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Dal lavoro dello schiavo al lavoro onirico

L’enigma della disoccupazione

Giancarlo Calciolari

E ciascun politico apporta la sua ricetta e il suo esercito della salvezza. Il destino del lavoro non dipende esclusivamente da un’altra politica economica. L’avvento del lavoro, come il suo avvenire, è nella parola, nel dispositivo intellettuale.

(1.10.2001)

C’è da credere che nel giardino dell’Eden Adamo viveva senza far niente, senza occupazione? Oppure nel giardino del tempo, dove la vita è immortale e senza affanni, il paradiso è del fare? Parabola: fuori dal giardino Adamo scivola dal tempo nella durata, e si condanna a guadagnare il pane col sudore della fronte. Dal granello di pietra, quella dello scandalo di verità e di riso, al grano di sale: Adamo perde la nudità divina per portare i panni del salariato. E nel medesimo frangente perde il lusso della castità per la misera veste della vergogna, e cercherà tutta la vita di riscattarsi dall’onta, di ristabilire un giorno l’Eden sulla terra.

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Hiko Yoshitaka, "Non c’è complicazione", 2000, pastelli a olio su carta, cm 23x30

E ogni massacro giustificherà il fine? L’Adamo rinunciante, incapace, debole, è l’uomo che sarà libero un giorno dal lavoro e dal tempo come vaticinava Marx? Il filosofo tedesco ha fondato il lavoro come categoria antropologica, come l’essenza stessa dell’uomo, pur constatando che il lavoro reale è un lavoro alienato. E nel pensiero di Heidegger il lavoro diviene il rapporto dell’uomo all’Essere. Adamo rinuncerà alla mano artistica, culturale e scientifica per riattualizzare la sua mano di scimmia, quella che coglie senza sforzo e senza lavoro la mela del desiderio?

È per la cacciata dal paradiso che il lavoro è assimilabile a un travaglio, a un lavoro penibile come indica il francese travail, dal latino trepalium, che era uno strumento di tortura. E colui che è padrone di se stesso, l’imprenditore che concepisce e decide autonomamente, è pertanto riuscito a cambiare la pena in piacere?

La quantità gli darà accesso alla qualità? Il padroneggiamento dell’esperienza, il controllo della vita, è in effetti il modo migliore per vivere di una pena infinita, sicuri d’essersi preclusi il piacere e condannati a bramarlo in un futuro che non verrà. ...Vivere senza lavorare? La noia si affaccia. È l’altra faccia del negozio.

Ma l’ozio, prima ancora di diventare il padre dei vizi, era la traccia immemoriale del paradiso. L’otium è una virtù della parola: è la tranquillità. In tal senso non nega il fare, ne è anzi una sua condizione. Piuttosto se c’è l’ozio non c’è indaffaramento, cosicché il negozio, lungi dal fare, è il lavoro ridotto a psicofarmaco: la calma come surrogato della tranquillità. Occorre rifiutare di perdere la vita guadagnandosela?

Non c’è alternativa tra la vita e la morte: partire dalla malattia di morte per riscattarsi, per rinascere, vale a compiere la caricatura del rinascimento. Nel lavoro rinascimentale ne va dell’opera. In latino i termini che designavano il lavoro erano opus (il risultato) e opera (l’attività). Mentre occupazione viene da ob capere, prendere dinanzi. è questo "prendere" a costituire il lavoro come secondario o come alienato. La mano della presa del posto (fantasticato alla sua portata) nega la mano intellettuale e si assicura il piacere facile, il paradiso naturale e animale: l’insoddisfazione!

Allora, quale posizione occupare se l’io non è padrone in casa propria, come dice Freud? La presa è della parola, che è inspazializzabile; e la posizione si specifica nella anatomia delle immagini, mai fissa, presa in direzione della qualità. C’è una connessione tra la posizione e il lavoro? Il posto di lavoro, l’occupazione, risolve questa connessione? In Freud il termine di lavoro onirico interviene nell’Interpretazione dei sogni e qualifica le usure della parola, in particolare la metafora. La supposizione del nome. Questo è un dettaglio della scienza della parola molto difficile: Verdiglione propone il lavoro onirico come lavoro del nome. La punta della semplicità si trova forse nell’elaborazione della negazione di questo aspetto: tolta l’erranza del nome (quel che parlando annoda la frase) il lavoro diviene sotto posizione anonima, ovvero lavoro dipendente; e la frase si spiana sino a incarnarsi nel luogo comune.

Il dizionario storico per lavoro indica: caduta, scivolamento. Lapsus. Far cadere, abbattere. Crimine originario: il lavoro onirico abbatte ogni pretesa di lavoro servile, che non è altro che lavoro senza sogno. Labor: lavoro in quanto sforzo pulsionale. E si fa carico, peso, quando della pulsione ne è cercata l’economia.

La mitologia della disoccupazione comincia con quella della caduta: dall’uscita del divin paradiso di Adamo all’oblio dell’essere di Heidegger. Mitologia trionfante del tramonto dell’Occidente, che in questo secolo ha trovato il suo apologista in Oswald Spengler. L’occupazione e la disoccupazione sono termini del lessico puritano occidentale per il "fare". Corrisponde loro il soggetto ipnotico, colui che fa seguendo i dettami del luogo comune.

Alla mitologia del lavoro come funzione umana ("lavoro dunque sono"), dove l’uomo si realizzerebbe, succede quella dell’impiego, del "posto" di lavoro, dove l’uomo si irrealizza, ossia sprofonda sempre più nell’alienazione. E sempre di cervello naturale si tratterebbe, cosicché il lavoro manuale sarebbe quello della scimmia e il lavoro intellettuale si specificherebbe come quello del progresso dei primati. L’aumento del salario e la diminuzione dell’orario di lavoro s’inscrivono nella vita forzata, nel discorso della festa, della divisione del lavoro in lavoro manuale e lavoro intellettuale (stessa divisione antirinascimentale tra arti liberali e arti meccaniche), della dicotomia lavoro/tempo libero.

Prima del tempo libero c’era la festa: la consacrazione del lavoro forzato. Il tempo libero è il tempo dello schiavo. Per il discorso della festa (che fece dire a un filosofo francese che il comunismo è dove è sempre domenica) il lavoro non è altro che un tempo morto. E la vita risiederebbe tutta nel tempo libero. Questa è la gnosi del tempo. E questa vita tagliata in due non è una vita che possa dirsi tale. L’alternativa gnostica tra impiego e disoccupazione si vanifica con l’instaurazione del lavoro onirico. Già l’attività multipla, che segue all’annuncio del declino della società salariale dato da alcuni economisti, è il modo di pensare nella complicazione la questione dell’altro lavoro, del lavoro onirico: il lavoro inalienabile.

Non c’è nessuna critica da fare all’economismo sebbene il luogo comune abbia adottato i suoi postulati: le leggi economiche come leggi naturali, il primato dell’individuo isolato, la valorizzazione dello scambio di merci. Il diritto al lavoro o il diritto alla pigrizia, all’ozio di Paul Lafargues? Rivendicare il diritto al lavoro vale dapprima a reclamare un posto nella società dei sudditi. Crudele dilemma: il diritto al lavoro è diritto allo sfruttamento. Tutti questi diritti rientrano a buon titolo nella carta dei diritti degli schiavi moderni: così il diritto al non lavoro, il diritto di sciopero.

Se c’è diritto a tutto, l’istanza del diritto scompare dalla parola. E di diritto in diritto tutto va storto. Come in alcuni Stati americani dove si è legiferato per proteggere il diritto al lavoro dei non scioperanti! La società conformista detta l’obbligo al lavoro, la purificazione per via del lavoro: la nomenklatura pseudo intellettuale - in assenza di lavoro onirico (e quindi artistico, culturale e scientifico) - sprona i più al lavoro. Era scritto in esergo sui cancelli dei campi di sterminio: il lavoro rende liberi. Anche i gulag stalinisti e maoisti miravano alla rieducazione tramite il lavoro. La reinserzione sociale passa par il lavoro: dalle prigioni alle comunità psicoterapeutiche. Il sogno della piena occupazione comporta l’esclusione.

L’occupazione implica la società spazializzata: l’insieme spazio. Una volta raggiunta virtualmente la piena occupazione, l’altro figlio da uno in più, l’uno che viene, diventa uno di troppo. Il problema del lavoro resta un enigma. Il lavoro onirico continua anche durante il giorno! Mentre il sonno come diritto al non lavoro si trasforma in incubo. Dagli Stati Uniti al Giappone ci arriva la novella di una nuova malattia: il "workoolismo", la bulimia del lavoro.

Contraltare paradossale all’anoressia del lavoro: la non occupazione. Come può il lavoro essere domestico quando la casa è l’altro nome dell’industria della parola? Al posto del fare l’indaffaramento o l’occupazione o le faccende domestiche. Il lavoro è quasi diventato la realizzazione del tabù del fare. Come se ci fosse il non del fare. Come se il tempo fosse ostacolo e non taglio. Se il fare è un tabù, l’occupazione è un obbligo: è l’obbedienza di poi che segue alla messa a morte del padre, all’esecrazione del suo lavoro. Persino i massacri perpetrati con le bombe, per stabilizzare o destabilizzare lo Stato, mantengono l’occupazione e il posto fisso: il principio di virtualità, di possibilità che la catastrofe accada.

La disoccupazione non è altro che la forma della calma naturale nella società conformista. Medicamento psicofarmacologico. Qui ha un lavoro salariato non è semplicemente occupato, è letteralmente preso: è soggetto al lavoro, schiavo. Il "posto" è il lavoro senza il sogno: negazione della disposizione all’ascolto e del dispositivo della lussuria. è da tale negazione che discende la "miseria" del lavoro salariato. Marx risolve il problema proiettando il sogno in un avvenire radioso: bisognerà liberarsi dal lavoro alienato, spezzare le catene del lavoro per il sale, per sedersi al banchetto dell’altro nutrimento.

La disoccupazione nell’occidente è creata dalla tecnologia? Ogni innovazione tecnica è vista come un ostacolo al mantenimento dei posti di lavoro, a partire dai mestieri meccanici in campo tessile agli albori della rivoluzione industriale. Occorre abbattere l’impero tecnologico moderno? Ostacolare la tecnica riviene a vivere di tecnologia. Resistere alla tecnica in nome di un mito della natura felice e candida, ovvero moralizzarla, censurarla, vale solo a rinunciare all’etica per sopravvivere poi nell’imperio della tecnica senza etica, uscita come per incanto dalle mani degli altri, mai dalle proprie. La disoccupazione sparirebbe con la crescita della produttività?

E perché non trasformare la disoccupazione in tempo libero, come ha proposto qualche buontempone? E come di fatto la cibernetica videopolitica tenta di instaurare sul pianeta, prendendo l’Italia come laboratorio. L’innovazione tecnologica crea disoccupazione oppure nuovi posti di lavoro? Anche la nozione di "posto" è da analizzare. Il posto nega il dispositivo poetico, inventivo: è la casella del conformismo. Mentre nella sembianza, nell’anatomia delle immagini, la forma si organizza per via del morfema, del sembiante, che non è personale né sociale.

La posizione non è sociale né familiare né erotica. La posizione implica il dispositivo del fare, altrimenti è il posto naturale, animale, fatale. Il purismo tecnologico (la tecnica per la tecnica in assenza di etica) sboccherebbe in una automatizzazione e in una produttività assoluta tali che un solo lavoratore produrrebbe per una umanità di consumatori disoccupati. Per altro la tecnica, quale aspetto dell’industria della parola, s’appoggia sul lavoro onirico.

Solo abolendo il sogno gli umani prendono lucciole per lanterne. E solo abolendo la dimenticanza prendono le lanterne per lucciole! Il movimento contro la tecnica sviluppa la macchina assistenziale di stato, sino al crollo per mancanza di soldi. Il movimento contro la macchina (che in greco e poi in latino voleva dire "invenzione") sviluppa la tecnologia volta alla disciplina dei soggetti, sino all’esplosione della dissidenza. Ovvero si va dal lavoro assistito all’assistenza dei senza lavoro: modulato sulla parola "terziario" il filosofo J.-M. Ferry ha proposto il termine "quartenario". Questa gestione politica del lavoro e del non lavoro si fonda proprio sulla negazione della struttura onirica del lavoro; e l’impresa del tempo con cui ciascuno si confronta è tolta a vantaggio della presa sui soggetti, dei cittadini intesi come sudditi. Se la tecnica e la macchina, il gioco e l’invenzione, l’arte e la cultura, e così l’industria e la scienza, non sono considerate ostacoli, allora il lavoro s’instaura senza appoggiarsi sulla coppia gnostica occupazione/disoccupazione.

La disoccupazione è lo spaventapasseri del monopolio dell’occupazione, al fine di eludere la questione del fare, quella di una società artificiale dove lo stato sfugge alla passione gregaria della sua presa. Ognuno può essere affacendato o occupato, calmo o disoccupato, basta accettare la regolamentazione del fare, con tanto di caselle di partenza da non abbandonare mai. Pare che la questione politica si riassuma oggi in quella della disoccupazione. Nobile menzogna per intrattenersi invece nel come tenere occupati gli schiavi della caverna platonica.

Disoccupazione e occupazione sono il modo di gestire il lavoro onirico, tale da renderlo una veglia allucinatoria. La porta della società da inventare è tra la frontiera e il limite del tempo, senza impedimenti né limiti soggettivi. L’industria e l’impresa della parola lasciano impreparati i vari attori sociali: dai sindacati che hanno bisogno del salario per prelevare la percentuale per le loro organizzazioni, alle grandi industrie che necessitano della cassa integrazione, ovvero della disoccupazione pagata.

Anche la parola impiego allude al "posto", alla fissità della messa in piega, del piegare dentro, dell’avvolgere, del vincolare. L’essenziale, ovvero la piega delle cose nella loro trasformazione, è omesso. E il lavoro onirico si fa nella piega della parola, non senza l’arte della piegatura, la strategia. Oggi termina l’epoca del "posto" di lavoro. Si conclude la parabola del lavoro "forzato" e del suo alimento di base, il sale. Il sale come profitto necessario è ciò che cristallizza ciascuno al suo posto.

La posizione in cui ciascuno si trova risente della dimenticanza e del sogno, e non ha nulla a che vedere con una postazione militare o religiosa. La posizione è inoccupabile nei termini del possibile o dell’impossibile. Si occupa una posizione nel contingente: pertanto resta impossibile la disoccupazione dall’inconscio, dalla logica particolare a ciascuno. E il lavoro non può essere forzato perché la forza, l’altro nome della pulsione, della spinta all’avventura, va in direzione della cifra e del piacere.

Credere nel lavoro alienato è già convertire il lavoro onirico in pena. Credere che la divisione sia del lavoro e non del tempo offre già la certezza del castigo, della vita come caduta fuori dal paradiso. I più preferiscono avere il loro posto all’inferno (colmo dell’occupazione) piuttosto che rischiare la posizione danzante che non esclude l’istanza del piacere. Il paradiso non può attendere.

Il lavoro è redistribuibile su scala planetaria? Emigra dove lo sfruttamento dei lavoratori è più facile? O piuttosto non ne è impedita l’emergenza là dove trova le condizioni del dispositivo del fare? L’idea dello sfruttamento del terzo mondo (dalla sua assunzione alla sua denuncia) si regge sull’idea razzista che l’altro sia ancorato alla sua origine più o meno buona e selvaggia: da distruggere nel modello dell’egotismo padronale e da salvare nel modello dell’altruismo servile. In entrambi i casi viene omessa la trasformazione: e l’altruismo al pari dell’egotismo si palesa intruppato nel conformismo. Dunque l’accusa di colonialismo a proposito del mercato del lavoro inchioda ognuno al suolo delle sue radici, della sua "colonia penale", per dirlo con Kafka.

L’anticolonialismo, come il colonialismo, si fonda sulla necessità della minima e comune colonia. E la riproduce. Quindi sia l’anticolonialismo che il colonialismo hanno orrore che possa sorgere una trasformazione, giacché la libertà nonostante i tentativi di amministrazione giganteschi di tiranni e popoli resta della parola, inconfiscabile, inalienabile.

Il lavoro non ammette né padroni né servi. È questione di dispositivo artificiale da inventare, di équipe, di collettivo, di assemblea, di istituzione temporale. Istituzione mai eretta una volta per tutte, mai da secolarizzare: né divinizzabile né demonizzabile. La garanzia del posto di lavoro è la morte in vita, come forma di agonia infinita dalla culla alla tomba. Come di fatto l’assicurazione sulla vita è a tutti gli effetti una assicurazione sulla morte. La garanzia del lavoro risiede nell’instaurazione del colore della vita, dell’oggetto della parola. Oggetto, ob jectum: ciò che si getta dinanzi. E l’assicurazione di vita, l’immunità stessa, viene dal rischio d’impresa e di verità, che vanificano la paura e il pericolo di morte. La materia della parola è la materia stessa del fare. Allora l’occupazione e la disoccupazione sono rispettivamente l’agitazione e la calma come succedanei del fare. Come psicofarmaci.

In tal senso la lotta contro la disoccupazione è come la lotta contro la droga, contro la prostituzione... La lotta contro il male dell’altro partecipa del sistema morfologico dinamico di gestione e riproduzione della stessa forma di "male".

Mentre la lotta intellettuale, senza credere nel male dell’altro, prende la disperazione estrema come ironia della sorte e pretesto per un’altra impresa. Senza genealogie sociali, nazionali, regionali, provinciali, patenti o occulte, che giustifichino la riuscita degli uni e il fallimento degli altri. La lotta è il duellum, il due inconciliabile, l’apertura. L’impresa procede dall’apertura secondo la logica particolare.

E i soldi sono l’indice del transfinito dell’impresa e non condizione dell’apertura né del cominciamento. Chi ha i soldi non fa. Dostoevskij scriveva dopo aver perso tutti i soldi e bruciato tutti i mobili di casa! E il mito dell’Eneide resta il mito di fondazione della città temporale: nella disperazione estrema, smarriti nel periplo mediterraneo, i viaggiatori s’apprestano a mangiare gli ultimi viveri; e dalla fame divorano anche i piatti, che allora erano costituiti da delle gallette di pane azzimo. Julo lo dice sorpreso al padre Enea, che subito si ricorda della profezia: quando sarete arrivati al punto di mangiare anche i piatti lì edificherete la città. La trasformazione del non lavoro in lavoro: come occupare i non occupati. Tale è il rimedio, l’antidoto.

Ironia degli umani: tolgono il sogno al lavoro e poi cercano di iniettarlo nuovamente nel lavoro ormai esangue e incolore. Non sanno quello che fanno? Sognano a occhi aperti il sogno per non saperne più nulla. Semplicemente, volontà di potenza: vogliono dirigere i sogni. Preferiscono il massacro delle illusioni, di cui parla Leopardi, piuttosto che ammettere il sogno. Preferiscono il "flagello" della disoccupazione piuttosto che ammettere il lavoro onirico! Tanto che dal lavoro fisso al lavoro precario, alla promessa di stabilizzare la disoccupazione rispetto alla sua ineluttabile progressione, si gioca sempre il "posto", la casella societaria, la cellula, quella del detto siciliano: chi nasce rotondo non può morire quadrato.

La riduzione dell’orario di lavoro? Il lavoro come droga o come pena. E così il disoccupato da lungo tempo e i giovani mai ancora occupati sono visti come malati quasi cronici... La disoccupazione è una via dell’esclusione? Intanto la denuncia e la lotta contro l’esclusione si fondano sul principio d’inclusione: la sorgente stessa dell’esclusione. Infatti nel pensiero greco il principio del terzo escluso segue al principio d’identità. Il lavoro è apparentemente appannaggio teorico degli economisti.

La soluzione dell’enigma della disoccupazione è demandata all’economicismo, che si dibatte con l’orario di lavoro, gli oneri sociali e la politica volontaristica di creazione di posti di lavoro, la forza della valuta, il tasso d’interesse e la svalutazione competitiva.. L’inefficacia delle soluzioni alchemiche così proposte è solo apparente: la riuscita è totale, poiché altra. Infatti viene fatto salvo il mandato sociale dell’enigma del lavoro (più che della disoccupazione) alle teorie economiche, keynesiane o neoclassiche che siano.

L’economicismo è l’altra faccia del naturalismo in materia di società, di stato, di mercato, di individuo. Occorre l’impegno collettivo o personale per risolvere la disoccupazione? L’abolizione del tempo in cambio della calma, altro nome della disoccupazione, fonda l’imperativo della politica, della sua autonomia, del suo necessario programma di salvezza. E ciascun politico apporta la sua ricetta e il suo esercito della salvezza.

Il destino del lavoro non dipende esclusivamente da un’altra politica economica. L’avvento del lavoro, come il suo avvenire, è nella parola, nel dispositivo intellettuale.

"L’Altra Reggio", n. 59 bis, 1995.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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16.05.2017