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Quale guerra

Giancarlo Calciolari

Non è questione di affermare un’impero non più imperialista o la fine dell’impero, che aprirebbe all’unipotenza mondiale e all’unidimensionalità umana, ovvero all’uomo monobestiale.
La scommessa è quella lanciata da Armando Verdiglione quasi trent’anni or sono: quella del secondo rinascimento dell’arte, della cultura, della scienza.

(1.09.2002)

Ci sono due modi di leggere la guerra, quello fenomenologico, di ricerca sociologica, antropologica e psicologica sul campo, e quello teorico: assiomatico e teorematico. Il primo modo richiede, oltre all’ispezione dei luoghi delle battaglie, di farsi un’infarinatura di scienze umane, oltre un’infarinatura di scienza dell’essere, più nota come filosofia. Il secondo modo richiede di confrontarsi con lo specifico teorico di ciascun statuto delle cose; e non in una ricerca archeologica del senso, bensì leggendo ciascuna volta nell’attuale delle acquisizioni il testo di quelle antiche. Per esempio, qual è lo statuto della guerra da Sun Tsu all’attuale ministro delle Forze armate degli USA, e anche da dove viene e dove va - per via di abduzione - il termine guerra.

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Hiko Yoshitaka, "Contro Clausewitz", 1999, pastelli su carta, cm 23 x 30

Non c’è corrispondenza biunivoca tra i due modi di indagine, e in particolare non esiste la via che porti dal fenomenologico al teorico. Alcuni esempi: è impossibile capire l’eucaristia a partire dal cibo quotidiano, è impossibile capire la funzione di padre a partire dal genitore, è impossibile capire il mito della verginità a partire dall’imene, è impossibile capire il transfinito a partire da n+1+1..., eccetera.
È impossibile intendere anche solo una briciola dello statuto della guerra a partire dalle guerre locali o mondiali.

Per intendere anche la mondializzazione, l’americanizzazione, la globalizzazione (non sono sinonimi), la guerra tra Palestina e Israele, il terrorismo internazionale, occorre la lettura intellettuale e non la visione acuta dell’aquila che capisce tutto in un colpo d’occhio.

L’etimo di guerra rimanda a una variazione del dispositivo di combattimento, e il termine si trova nell’antico alto tedesco e poi nel francone: werra. In latino dal due, duo, viene duellum e poi bellum. In greco guerra è polemos...
La guerra è la lotta armata tra due o più gruppi umani?
Il dialogo platonico è già polemos, è già lotta tra amico e nemico; e richiede l’esclusione del terzo, anche dei poeti dalla città. Il discorso occidentale è il discorso della guerra, è il discorso della morte necessaria, da Socrate all’essere per la morte di Heidegger.

È il sistema di alto e basso, della guerra dell’alto contro il basso e del basso contro l’alto. E sia vista dall’alto come dal basso è sempre considerata guerra giusta, fondata contro la guerra ingiusta dell’altro. Ogni guerra in quanto giusta e giustificata richiede quindi i suoi giustizieri e i suoi giustiziati. È la guerra infinita, quella di una progressione interminabile che bestializza l’infinito attuale.

Come cessano le guerre sostanziali e mentali, ovvero le guerre per la proprietà inintellettuale della sostanza magica e per il controllo ipnotico degli umani? Quando - per qualsiasi pretesto - si reinstaura la tavola diplomatica, il banchetto della parola. Non il simposio, che è il banchetto dell’ebrezza, della tavola drogologica e farmacologica.

Il militarismo e l’antimilitarismo, il bellicismo e il pacifismo, appartengono al discorso della guerra: da Sun-Tsu a Mao Tse Tung, da Flavio Vegezio Renato a Clausewitz. Solo L’arte della guerra di Machiavelli inventa la guerra come politica, e non più l’una come la prosecuzione dell’altra mascherate dalla nobile menzogna del tiranno. E la strategia non è più militare, è un’arte del paradiso della parola, nella sua logica e nella sua struttura.

L’impero è il tentativo di controllo e di padroneggiamento della terra e degli umani. E in tal senso l’epoca si trova sempre nel post-imperialismo romano. L’imperialismo americano accetta di cibarsi del ricordo dell’impero romano visto dall’alto. E il terrorismo internazionale rifiuta di cibarsi dello stesso ricordo dell’impero romano visto dal basso. Accettazione e rifiuto che cercano entrambi il controllo degli umani e delle galassie.

La formalizzazione della dottrina della guerra sostanziale e mentale è esplicita in Clausewitz e implicita in Taylor che mutua la sua direzione dell’impresa da Cartesio: entrambe le dottrine confluiscono nella dottrina dell’impresa. La padronanza non si esercita soltanto sull’impresa ma sulla città, sulla nazione, sul mondo come azienda. Nessuna città dell’avvevire ma la città già vista, pensata a partire dalla sua fine.

Occorre la chiarità estrema: all’interno della guerra convenzionale non c’ è soluzione al massacro degli umani. Dall’eliminazione dell’ultimo terrorista all’abbattimento dell’ultimo tiranno si propone la pace ideale per riprodurre l’eliminazione dell’Altro. Anche l’affermazione che la guerra convenzionale è finita e che l’11 settembre ha inaugurato una forma di iperguerra conferma lo stesso discorso della guerra come guerra post-moderna, post-convenzionale, e quindi non a torto "iperconvenzionale". Anche l’aldilà dell’aldilà della pulsione di morte, proposto dal filosofo Jacques Derrida, rimane al di qua, ossia partecipa al discorso della morte.

Altra è la guerra intellettuale. La non accettazione del discorso della morte procede dal due, dal bellum come inconciliabile, come insistematizzabile.
La guerra intellettuale irrinunciabile è la politica del tempo, delle cose che si fanno secondo l’occorrenza, secondo la necessità inontologica del superfluo. Le cose si fanno non secondo l’opportunismo, che al colmo del cinismo trova le guerre come un’ottima occasione di fare affari.

La città è del fare e risulta costituita dall’intrapresa di ciascuno. Il fare e i suoi dispositivi. Mentre il rispetto delle prescrizioni e delle proibizioni sociali riguardo il fare comporta di vivere in una città spazializzata il cui modello è la necropoli. Anche il rispetto dell’algebra dei morti, la loro comparazione e contabilità, appartiene alla riproduzione della guerra convenzionale. Anche come fare per evitare che si ripeta il massacro comporta altri massacri.

O gli umani scommettono sulla guerra intellettuale o si condannano a perpetuare il massacro dell’uomo sull’uomo, sempre prospettando l’ultima uccisione prima della pace eterna.

La politica del tempo è la guerra, è la politica dell’Altro tempo, quello che non finisce. Politica del fare che non è politica del fare contro l’Altro. Irrappresentabile l’Altro, l’ospite. Politica dell’ospite che vanifica la politica razzista, quella che stende sul letto di Procuste l’ospite per portarlo a misura della sua presunta identità.

Freud ha portato la peste intellettuale in America e Verdiglione porta oggi la guerra intellettuale nel pianeta. Sono elementi della croce, dell’inconciliabile. Come intendere il messaggio di Paolo sul mito di Cristo, che con l’ammissione del figlio non c’è più padrone-schiavo, non c’è più ebreo-gentile, non c’è più uomo-donna? E ancora prima, come intendere l’indicazione del testo ebraico dell’irrapresentabilità delle cose, e non solo di Dio? Che non c’è conoscenza né sapere della guerra intellettuale, se non come accettazione della guerra convenzionale.

Le guerre locali e mondiali non sono un incidente di percorso: sono il frutto del discorso della guerra, che non è solo occidentale, appartiene anche alla mitologia orientale. Nel prologo dell’Arte della guerra di Sun Tsu (circa 400 a.C.) le donne che non accettano la militarizzazione del corpo e della scena (ridono alla richiesta di voltarsi a sinista o a destra) vengono decapitate; ma le donne che accettano la militarizzazione hanno già perduto la testa. Il realismo, militare o religioso, toglie la disparità per realizzare la parità sociale nel cimitero, nell’uniforme.

Come cessa la guerra convenzionale per ciascuno, e non solo per i belligeranti visibili e invisibili? Con il progetto e il programma di vita assoluta. Per ciascuno. Senza cedere al convenzionale o all’anticonvenzionale. Senza cedere alla guerra sostanziale e mentale, fosse anche la "guerra" tra vicini per il ramo di fichi che non sa da che parte pendere.
La guerra intellettuale instaura l’Altro, il mito dell’ospite, quale variante del mito dell’altro tempo.

Instaurazione dell’Altro che rende impossibile la rappresentazione e la personificazione negli altri. E la globalizzazione che non faccia più riferimento al globo come sfera, come sistema di dominio degli uni sugli altri - dalla guerra dei due blocchi all’iperguerra del terrorismo internazionale - è l’altro nome del rinascimento. Non è questione di affermare un’impero non più imperialista o la fine dell’impero, che aprirebbe all’unipotenza mondiale e all’unidimensionalità umana, ovvero all’uomo monobestiale.
La scommessa è quella lanciata da Armando Verdiglione quasi trent’anni or sono: quella del secondo rinascimento dell’arte, della cultura, della scienza.

Prima pubblicazione sulla rivista "Helios", settembre 2002.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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