvolta si sporca come duro e terrorista) è come il bambino che dice che il re è nudo? Dice la verità? Dà dello stolto all’Altro e si candida come nuovo e ultimo tiranno, quel tanto che basta per estirpare l’ultimo male, l’ultimo incesto, l’ultimo assassinio, l’ultimo peccato.

Certamente durante il suo regno ci saranno gli ultimi suicidi che non tollereranno di vivere sotto il buon tiranno. E qualcuno, nel disagio estremo vissuto come agonia infinita, si costruirà un aereo di cartapesta e volando dal dirupo scenderà sulla piazza del governo lasciando cadere una pioggerellina di margherite di campo, raccolte poco prima di partire per il nuovo folle volo. Qual è la direzione del volo di Rust?

Quella offerta da Magni, con un cocktail di saperi istituzionali, universitari, quali: psicologia, psicoterapia, sessuologia, sociologia e criminologia, è quella della specularità mitologica dei figli rispetto ai padri. Telemaco, Antigone, Emone, Prometeo "contro" Ulisse, Ercole, Creonte, Cesare.

Tra il legalismo dei padri e l’illegalismo dei figli, tra prescrizione e proibizione, tra obbedienza e trasgressione, Magni propone la tolleranza per i figli del disagio. In effetti è difficilissimo se non impossibile proporre un progetto e un programma di vita ai giovani fondandosi sulla logia della parola, sul discorso del crimine e dell’erotismo. La proposta non può essere che il più piccolo crimine e il più piccolo incesto. Una proposta debole, troppo umana. Leggere Edipo contro Laio, come fa Magni e non solo, vale a attenersi alla tragedia, senza mai giungere al mito di Edipo, e quindi anche all’inesistenza del progetto e del programma di morte a Colono, dove non si trova il corpo morto di Edipo. Nella sua versione antica di volontà di bene (con la variante odierna dell’altruismo: il buonismo) è stata strapazzata, ridicolizzata, villipesa e annientata dal marchese De Sade - che solo in questo modo è leggibile senza morbosità, senza erotismo. Non è proprio il caso di salvare le virtù dell’Edipo tragico, quello che crede nella profezia sociale: "in ogni uomo incontrerai un rivale padre-fratello, in ogni donna incontrerai la parvenza della madre".

Il disagio giovanile non è il disagio ma la sua negazione, ovvero sono i modi giovanili di rimediare al disagio intellettuale. Il disagio si elabora: non si cura, non si nega, non si rimedia. Il disagio è della civiltà, scrive Freud, e non del soggetto. Il libro di Magni è interessante proprio dove esplora i miti giovanili antichi, quelli greci, per attenerci al testo occidentale.

Allora il mito di Rust è in direzione di quello della leggerezza dell’itinerario, dell’assenza di peso, di gravità delle cose. Per volare, o "camminare nel cielo" come proponeva agli americani Verdiglione nel congresso di New York del 1981 dal titolo "Sesso e linguaggio" (americani che non avendo tratto nessuna lezione oggi camminano a raso terra tra "chiacchere e erotismo"), per procedere nell’itinerario di vita, non occorre la droga né lo psicofarmaco (né la sostanza proibita né la sostanza prescritta), non occorre né l’omicidio né il suicidio (né la morte dell’altro né la morte di sé).

Non occorre la nobile menzogna di Creonte e nemmeno la demistificante passione della verità di Antigone: sono due modi di divorare la morte. Anche l’apologia di Laio e l’apologia di Edipo, che sono l’una l’altra faccia dell’altra. Il volo di Rust offre il palinsesto del disagio giovanile e quindi i materiali per l’elaborazione intellettuale, che resta da fare.

Il "volo" è ciò che permette a Enrico Magni di disegnare la mappa della città del disagio. Ma non basta fornire un paio d’ali a Icaro... Fornire protesi, sostanza, aiuto corrisponde sempre a dare la buona morte. La non accettazione è altra cosa dalla negazione estrema. La non accettazione d’ingoiare la sostanza e la morte planetaria non ha nulla a che vedere con la negazione estrema del "cibo di tutti".

L’anoressia mentale vomita il pane di tutti aspirando al pane degli angeli, al cibo del paradiso, mentre l’anoressia intellettuale non accetta il pane mortale e il suo programma di vita non è fatto di assunzioni e di espulsioni (il ciclo bulimia-anoressia), di voracità e di vomito, ma di cibo intellettuale. Allora mangiare è un’attività intellettuale, sessuale (partecipa al programma di vita, come ciascuno sa), e non è una funzione animale.

La non accettazione procede per integrazione degli elementi-alimenti dell’esperienza e lascia integra la vita. Mentre il rifiuto procede dal principio del terzo escluso, operando la divisione dell’alimento in buono e cattivo, e disintegra la vita. Ai giovani vengono proposti rarissimamente dei progetti e programmi di vita. Solitamente sono progetti e programmi conformisti, minimi.

Quasi che non drogarsi, non bere, non fumare, non imbottirsi di psicofarmaci, sia una riuscita: sono per altro dei "successi" ai quali seguono altre "disfatte", tra lampi e cantonate. Invece, la leggerezza, l’assenza di sostanza, l’aria sono prerogative del principio, del volo.

Che cosa dice il programma di morte a origine controllata (Platone formalizzato da Aristotele)? Che la morte è una funzione umana, quindi distribuibile, assegnabile, assumibile. Si può dare e ricevere la morte... E tanto meglio se la morte è dolcissima e buona, e tra poco anche di Stato: ci sono vari tentativi nel pianeta di legalizzare l’eutanasia. "La falsità della realtà virtuale nasconde il mosaico della condizione del giovane d’oggi, arreca la scoperta, la rivelazione delle cose del mondo"? Ma proprio no! La rivelazione delle cose del mondo (la gnosi: l’assunzione del frutto proibito per conoscere il bene e il male) partecipa alla logica universale, fatta di sostanza e di morte.

La copertura non nasconde la vera vita ma un’altra copertura. La vera vita non si nasconde e quindi non si scopre, non si vede, non si rivela, non si conosce. La vera vita s’inventa.

E per inventare occorre la non accettazione della sostanza e della morte. La sostanza buona e la sostanza cattiva costituiscono una mitologia di secoli di negazione della materia della parola.

La sostanza non facilita la vita. Sembra farlo a breve termine (anche nel "tutto e subito" della New Age) e uccide a medio termine. In ogni caso si parte dalla vita terminata, già finita con la nascita dell’uomo mortale, già imbottita nella culla di droga e di farmaci letali.

Tremila anni di morte teorizzata e applicata non si dissolvono solo con il contributo di Freud e di pochi altri. Non basta la lezione di civiltà dell’arte, della cultura e della scienza: occorre che la civiltà acquisisca questa lezione. Anche leggendo, senza pagare dazi ideologici.

Pubblicato su "Helios", n. 6, 1998.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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30.07.2017