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E se il caso non c’è, s’inventa: Moro, Tortora, Verdiglione.

La banda del luogo comune

Giancarlo Calciolari

Il luogo comune è il colmo del malinteso, tutt’altro che la realizzazione dell’intesa mafiosa. Il successo è dell’inconscio. Nell’arca della parola il tempo non finisce mai. Ci sono sempre le condizioni per dire, per fare, per scrivere, per approdare alla qualità delle cose.

(1.10.2001)

Il senso comune mima un’interrogazione da cui è espunta la ricerca intellettuale, la novità. Rimane l’interrogazione dello schiavo di Menone, che sa ben rispondere se ben interrogato. Nulla di nuovo verrà da questo dialogo, salvo l’assunzione del posto di schiavo o di quello di padrone della parola. In questo caso non occorre nessun itinerario intellettuale per saper rispondere e nessun percorso inventivo per formulare correttamente la domanda.

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Neysa Grassi, "Untitled"

Il maestro deve solo accumulare il sapere, che quindi non può essere che il sapere dell’altro: svuota i magazzini del sapere per strombazzare un pensiero che dirlo debole è un omaggio, trattandosi com’è del pensiero di un altro. Insomma, sul principio del terzo escluso, l’invenzione, l’arte, la cultura, la scienza sono esclusi a favore della conoscenza. Dell’albero della conoscenza comune: del bene e del male, dell’alto e del basso, del forte e del debole, degli sfruttatori e degli sfruttati, degli spacciatori e dei drogati, dell’inquisitore e della strega, del medico e del malato, del plagiatore e del plagiato, del farmaco e della droga, della legge del possibile e della legge dell’impossibile, della mania e della depressione, della bulimia e dell’anoressia, e via dicendo in questo sarcofago che è la tomba delle parole che vi entrano in coppie di opposti.

Il manicheismo è il modo di ragionare schierandosi per una di queste "creazioni fantastiche": adesso si arriva a dire che non esistono più le "streghe", ma per gli altri termini ci sarebbero i molti disposti a mettere la mano sul fuoco. Cosa faceva la strega? Influenzava: una donna maritata s’innamorava, una vergine se ne andava col primo venuto, un uomo vendeva la sua casa tutti i suoi campi per amore della serva. Insomma la strega sapeva come far desiderare. Ma era troppo umana, e la favola non ’teneva’ più di tanto. Ecco il diavolo! La forza viene da lui: la strega ha un oscuro commercio col diavolo. Qui sorge l’inquisitore che ne sa sempre una più del diavolo, che a ben vedere è, per dir così, una "strega della strega", una strega riuscita. L’influenza giustamente a confessare d’aver un commercio col diavolo. Tutto gli è permesso (la legge del possibile): la tortura nel corpo e non solo nei pensieri. Deve dire la verità, ovvero deve dire d’essere una creatura del diavolo. E il rogo pulirà l’immondo desiderio sessuale.

Diciamolo chiaro: l’inquisitore sbava sul corpo della strega e se lo nega (legge dell’impossibile). Nel rogo brucia la sua vita, per vivere di cenere, brucia l’abiezione del suo desiderio tacito. Wittgensteiniano ante-litteram: su ciò di cui non si può parlare bisogna tacere. Principio dell’omertà. Poi i luoghi comuni attorno al desiderio hanno subito alcune svolte: la strega posseduta dal diavolo cangia in isterica. L’inquisitore si fa ipnotista. Infine la depressione ingloba i "soggetti desideranti" e i nuovi inquisitori diventano psicoterapeuti, che somministrano riconoscimenti "fallici" o psicolettici.

C’è ancora qualcosa nella città della calma psicofarmacologica che non sia politicamente, sessualmente, teoricamente corretto? Allora i nuovissimi inquisitori indossano i panni dei magistrati, dei giornalisti, degli specialisti.

E se il caso non c’è (perché le streghe "per caso" esistevano?) s’inventa: Moro, Tortora, Verdiglione. Il rumore dell’inquisitore a chi giova? Occorre ammettere che lo spettacolo dell’inquisizione ha un fascino formidabile, come circens non c’è di meglio. Anche il rumore mediatico oggi affascina e preferisce sempre il virtuale al reale, il pensabile all’occorrenza, com’è stato il caso eclatante con la guerra del Golfo.

Il rumore giova alle bande che si spartiscono l’Italia, come alle altre che si spartiscono il pianeta. Ma restiamo all’Italia che è modello dell’occidente, modello ossimorico: c’è l’Italia delle bande e c’è l’Italia dell’arte, della cultura, dell’invenzione, che non muoiono mai, contrariamente a quello che pensava Hegel dell’arte.

È più facile ora leggere l’operazione mani pulite, che ha lasciato pressoché tutti nello stupore: ah, finalmente la candeggina puritana che sbiancherà il sozzo commercio politico italiano! Intollerabile questa vendita delle indulgenze politiche. L’operazione inquisitoriale lascia bianca sempre più bianca la coscienza degli "operatori" (chi si sarebbe permesso, allora, di dire all’inquisitore che il suo desiderio era di fottersi in santapace la strega, che la dava a tutti meno che a lui, l’oligomane) e la macchia si espande a vista d’occhio, non c’è rimedio, bisogna andare sino in fondo.

Si calcola che dieci milioni di italiani hanno goduto dei privilegi accordati dai partiti delle tangenti. Urca! Ossia: (p)orca miseria, quale rappresentazione dell’insostenibile lusso. Se la soluzione finale funziona ne fanno fuori quattro milioni in più degli ebrei. Senza sporcarsi le mani: vivranno di calma, ritorneranno nelle case, alle piccole cose. Parola d’inquisitore. Chi non ce la farà può seguire il suo esempio: una pillola per dormire, una pillola per svegliarsi, una pillola per far l’amore, una pillola per digerire, una pillola per il mal di testa. E se proprio qualcuno non ce la fa più, beh sappia che anche gli inquisitori si suicidano, proprio come gli inquisiti: tre giudici del palazzo di giustizia di Milano si sono suicidati al tempo dell’affaire Verdiglione.

Si chiama "morte bianca". E nessuno la vede, nessuno la conta, figurarsi se la racconta. Pure io che scrivo non ho ancora deciso se far fare a questa nota la fine (bianca) della lettera al padre di Kafka poiché, come lui, la sto scrivendo per intendere qualcosa dell’aria che tira nel cielo del giardino d’Europa.

Come si crea l’inquisizione? Perché funzionano automaticamente la tavola dei buoni e la tavola dei cattivi? C’è intelligenza nel loro operare o c’è solo idiozia? Questione banale se posta alla figura storica dell’inquisitore, questione spinosissima se posta a un nuovo inquisitore: per esempio, ai giornalisti sciacalli nel caso Tortora, al compagno di partito di Moro che lo riteneva plagiato, a quel giudice che ha detto a Verdiglione che la sua cultura non era poi un granché. L’idiozia non è certo una condizione patologica, "mentale", come normalmente è creduta, è l’attenersi al dictionnaire idées reçues durante le inquisizioni e al catalogue des idées chics durante le interviste. Questo stupidario, questo dizionario flaubertiano, si costituisce senza leggere un testo, ma di orecchio in orecchio si passano le perle della stupidità umana.

Il senso comune s’instaura così. La sua ultima metamorfosi è il luogo comune, il luogo "post-comunista": come tutto ciò che si ritiene postumo è questione di una perla della stupidità. Qual è la banda, la cricca, la ghenga, il clan del luogo comune oggi? Seguendo la modellistica delle coppie oppositive, così come quella della proiezione, è agevole identificarla. Non può che essere quella che si è installata abbattendo il polo opposto, condannandosi a ripeterne le gesta, a fare il ritratto dell’altro per fare il proprio autoritratto, non arrivando mai a riconoscersi, come l’inquisitore che parlando del commercio della strega col diavolo parlava della sua anima(-lità) svenduta alla creazione del desiderio diabolico.

Dall’uomo qualunque al soggetto del pensiero debole, al postuomo, si tratta della stessa pasta d’uomo: uomo comune, che vive delle certezze ricevute dalla chiesa, dalla famiglia, dalla scuola, dall’arma, dal partito, dal sindacato..., che non legge più un libro, che parla con un vocabolario di duecento parole, che assorbe ogni zuppa mediatica e che brucerebbe subito un libro alla prima parola difficile che incontra. I chierici, laici, di questa banda del luogocomunismo ammettono dei testi difficili, come sono ritenuti quelli di Heidegger (che riteneva illeggibile Lacan), tuttavia leggendoli secondo il codice delle prescrizioni e delle proibizioni in vigore all’interno del cerchio, e diffondono la loro prima sordità agli anelli seguenti dell’associazione omertosa, saturnale, malinconica, nera.

Per esempio, il tuttologo di turno, quello che adesso ruota attorno al pianeta, legge secondo il codice di appartenenza al gruppo accademico i libri di Armando Verdiglione e poi dice che in questi libri "non c’è lettera". Arresto sull’immagine: è in gioco il metodo proiettivo, parla di sé. Il suo sapere infatti è un accumulo di altri saperi, e lo strombetta così bene tra le università del pianetà (dove forse s’insegna il senso universale, il senso che più comune di così non si può) che riceve in dono lo strombettio della sua eco, e mai la lettera, che non c’è.

Chi sono i "banditi"? Fuori i nomi! Impossibile: sono anonimi. La banda infatti vive sulla messa a morte del nome, instaurando il nome del nome, con la proibizione che il nome di ciascuno suoni e risuoni. Tutt’al più rumori, echi, vocalizzi, qualche rimbombo, fischi, scoppiettii. L’uno assomiglia all’altro, sul principio della procreazione del vampiro. Insomma, figli di un dio minore, debole, la "pedina di una pedina" di Kafka, che però se volesse giocare sarebbe formidabile: ammazzerebbe il re e farebbe la festa alla regina. Infatti i "debolisti", variante degli altruisti, divengono i nuovi inquisitori, i nuovi "fortisti": con la fantasia di abbattere il mostro si candidano alla mostrificazione, saranno i mostri del day after. I Little Brothers danno la caccia ai Big Brothers per divenire i nuovi padroni. Esempi anonimi: i trasgressivi di Bloomsburry, che "sfidano le convenzioni più brutalmente repressive della società vittoriana", finiscono per "dominare per un ventennio la vita intellettuale londinese". Il trombetto che nella sua tesi di laurea ricorda di quando un giudizio di Benedetto Croce faceva autorità in Italia e bastava una sua affermazione per dissuadere dall’intraprendere una ricerca, oggi dissuade chi scrive affermando che pubblica solo chi è già noto (sic).

La banda del luogo comune è junghiana, alchemica: un poeta luogocomunista affigge nel titolo un precetto alchemico. La voce dovrebbe estinguersi nell’urlo della rivolta debolista, per non essere rinascimentale, per salvare il suo pensiero fantastico, figlio di quello di Hegel. La fortuna del filosofo tedesco in Italia, e non solo, è quella del protestantesimo, dell’irrisolta questione orientale. E così la fortuna di Marx, la fortuna del comunismo e del postumismo. L’idea che tutto si dissolva, o si distrugga, e si ricomponga in un nuovo ordine è gnostica.

E quindi il poeta rifiutando di essere completamente negativo (rifiuto che è il modo del rigetto, della funzione di rimozione) sposa il suo opposto: l’"ordine nuovo", che era proprio termine del discorso fascista. La grottesca liquidazione del passato è operata dall’oligomania, dopo aver ucciso la megalomania dell’altro, e l’oligomania del fratello "pentito". Tuttavia l’attribuisce all’altro e così sarà per sempre irriconoscibile nel suo discorso bianco.

Poeta del candore, cannibale bianco sempre disposto a diventare cannibale rosso, sul principio del sangue purificatore: "un percorso che passa attraverso errori e violenze e comporta che uomini siano usati come mezzi per un fine". Ideologia della lotta, del conflitto, della protesta.

La banda del luogo comune insegue il sapere universale, ovvero una memoria elettiva per purificare il figlio "debole", per meglio disporlo al servizio del mondo come unica banda. Nella versione dell’ideologia italiana, la banda si definisce con la spartizione del territorio: cultura a sinistra e soldi a destra... Quindi sulla linea spartiacque. C’è il fiume e funziona come una disgiunzione esclusiva: aut-aut. Non è un caso che sia questo il titolo della rivista più nota dei debolisti italiani. Non l’ossimoro, figura della disgiunzione inclusiva, del vel.

Figli di mamma i debolisti, ne assumono il nome, si convertono, protestano e danno la caccia al re con una ferocia inaudita, come racconta Kasparov, nato Kasparian. Hegel, citato dal poeta: "occorre introdurre delle parcelle di morte nella vita di tutti i giorni". Sicuro che in tedesco Hegel indichi parcelle e non particelle? Oltre alla morte prescritta anche il pedaggio da pagare? Parcella è diminutivo di particola, dell’ostia da assumere come sostanza, ed è pure la nota spese del professionista (della morte)...

Le nuove bande che si spartiscono il paese hanno confidato al tribunale e alla stampa il compito di risolvere la corruzione, beneficiando di un clima incredibile di delazione generalizzata. E le bombe sono di stato o di mafia? Le bombe ricordano che esiste un potere che vuole decidere della vita e della morte, e si mostrano minaccianti quando si tratta di gestire i momenti delicati della democrazia italiana, di "garantire la continuità dello Stato, in barba a quelli che sostengono che in Italia non c’è Stato". Parole di Toni Negri, che è stato professore di dottrine dello stato, senza accorgersi d’aver mancato una dottrina dello stato a scapito di una serie di dottrine della mafia.

La banda è per principio mafiosa, sia quando vuole gestire dall’"alto" lo stato, sia quando vuole gestire dal "basso" la droga. Per questo i fili delle bande si mescolano, s’ingarbugliano in un nodo gordiano. E arriva sempre il rivoluzionario di turno a dire che qualcuno un giorno o l’altro dovrà ben tagliarlo.

Ma il taglio è del tempo: non c’è nessun taglio del taglio; e la spirale pulsionale, la spirale della pressione non fa nodo, non fa cerchio, non fa linea. Il cerchio fallisce nell’economia della spirale. La banda fallisce nell’economia della bottega rinascimentale. Il detto fallisce nell’economia del dire.

Il luogo comune è il colmo del malinteso, tutt’altro che la realizzazione dell’intesa mafiosa. Il successo è dell’inconscio. Nell’arca della parola il tempo non finisce mai. Ci sono sempre le condizioni per dire, per fare, per scrivere, per approdare alla qualità delle cose.

("Il Secondo Rinascimento", n. 13, 1994)

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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30.07.2017