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La carta di partito è una sorta di carta divina

La charta e la traccia

Giancarlo Calciolari

L’elaborazione di queste idee richiede la guerra come dispositivo artistico, culturale, scientifico; richiede la charta della qualità, di ciò che si qualifica. La poetessa e scrittrice russa Natalia Ivanova ha detto nel congresso di Ginevra, "La Charte intellectuelle": «non è Stalin che ha vinto, bensì la guerra intellettuale».

(1.10.2001)

La charta intellettuale è il foglio iconografico con le sue due facce: il parricidio e la sessualità, scrive Armando Verdiglione in Dio, nel 1980. Charta che non esiste in quanto tale se non come supposizione nella religione della morte e nella religione dell’incesto, che cercano di fissarla nelle tavole della legge, tra la tavola delle prescrizioni e quella delle proibizioni, che fanno tutt’uno con la tavola imbandita dell’onorata società.

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Hiko Yoshitaka, "Luci a New York", 1999, olio su tela, cm 50x70

Società naturale, conformista, che vorrebbe ridurre la charta a una superficie piana dove la reminiscenza attira la materia alla sua morte, lasciando ciascuno nella sua casella di partenza - dalla culla alla tomba, in un teatro di marionette chiuso nel gioco della scena del trauma: una scena immobile, fissa nella notte del tempo. Scena mortifera. In fine, più o meno mortifera a seconda del gradus nella scala dell’umano. L’umano? L’uomo come specie animale. Il soggetto alla morte, alla buona morte naturale. Un filosofo con la carta di partito trova in Platone l’opposizione fondamentale tra gli "amici delle Idee" e gli "amici della Terra". Si tratta della stessa coppia di contrari idealismo/materialismo. Ma di ben altro è questione: la materia è una dimensione della parola, come il linguaggio e la sembianza, e le idee riguardano una logica, quella del fantasma.

Idee che non lasciano una traccia sulla pagina bianca della vita, come invece ritiene la vulgata. Occorre la traccia inconscia, irrapresentabile, affinché le idee operino, senza alcun bisogno di pilotarle, di prenderle, di possederle, di fugarle... Senza la charta intellettuale la Terra s’inscrive nell’ordine dell’animale totemico. E la civiltà si cristallizza nella forma del tribalismo. La Terra non è la condizione della traccia, come se si trattasse della traccia dell’animale "uomo".

È la traccia la condizione della superficie, della piega. Traccia tripartita in nome, significante e Altro. Allora la cartografia come dominio assoluto della Terra risulta il sogno del potere invisibile e della sua politica come segnaletica del terrore. La cartografia s’avvera impossibile. Umana la traccia, il calco, l’orma, l’impronta? È la credenza stessa nel segno del segno. Segno immutabile, negativo, morto. Segno dell’origine che ipotecherebbe la vita. Traccia funeraria, del crimine, dell’incesto, della seduzione, del male, della violenza, della mancanza? Traccia che ciascuno porterebbe come un peso, quello delle proprie referenze sostanziali e mortali, inscritte nella propria carne, nelle cellule? Traccia gregaria? Traccia della famiglia, del ceto, della classe, del popolo, della razza, del sangue?

E in Lacan la traccia è ancora umana, specificandosi come incontro con la cancellazione di un’impronta. Non c’è nessuna pietra tombale da erigere sulla traccia dimenticata dell’infanzia, che fonderebbe il mistero della mitologia del bambino divino o diabolico e dei suoi ricercatori: archeologi, ipnotisti, psicopompi, iatropsicofanti e tutti gli altri doganieri della profondità e dell’oscurità. Ora, questa specie di residuo arcaico, di traccia della traccia, di traccia-schermo, richiede un’elaborazione, senza ricorsi a cure mediche, senza alcuna necessità d’essere assunto come causa malefica (e più raramente benefica), cosa che presa come principio fa il successo delle cosiddette biografie e autobiografie. La sostanza non esiste: non c’è niente sotto la superficie.

La charta intellettuale è l’apertura: superficie impossibile da praticare, inestinguibile, e non potenziale come crede Italo Calvino. L’intellettuale, sia organico che impegnato, ha creduto di dover scegliere tra la carta di partito e la cartella clinica dell’ospedale psichiatrico, e talvolta le due. Nel postmoderno, come discorso che raccoglie le briciole del senso comune, la credenza risiede nella necessità della carta dell’incultura. Gli antintellettuali e antifilosofi del pensiero così debole da essere assente hanno cercato di cancellare la charta intellettuale sino a scrivere che al di fuori del loro cerchio omertoso non ci sono che degli zombi di provincia.

Da dove viene l’insistenza per la figura dell’animale che si ritrova nel discorso "umano" e sopra tutto nella disciplina universitaria che lo officia, l’antropologia? Freud indica come l’animale per antonomasia sia totemico; eretto come totem dopo il parricidio teologico, la messa a morte del padre. Solamente sul principio del nome del nome l’inconscio può essere considerato idiota, animale o stupido, come può capitare di leggere. L’animale è l’ipotiposi dell’assunzione mancata dell’inconscio: la figura stessa del morfema supposto animale, proprio alle metamorfosi cosmologiche.

Questo bestiario fantastico antintellettuale è un’operazione che porta Kafka all’umorismo e al riso (quando leggeva La metamorfosi) e Borges all’ironia del suo Manuale fantastico di zoologia. Questa zoologia fantastica è popolata d’animali anfibologici, ovvero di questioni aperte, di figure del due, dell’inconciliabile piuttosto che riprodurre un paradiso naturale di felicità animale, ovvero facile. A proposito d’animale fantastico è curiosa l’avventura di Hegel. All’età di ventott’anni Hegel scrive all’amico Hölderlin una poesia orfica. La questione è quella del sapere assoluto: nel mistero e nel suo rito c’è l’accesso alla vita autentica. E dopo la notte ebbra per l’iniziazione al celebre enigma, come parlarne, come trasmetterne la conoscenza? Occorrerebbe possedere la lingua dell’angelo, ma ormai è perduta. Restano solo le parole povere e che irrimediabilmente non possono dire il mistero. Così la poesia del giovane Hegel commemora l’indicibile della cosa. A questo punto Hegel s’accorge che l’animale è già nel mistero, senza alcun rito d’iniziazione. L’animale è nella natura, senza alienazione.

Tale è il mistero, quello della natura "naturale", visibile, senza enigma. Ora non per questo Hegel rinuncia a prendere l’inafferrabile. Così, dove vanno a situarsi nel suo testo l’indicibile, il mistero e l’idea stessa di poter dire le cose, nominarle? Il modo in cui, per Hegel, la natura diviene l’avventura dell’uomo, avventura linguistica, artificiale, è dato dalla "meccanica" della forma e del contenuto, e in fine dalla dialettica del concetto. L’ebbrezza orfica del sapere iniziatico, assoluto, autentico, passa per la presa naturale dell’animale e s’instaura nel concetto. Concetto: cum capere. Come Begriff in tedesco: quello che si prende in mano. E’ quindi questa presa a governare la conoscenza.

Ebbene, la mano di questa presa è quella della scimmia: la mano che la selezione della specie avrebbe lasciato in dotazione all’umano. Così la traccia in Hegel resta solo nella scrittura del corpo a corpo tra il padrone e il servo. Traccia della lotta mortale, quella per l’appunto tra le bestie. Albert Cohen a questo proposito parla di "gorilleria"! Il lavoro del negativo è quello della dialettica del concetto, che parte dalla sua morte per ritornare alla sua morte, considerata come vita, per via di doppia negazione. La vita come morte della morte. Animale corrotto l’uomo, come postula la mitologia della caduta originaria?

Ecco il ragionamento del luogo comune: l’altro è un animale corrotto, perverso, crudele, integrista, fondamentalista, razzista, sessista... E dopo la purificazione animale, ovvero etnica, la soluzione che è sempre "finale", resterà lui, l’animale divino, candido, puro, bianco, sbiancato fino nel cuore più segreto della sua debolezza. A questo punto, la charta dei diritti dell’uomo si segnala per avere come chiave di volta la razza animale denominata «umana». è la carta stampata del razzismo, che è sempre dal volto umano. L’anima bella pensa che si tratti della charta della libertà e si rivela il manifesto dell’eliminazione dell’Altro, dell’ospite, del tempo, dell’irrapresentabile.

Altro irrapresentabile come straniero, ebreo, donna, folle, bambino... e anche come integralista, fondamentalista. La nozione d’integrismo tenta d’introdurre nel dibattito la differenza terroristica e tranciante tra chi ha ragione e chi ha torto, tra il bene e il male, tra buono e cattivo. Nozione che resta "integrista" anche nel suo impiego di denuncia dell’integrismo, che è sempre attribuito all’Altro. Secondo questo pensiero non esiste nessuna charta intellettuale: né culturale né artistica né scientifica.

La soluzione poggerebbe sull’eliminazione dell’Altro, ben rappresentato, isolato, definito, bersaglio perfetto. E tutt’al più la charta dei diritti dell’uomo adorna i dispacci della mediotanasia. Non c’è modo di possedere la charta, né di farsene un concetto come vorrebbe la filosofia. Impossibile tanto esporla quanto nasconderla. Come giocare a carte scoperte o coperte se il foglio non si piega al dettato della riproduzione? Come farla diventare carta di partito, d’adesione, d’appartenenza? La carta di partito è una sorta di carta divina, una specie di passe-partout dell’istituzione teocratica, e del suo colmo d’istituzione ateocratica, figure per eccellenza della massa artificiale, che Freud ha elaborato nelle forme della chiesa e dell’esercito.

Quindi: charta intellettuale e non protocollo d’accordo, non cartello antintellettuale in vista d’una azione comune, con tanto di carte d’ammissione e con il sogno di egemonia planetaria sotto forma d’una carta universale. Carta che dovrebbe garantire la liberazione, l’uscita dalla prigione comune, che altro non è che la casa dell’uomo supposto fuori dalla parola, come per esempio la figurina del parlante natio di Chomsky, immerso nel linguaggio naturale. La prigione? Il tentativo impossibile di delimitare la presa della parola, di assegnarle un’origine.

E l’idea della carta bianca sarebbe quella della superficie dove non c’è nulla di scritto. Carta senza alcuna traccia mnestica, che per altro è traccia paradossale, dove l’oblio stesso è una funzione della memoria. A qual pro allora avere carta bianca, che da regalo del tiranno diventa immediatamente proprietà privata dello schiavo? Lo schiavo pulisce sempre di più la carta della sua vita, e per non sporcarla talvolta imbroglia le carte, oppure in preda alla verità gioca a carte scoperte sul tavolo.

Questa passione della verità, tanto sbandierata dal luogo comune, è il modo migliore per barare, e fonda pure l’altra faccia delle carte come segreto di Pulcinella e mistero di mamma. La charta intellettuale è la charta dell’inidentità e non de la personna né dell’uomo. Verdiglione la propone come charta dei diritti dell’Altro, del tempo. Charta né dell’uno né dello zero presi come principio per l’azione, bensì charta del transfinito e del fare poetico, il cui testo è palinsesto di strati infiniti. Vana è la credenza di giocare tutte le proprie carte: ciascuna carta va verso una cartografia infinita e approda all’edizione del paradiso, dal romanzo storico al romanzo artificiale.

Orbene, giocare l’ultima carta risponde al fantasma d’apocalisse, sulla sospensione dell’infinito in favore della fine delle cose, per ridurre la carta a documento d’identità del soggetto, morto-vivente o vivente-morto, che ancora tenta di portare un rimedio al disagio, magari col sogno caricaturale di un’ultima mano di carte da giocare o con quello di non avere che un’ultima cartuccia. Il disagio intellettuale è la non accettazione dei vari tentativi dell’epoca per cancellare la traccia; laddove l’agio mentale ne è piuttosto l’accontentatura, che non evita tuttavia i soprassalti anche nel deserto della morte bianca, della rinuncia pulsionale.

La garanzia della charta intellettuale dimora nel sembiante, l’orrore degli umani. Tolto il sembiante, il mistero comincia: la garanzia è cercata nell’Altro, supposto godere, sapere, dire la verità. Schivando il fare, l’Altro, come maestro nell’ars combinatoria delle carte, predice il futuro, che si eternizza sulla promessa d’un godimento a venire. La charta intellettuale vanifica la seriosa portanza delle carte straccolme di luoghi comuni, e così pure dei vari castelli di carte, tigre fantastica compresa. Non c’è d’aver nessuna paura dell’epoca; nessuna obbedienza o disobbedienza s’impone nei contronfi dei soggetti supposti forti: gli odierni possessori dei mezzi di comunicazione. I mezzi son della parola, e il capitale stesso non è accumulato dall’Altro: è la qualità, la cifra della parola. Tentare di rappresentare la charta, scriverla, non fa altro che scandire la rotta delle impossibili concretizzazioni della carta come carta della personificazione dell’Altro: dalla carta degli uno, nota come la charta dei diritti dell’uomo, alla carta degli altri, meno nota, come La Charta del popolo di William Lowett del 1838. E Serge Leclaire ha proposto una charta di psicanalisti, quando la questione è quella della charta della psicanalisi. Carta non professionale, senza soggetto, non sottomessa a nessun ordine. Charta della scrittura della parola.

Teorizzata dal giovane Marx, la rivoluzione per il possesso dei diritti dell’uomo, che si prolungano poi nei diritti dei bambini e in quelli degli animali, come diritti dei sempre più deboli, è promossa sulla negazione della charta intellettuale. E solamente il pensiero andante e che non vale niente è sorpreso dai diritti umani calpestati: oltraggio su cui fonda un’ultima guerra da condurre, un’ultima morte da somministrare al pianeta, e sempre contro l’Altro, ora mostro ora untore, in ogni caso supposto sempre la vera causa del male. Discorso dell’ultima morte da usare contro la morte.

Non c’è morte più necessaria di quella proposta dall’internazionale del luogo comune, che col discorso dell’Uomo ha creato la marionetta fantastica del suo desiderio, una sorta di Golem che non inquieta più nessuno, e dal viso sin troppo umano. Tanto per fare il verso alla mediotanasia: la campagna dell’odio dilaga? La paura cresce? Il clima politico è oscuro? L’atmosfera di fine millennio sta diventando irrespirabile? Non è il caso di smarrire la carta!

Il disagio indica come ineludibile la charta intellettuale, che esige la rivoluzione della parola, il secondo rinascimento, la via stessa del terzo millennio. Via della guerra intellettuale: è questa la lezione che traggo dal Machiavelli di Verdiglione. Non ci sono due guerre: c’è la guerra artificiale, intellettuale e la reazione a questa guerra, la sua rappresentazione caricaturale nelle cosiddette guerre. Inoltre non ci sono dei gradi differenti di guerre, ove la guerra di religione ne rappresenterebbe il livello ultimo, come sospetta il laicismo. La dottrina laicista con la sua denuncia della guerra di religione si fonda in effetti su un’ultima guerra di religione. E il risultato è di cancellare la guerra intellettuale favorendo la guerra antintellettuale, tribale.

Per questo il politologo americano Edward Luttwak, esperto di strategia militare, dice che "il livello sociale e culturale dei gruppi etnici che si contendono la Bosnia è talmente basso che potranno uccidersi, massacrarsi, ancora per un secolo". L’elaborazione di queste idee richiede la guerra come dispositivo artistico, culturale, scientifico; richiede la charta della qualità, di ciò che si qualifica. La poetessa e scrittrice russa Natalia Ivanova ha detto nel congresso di Ginevra, "La Charte intellectuelle": «non è Stalin che ha vinto, bensì la guerra intellettuale».

"Il Secondo Rinascimento", n. 18, aprile 1995.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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19.05.2017