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Che cosa emerge dagli scritti di Jacques-Alain Miller pubblicati di recente?

Quale psicanalisi o psicoanalisi

Philippe Morin

E "lo zero come luogotenente che sutura la mancanza" è zero dello zero, zero assoluto; e solamente in quanto tale determinerebbe l’apparizione del successore, della fotocopia dell’uno originale. Non a torto Jacques-Alain Miller nomina questo fantasma di fantasma "algebra lacaniana".

(30.12.2008)

Se il destino della psicanalisi autentica è passato da Freud a Lacan, lasciando in disparte l’istituzione fondata da Freud e affondata dai suoi seguaci, com’è possibile che l’istituzione fondata da Lacan non sia affondata, o meglio sepolta, dai suoi seguaci, in particolare dal suo esecutore testamentario, il genero di Lacan, Jacques-Alain Miller?

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Hiko Yoshitaka, "La cifratura", 2002, pastelli a olio su carta, cm 23 x 30

Ciò che resta si tramanda? Si può racchiudere in un algoritmo? C’è il matema dell’esperienza? La psicanalisi può fondarsi come logica del significante?
Ciò che resta non si tramanda, non s’impara a scuola o nei gruppi, non si legge sulle copie stenografate né sui libri editi di testi stabiliti e stabili, scritti da instabilizzatori e destabilizzatori. Ciò che resta non si imita e non si copia, non si scimmiotta né si pappagallizza. La memoria non sta nel ricordo né negli album di ricordi. Il tradimento della memoria (non del memorato né dello smemorato) sfocia nell’arte, nell’articolazione, nella terapia. Interviene una variante in una variazione transfinita, e la vita si spalanca come avventura, al di là del bene e del male.

Chi sono gli psicanalisti? Come valutarli? Occorre valutarli rispetto a Freud? Rispetto alla sua lezione o rispetto alla sistemizzazione dei suoi errori?
La quasi totalità degli psicanalisti comincia l’analisi con il fraintendimento psicoterapeutico, prendendo l’analisi stessa come un farmaco, un rimedio contro il male di vivere. Ossia cominciano con il pretesto di qualche cosa che non va o non funziona, ovvero con qualcosa che è escluso come terzo dal discorso occidentale. La psichiatria ha creato quello che non va e non funziona come malattia. E gli psicanalisti convenzionali alimentano il fraintendimento e si propongono come psicoterapeuti, cioè come farmaco contro la malattia-veleno. E perché? Per entrare nella vita eterna, in altri termini per mantenere un posto nella piramide sociale che sola garantisce l’immunità e l’impunità. Così fan tutti perché bisogna mangiare, eccetera.

La psichiatria è nata per gestire il disagio psichico e lo ha fatto prima con il modello manicomiale e poi con quello psicofarmacologico. La psicoterapia è nata per un’esigenza del Terzo Reich di selezione del personale e di cura dei traumi di guerra. La psicologia è nata come una branca della filosofia per intendere il funzionamento della psiche. La psicanalisi è nata articolando il disagio, sfatando la credenza nell’azione del fantasma.

Machiavelli distingue tra chi intende da sé, chi intende ciò che altri intende, e chi non intende. I primi sono eccellentissimi, i secondi sono eccellenti, i terzi sono privi di eccellenza. Lacan intende ciò che Freud intende? Sicuro. Ha inteso alcune questioni da sé? Sicuro. Di alcune questioni non ha inteso nulla? Altrettanto sicuro e meno noto. Quindi l’eccellenza non fonda una categoria sociale, non è una proprietà del soggetto. E chi altri intende da sé? La questione è posta, anche per chi scrive.

I migliori psicanalisti, gli eccellenti, sono coloro che hanno inteso qualcosa di Freud e di Lacan. E questo non vale solo per i freudiani e per i lacaniani. È notevole trarre lezione da Freud e da Lacan. Per esempio, colui che è ancora noto per essere stato un filosofo di una certa importanza, che tra l’altro è stato anche maestro di Jacques-Alain Miller, Louis Althusser, ha scritto Freud e Lacan senza intendere nulla del testo di Freud e di Lacan. Althusser stesso nella sua autobiografia afferma di non averli letti, senza per questo intendere che non abbia nemmeno sfogliato per notti e notti i loro libri.

Che cosa emerge dagli scritti di Jacques-Alain Miller pubblicati di recente? Da Un début dans la vie (Le Promeneur, 2002, pp. 144, € 16,50) e dalle Lettres à l’opinion éclairée (Seuil, 2002, pp. 228, € 15.00) emerge di più il personaggio che l’intellettuale, lo psicanalista: per vent’anni mutacico e ora, forse per altri venti, querulo.

In che cosa l’esperienza di Jacques-Alain Miller diverge dal protocollo di gestione delle spoglie del suocero Jacques Lacan? E il non funzionamento del nome, del padre come nome, come zero nella parola, in quanto messo a morte, dove lo si ritrova? Ciò che è forcluso ritorna nel reale? Nell’agire in nome di Lacan quale variante psicanalitica di "in nome del popolo". E tutto ciò che era problematico in Lacan diviene sistema in Jacques-Alain Miller e in ogni altro epigono.

Che cosa ha inteso Jacques-Alain Miller? Qualcosa della logica significante, della dialettica dellla domanda e del desiderio? Cosa non ha inteso Jacques-Alain Miller? Come ognuno, alcuni aspetti del proprio caso. Intendere il proprio caso non è possibile una volta per tutte; non c’è istituzione che possa garantirlo. Intendere il proprio caso è sempre una scommessa in atto. E il cancro di Freud e il cancro di Lacan, malgrado la loro indubbia pratica di psicanalisti, indicano che qualcosa del loro stesso caso non è stato articolato. Un début dans la vie e Les lettres à l’opinion éclairée contengono anche gli elementi non articolati del caso intellettuale di Jacques-Alain Miller.
Che cosa comporta per lo psicanalista di non intendere alcuni aspetti del proprio caso? Qualche problema lo si incontra quando lo psicanalista si trova in analisi qualcuno che, si fa per dire, ha la stessa matassa da districare.

Per chi fosse interessato ai paragoni sociali, non solo a quello tra l’IPA e l’ECF, si potrebbe verificare se gli psicanalisti sbagliano più o meno degli ingegneri, dei farmacisti, dei pasticceri. Non è questa la questione.
Non è una sorpresa, non la fu nemmeno per Freud, che tra gli psicanalisti sia come tra gli altri umani, ossia questione di totem e tabù. Eppure la questione non è nemmeno quella della pubblicazione dei Seminari di Lacan, com’è noto curati da Jacques-Alain Miller, che crea Lacan a partire da sé quale n+1, trovandolo quindi come n+1-1. Ma "n" non è Lacan, è l’ennesimo, ossia il Lacan fatto a immagine e a somiglianza di chi si crede n+1, ovvero il successore. Nell’aritmetica di vita non c’è l’ennesino, non c’è l’ordinale: c’è il cardinale.

L’altra faccia della logica è la politica. Il dire e il fare. Attenersi alla logica come se potesse fondare il fare, vale a lasciare ideale la politica, rispondendo al "che fare" cercando di rendere celeste la terra, che è sempre la via regia del terrore e del sangue. E la "causa del popolo" è per Jacques-Alain Miller proprio questa idealità. Non essendoci la logica del fare - sebbene la politica senza logica risulti solo un affacendarsi (come mostra la cosiddetta politica mondiale) - chi si attiene alla logica per fondare le esche del fare (norme, regole e motivi) magari quale "ultima" e "unica", ossia di fondo, fondante, imbastisce la politica sulla base fantasmatica della logica, riducendo le cinque logiche dell’inconscio a quella del fantasma. E la drammatizzazione comporta contrappassi e contropiedi, per esempio, la zuffa tra membri di associazioni psicanalitiche differenti.

La psicanalisi come pratica originaria si reinventa in ciascun atto. Mentre quella che viene chiamata correntemente psicanalisi si è compromessa con la psicoterapia, con la psicologia, con la psichiatria, con l’università, con l’ipnosi, con la biologia, e con altro ancora. Certamente una disciplina può essere un pretesto per imbattersi nella psicanalisi e anche l’occasione per restituire il testo che la disciplina stessa adombra sotto mentite spoglie. E rimane inesplorata la questione della trasmissione della psicanalisi, che è senza soggetto. Non c’è famiglia, "delfino", gruppo segreto o istituzione pubblica che possa garantirla, certificarla, amministrarla. La storia della psicanalisi è testimone di questa impossibilità. E del resto, la richiesta di garanzie è fatta per evitare d’imbattersi nella novità ancora prima di cominciare un itinerario analitico.

Qual è il caso di Jacques-Alain Miller? Dagli scritti di formazione contenuti in Un début dans la vie emerge la ricerca nel testo di Lacan di una teoria del soggetto e di una logica fondamentale dell’inconscio, che chiama logica ultima o logica del significante. L’operazione è già stata tentata nel matematica da Cantor, Frege, Dedekind... Nella filosofia da Aristotele, Hegel, Heidegger...

E il livello di base raggiunto si svela sempre come un pseudo livello per il demolitore che verrà. Non è un caso, poi, che Jacques-Alain Miller trovi che la logica ultima è paradossale, diadica. Il due non procede dall’uno: è l’apertura stessa. Mentre procedendo dalla credenza nell’accesso o meno (al simbolico e non solo) viene posto il soggetto, l’uno che si divide in due, e si fa in quattro per porsi come uno dell’uno, a garante della serie degli uno, che sono rigorosamente tutti dei numeri due.
Occorre leggere altrimenti la definizione di Lacan "del significante come ciò che rappresenta il soggetto per un altro significante". È valida per i significanti istituzionali, ossia per i significati sociali.

Sicuramente il soggetto - personaggio, sosia, marionetta, burattino, animale politico... - è rappresentato da un significante per un altro significante come modo impossibile di non imbattersi nella differenza da sé del significante e nella divisione da sé che dissipa il trompe-l’œil dell’identità. Occorre intendere la causalità strutturale come "effetto" del cerchio magico, anche arrotolato come una striscia di Möbius, che il personaggio forgia con le sue mani. E l’idea che sia la lingua ultima a dirigere i soggetti era già irrisa da Daniel Paul Schreber, che la qualificava lingua fondamentale, aggiungendo che si trattava di un antico tedesco un po’ maccheronico.

O per ciascuno è questione dell’atto di parola oppure ognuno è diretto dalla metafrase universale, ossia da un coacervo di luoghi comuni, che "sarebbe Dio se esistesse un metalinguaggio".

Allora, "un’analisi non è che una traversata della lingua unica" rimanendo nella topologia del cerchio, per quanto irriconoscibile nei suoi infiniti omeomorfismi. E nel cerchio "non resta che scrivere indefinitivamente, sino alla morte": questa è la scrittura dell’universo del discorso, del discorso occidentale come discorso della morte. Scrittura che decifra l’inconscio, mancando la cifra, la verità, il tono stesso dell’incontro.
La scrittura dell’esperienza procede dalla spirale e vanifica la credenza nel cerchio e nella catena - la credenza stessa di essere soggetti all’inconscio o figli di Freud o portatori del marchio di Lacan.
La catena è algebra del filo e della corda dell’esperienza. La catena è la serie potenziale e non attuale dei significanti incatenati al fantasma di padronanza e di controllo della vita, ossia di compromesso con la morte.

Il segno è tripartito in nome, significante e Altro, in zero, uno e transfinito. Il segno nella sua tripartizione procede dalla barra, che non sta tra il significante e il significato, né tra il soggetto inconscio e l’Altro. E la funzione di rimozione è la funzione di zero, di nome nella parola. In particolare rovina la credenza nel nome del nome, nel nome del padre, nel nome di dio, nel nome del popolo, nel nome del cerchio e nel nome della sfera. Credenza che si trova in Jacques-Alain Miller nel "rapporto circolare del soggetto alla struttura". La nozione di soggetto non appartiene alla psicanalisi, ma alla mentalità francese, a partire da Descartes.

I "punti singolari" in cui la significazione convenzionale precipita vengono letti da Jacques-Alain Miller come indici della logica del significante, come spiragli che aprono alla struttura immanente. Altri vi hanno intravisto addirittura la scintilla nel regno oscuro delle madri (che scrivono con la maiuscola). E che Freud abbia riscontrato come roccia basilare o fondo roccioso dell’analisi la protesta virile e l’invidia del pene resta ancora da rielaborare.

Qual è la formula del fondo roccioso, della logica di base, ossia del realismo? 2+2=4. È anche quella di Jacques-Alain Miller: "Io non mettevo e niente e nessuno, nemmeno Lacan, al di sopra di 2+2=4". La somma algebrica di quantità nemmeno all’infinito raggiunge la qualità.

"La forclusione è l’altra faccia della chiusura". Ma non c’è proprio la chiusura, ossia il sistema circolare dell’apertura. Il due è inderivabile dall’uno: cercando l’impossibile dimostrazione di questa idea, Cantor inventa il transfinito.
"La sutura nomina il rapporto del soggetto alla catena del suo discorso"? Tale sutura, se esistesse, sarebbe l’altro nome della genealogia, della "nobile" menzogna del tiranno che assegna a ognuno un’origine e il cerchio del suo viaggio. La funzione del soggetto, che da Aristotele a Heidegger comporta sempre l’essere per la morte, che misconosciuta opera nel processo della costituzione della serie, nella genesi della progressione corrisponde al quella del personaggio che girando in tondo per tutta la vita rimane perennemente in cerca di autore. Il personaggio fonda la serie potenziale, il cerchio magico e ipnotico della sua drammatologia (ex nevrosi) o della sua tragediologia (ex psicosi).

Il caso di Jacques-Alain Miller si situa nell’aporia del successore, nella supposizione che successore sia un soggetto, mentre è lo spirito, l’operatore temporale, e nella supposizione che lo zero sia contato come uno. Jacques-Alain Miller tenta l’operazione che attribuisce a Frege: " Frege apre n+1 per scoprirvi cosa ne è del passaggio da n al suo successore". Ora già n è copia di sé stesso come nel Sosia di Dostoevskij. N è l’ennesino; non è il numero nella sua innumerazione originaria. Procedere dalla copia per arrivare all’originale è il modo per evitare l’originario e imbattersi in contropiedi e contrappassi che conservano e non tolgono l’oggetto da evitare. Quanto a n+1 ha già inglobato l’uno: il fratello ha divorato la sua parte del cadavere eccellente.
E "lo zero come luogotenente che sutura la mancanza" è zero dello zero, zero assoluto; e solamente in quanto tale determinerebbe l’apparizione del successore, della fotocopia dell’uno originale. Non a torto Jacques-Alain Miller nomina questo fantasma di fantasma "algebra lacaniana".

L’aritmetica è un’altra cosa, richiede il tempo come schisi e non il tempo come durata, il "tempo lineare". Dall’apertura alla qualità: questione di cifra e non di decifrazione né di criptogramma.

Il destino della psicanalisi partecipa alla rivoluzione della parola - all’arte, alla cultura, alla scienza. Rivoluzione senza più soggetto. Destino della parola che riguarda ciascuno.

Philippe Morin è psicanalista a Parigi.

Traduzione dal francese di Giancarlo Calciolari.

Prima pubblicazione: 13.8.2002


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