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Per la globalizzazione intellettuale

Lo scacco della globalizzazione canonica

Giancarlo Calciolari

Come tutti possono vedere, ognuno è in buone mani! Eppure le cose, anche le più difficili, sono a portata della nostra mano intellettuale. La ricerca intellettuale svincolata dalla nomenclatura - gruppi privati o pubblici, mondiali o provinciali - è cosa rara, ma esiste. E la setta insegreta, l’équipe, la brigata, è il dispositivo invincibile senza il quale non c’è traccia dell’esperienza.

(18.08.2002)

Era un tempo che la malvagità umana e le sciagure della virtù mi muovevano a sdegno, e il mio dolore nasceva dalla considerazione della scelleraggine. Ma ora io piango l’infelicità degli schiavi e de’ tiranni, degli oppressi e degli oppressori, de’ buoni e de’ cattivi, e nella mia tristezza non è più scintilla d’ira
(17 dicembre 1819).

Ma io ho la fortuna di apparire un coglione a tutti quelli che mi trattano giornalmente, e credono ch’io del mondo e degli uomini non conosca altro che il colore
(21 aprile 1820).

Giacomo Leopardi, Zibaldone

JPEG - 20.8 Kb
Hiko Yoshitaka, "L’incompatibile", 2000, pastelli a olio su carta, cm 23x30

La globalizzazione è un post-colonialismo, un post-asservimento, una post-elusione della verità, una post-copertura di ciò che non si nasconde. La qualità della vita. In effetti la globalizzazione corrisponde alla massima quantità in assenza di qualità. Dall’Uomo senza qualità di Robert Musil siamo giunti al pianeta senza qualità.

Il purismo economico e il purismo finanziario: la vita senza qualità, ridotta a costi e benefici; l’altra faccia del massacro degli umani, il loro sbiancamento revisionista e negazionista. È il trionfo del mercato e della sua logica? Si tratta della negazione del mercato, della sintassi nella parola. La merce va al mercato. L’equivoco va alla sintassi. Questo è il commercio sessuale che impedisce il commercio erotico degli umani divisi tra puttanieri e puttane.

La globalizzazione che cos’è? È l’azione di ridurre il transfinito a sfera, a globo, a bolla, a balla. Globalizzazione appare come termire nel 1968. E il globalismo come metodo globale è già in filosofia nel 1923.

Se il mondo fosse ancora più rotondo di quel sacco che è, sarebbe un globo, come il mappamondo di Charlot in Tempi moderni. Il sogno greco dell’armonia sarebbe perfetto nella sfericità delle cose. E l’incubo dell’inarmonia rode la sfera, come testimonia l’indagine dello scultore Arnaldo Pomodoro.

La globalità è la circolarità stessa delle cose, il punto di partenza doppiato dal punto di arrivo. Dallo stesso allo stesso passando per lo stesso. Questo è il messaggio del pappagallo della filosofia greca.

Di quale globo si tratta? Il globo come mondo, come pianeta mondializzato, dove ogni punto è conoscibile come le proprie tasche. Poiché la sfera è fatta come ogni suo punto. Per questo tutti sanno già tutto e non c’è nulla da imparare e nulla da insegnare.

Ognuno si fonda come homo bulla se sa già tutto. Se io so cos’è la globalizzazione e so che occorre esserne pro o contro sono già impallato e impallinato come i miei stessi bersagli che attacco. Sono fatto della stessa pasta. Ma non c’è l’uomo geometrico e nemmeno algebrico. Il detto fatalista "chi nasce rotondo non può morire quadrato" è per l’appunto da sfatare.

Qual è il miraggio più che il sogno della globalizzazione? È quello del perseguimento della mitologia dell’impero romano. La globalizzazione sopravvive nel ricordo dell’impero sulle cose, non solo dell’uomo sull’uomo, ma dell’uomo sui suoi stessi fantasmi, sull’aria, sul sogno, sulla parola, anche su di sé, anche sul corpo. L’impero sul pianeta e sulle galassie. L’impero su tutto, anche se il tutto è un pleonasmo del niente: niente da vedere, perché non c’è nessuna sostanza e nessuna mentalità sulle quali edificare Sodoma e Gomorra.

Il transfinito insegna che non c’è il tutto che contenga tutto. Il tutto non contiene se stesso. C’è qualcosa di incontenibile. Il sé, il sembiante, a cui appartiene la stessità. E l’automa non c’è modo di misurarlo né di calcolarlo. Il punto non è riconducibile a un cerchio infinitamente piccolo e il tempo non è circolarizzabile. Certamente il sembiante e l’automa rovinano la festa alla globalizzazione, e non solo.

La globalizzazione del mercato è la sua spazializzazione con le merci ridotte a pura sostanza e a pura mentalità. Qui è importante leggere l’enigma del feticismo della merce in Marx. Non trascurabile è l’analisi di Guy Debord della merce come spettacolo integrale. Si tratta del feticismo che pervade ogni settore e ogni nazione in una sistematica che va dalla setta segreta alla globalizzazione insegreta.

Il settarismo è l’altra faccia del globalismo, perché la sferalità del globo produce il buco nero come suo limite. Infatti il buco nero affascina i seguaci delle sette esoteriche e i seguaci della globalizzazione essoterica. In tal senso la globalizzazione trova conferma e riproduzione nell’antiglobalizzazione. Il loro sistema implica la società dei burattini, dove anche il burattinaio è burattino. E il paladino dei burattini che uccide l’ultimo burattinaio non è l’uomo nuovo: è un piccolo burattinaio, cone ogni burattino sa.

La scienza delle scienze inseguita come il Graal è pertanto insegnata dappertutto nel pianeta, dall’astrologia di qualsiasi giornale alla comunicazione globale di qualsiasi università. La scienza delle scienze è la scienza della globalizzazione inseguita da grandi e piccini?

La scienza dell’esperienza dove si trova? In Leonardo, in Cartesio, in Marx, in Freud, in Heidegger, in Lacan, in Derrida, in Verdiglione? La scienza dell’esperienza non si trova, non è data. Non è appannaggio di nessuno. Ma si tratta d’altro.

Certamente c’è chi cerca di legare il suo nome alla scienza delle scienze. La teologia (la scienza di dio), la filosofia (la scienza dell’essere), l’epistemologia (la scienza dei principi), la matematica (la scienza del numero), la psicanalisi (la scienza dell’inconscio), la cifrematica (la scienza della parola). I contributi sono immensi. Eppure gli umani non ne traggono pressoché nessun profitto. E sembrano trarre un estremo profitto dalla scienza delle scienze che non c’è.

La direzione senza intelletto è cercata negli oroscopi, e c’è chi si offende al solo sentire parlare di direzione intellettuale. Invece di rischiare un passo in una storia da inventare, pinco cerca pallina per imitare come fanno mamma e papà. La miseria sessuale e intellettuale è accaparrata ancora di più dei soldi, e incorniciata nel salotto buono.

Le parole d’ordine di globalizzazione e di antiglobalizzazione servirebbero a far circolare le cose e gli umani. E in un senso di circolazione come nell’altro l’itinerario di vita sarebbe senza arte, senza cultura e senza scienza, ma ricchissimo di pseudo cultura, pseudo arte e di pseudo scienza.

Non c’è da lottare perché non ci sia la globalizzazione. La globalizzazione non è dell’Altro, non gli appartiene. Riguarda ognuno, quando cerca di controllare la vita. L’esempio, meno appariscente, in tal senso estremo, è quello dell’antiglobalismo. Il miglior modo di governare innocentemente. Il massacratore bianco, innocente contro il massacratore nero, colpevole. Il massacro, infatti, è dato più che scontato, è gratuito, da qualsiasi parte arrivi.

Occorre intendere che il paladino dei massacrati è un massacratore, e che il massacratore è massacrato dallo stesso massacro che mette in atto. Il piacere criminale e il piacere erotico sono senza alcuna soddisfazione sessuale, intellettuale.

Allora, qual’è la via? È una domanda fatta da uomini palla, pallosi e palloni gonfiati, talora sgonfiati. A ciascuno la sua via, con i suoi talenti e i suoi mezzi, dalla difficoltà alla semplicità. Non basta analizzare la globalizzazione, il comunismo, il nazismo, la new age...

Occorre scommettere sul progetto e sul programma di vita di ciascuno, non sulla relazione o sul legame o sulla rete sociale.

Non solo la relazione sociale non è riconducibile ai fattori economici, ma proprio non c’è. La relazione sociale non è mai esistita se non come idealizzazione. C’è la relazione, il due originario, l’apertura, senza decostruzioni della chiusura. Definire la relazione sociale, cioè genealogica, serializzata a partire da uno, anche nell’ipotesi di una struttura rizomatica di uno (il "popolo" di internet), vale a vivere dimezzati. Come nel mito dell’androgino l’uomo globale è sempre "mezza palla" alla affannosa e pallosa ricerca dell’altra metà della sfera.

E il dramma della relazione, come in Giulietta e Romeo di Shakespeare, appartiene alla fantasia di genealogia. Sino al paradosso dell’erede suicida.

L’elite dei benestanti che suppone di controllare la scienza, la tecnica, la cultura, le comunicazioni, le risorse del pianeta (e in questa ideologia lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo si chiama "risorse umane"), a detrimento della massa dei malestanti, è acefala, cancerogena, iatrogena (muore a causa delle stesse cure che crea contro i suoi mali immaginari), alcoolista e criminale e prosseneta.

Come tutti possono vedere, ognuno è in buone mani! Eppure le cose, anche le più difficili, sono a portata della nostra mano intellettuale.

La ricerca intellettuale svincolata dalla nomenclatura - gruppi privati o pubblici, mondiali o provinciali - è cosa rara, ma esiste.

E la setta insegreta, l’équipe, la brigata, è il dispositivo invincibile senza il quale non c’è traccia dell’esperienza.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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6.10.2016